Questa lettera nasce originariamente da una riflessione sul centro polifunzionale, nata anche con il contributo dato da un articolo apparso su questo blog. La lettera è partita su Facebook, su iniziativa del forum Stefano Gioia ed è già stata sottoscritta da parecchi cittadini e associazioni. Di seguito il testo della lettera e le istruzioni per inviarla.
Indio
copiate il testo sottostante, incollatelo sulla vostra mail e speditelo al seguente indirizzo: ente@parcopollino.it
NO AL POLIFUNZIONALE DI CAMPOTENESE
Al Presidente dell’Ente Parco Domenico Pappaterra
Al Direttore dell’Ente Parco Annibale Formica
Al rappresentante della Legambiente Marco De Biase
Al rappresentante del WWF Gianni De Marco
A tutti i Sindaci dei Comuni del Parco Nazionale del Pollino
Ai tecnici, ai rappresentanti delle Università nel consiglio del Parco
Nel Parco Nazionale del Pollino ci sono 56 Centri Polifunzionali, che offrono cultura, tradizione, ambiente, gastronomia, arte, musica, educazione ambientale, archeologia, animazione, spettacoli, sentieri, informazioni, accoglienza, musei, teatro, si chiamano: San Lorenzo Bellizzi, Rotonda, Saracena, Cersosimo, Mormanno, Alessandria del Carretto, Sant'Agata d'Esaro, Frascineto, Terranova, Noepoli, San Paolo Albanese, San Severino Lucano, Teana, ecc, ecc.
Due Milioni di Euro potrebbero fare la differenza tra tenerli ancora aperti o chiuderli definitivamente.
L’Ente Parco ha già dimostrato la sua incapacità di rendere funzionanti i Centri Visite, perseguendo una politica di affidamento degli stessi che non valorizza le risorse umane del territorio, che non coinvolge gente competente, capace e volenterosa organizzata in associazioni, cooperative, singoli nella prestazione di servizi e informazioni.
Per cui riteniamo che la costruzione del POLIFUNZIONALE DI CAMPOTENESE sia superfluo, costituendo esclusivamente uno spazio di distrazione dalla messa in rete dei reali servizi offerti e dalla valorizzazione dei Centri Storici e politicamente contrario a quanto in anni di esercizio accademico sulle finalità del Parco sia stato propagandato e comunicato dagli stessi che oggi occupano i vertici dell’Ente.
Riteniamo inoltre che la realizzazione dell’opera, non scioglie i nodi della gestione, in quanto non si comprende chi e come dovrà gestire questa struttura, con il rischio che una volta realizzata resti chiusa e inutilizzata, come tanti esempi sotto gli occhi di tutti, o peggio il suo mantenimento graverà come una ipoteca sui bilanci dell’Ente distraendo fondi che dovrebbero essere utilizzati per l’ambiente: tutela delle specie rare, manutenzione del verde, della viabilità e dei sentieri, indennizzi ai comuni per il taglio dei boschi, indennizzi ai cittadini per i danni da fauna, per la realizzazione delle strutture di supporto alla fruizione turistica-escursionistica tuttora assenti e dei centri faunistici dedicati alle specie importanti come la Lontra, il Lupo, il Picchio Nero, ecc.
Siamo letteralmente sconcertati come i Sindaci dei nostri comuni, rappresentanti nell’Ente, abbiano avvalorato tale faraonico progetto che ha il significato di una pietra tombale sulle aspirazioni di sviluppo dei territori da loro amministrati. 2 milioni di euro sono pari 35.000 euro per comune, quanto basterebbe per realizzare una stanza imbiancata e attrezzata all’interno del quale un qualsiasi cittadino, una associazione, una pro-loco, potrebbe offrire informazioni, proiettare video, organizzare mostre, offrire servizi, dispensare materiali al fine di valorizzare il territorio che lo circonda. Con 35.000 un comune può realizzare una rete di sentieri, aree picnic, risanare sorgenti, pulire boschi che dia opportunità a famiglie ed escursionisti di fruire le risorse naturali.
Chiediamo ai rappresentanti delle Associazioni di assumere con determinazione il ruolo per quale sono stati nominati nel Consiglio del Parco, garanti della tutela ambientale e non notai di investimenti contrari alla "mission" delle aree protette.
Pertanto invitiamo il Direttore, il Presidente, i Sindaci, i rappresentanti delle Associazioni a fermare la costruzione di questa ennesima inutile “cattedrale nel deserto”.
Firma
Per la difesa e la conservazione del Pollino. Per la Wilderness. Per la riappropriazione e la salvaguardia del territorio da parte delle comunità locali. Articoli, resoconti e riflessioni.
sabato 29 maggio 2010
Italia Nostra a congresso. la Relazione sul Pollino
La relazione tenuta da Teresa Liguori all’Assemblea Nazionale di Italia Nostra, tenutasi di recente ad Ascoli Piceno che affronta problematiche connessa allo sfruttamento dei parchi ai fini economici, con particolare riferimento al Pollino ed alla Sila, interessate dallo sfruttamento del legname per le centrali a biomassa.(di Teresa Liguori - Consigliere Nazionale di Italia Nostra)
La legge quadro 394 / 91, istitutiva dei Parchi nazionali, tra le migliori in Europa in materia di conservazione e tutela della Biodiversità, non intende ingessare l’economia ma al contrario favorirla attraverso la tutela e la conservazione dei beni culturali ed ambientali e del Paesaggio montano. Grazie alla legge, i Parchi nazionali dovrebbero essere in grado di tutelare gli ecosistemi compresi nei propri confini producendo anche benefici per il territorio. Succede che, se le leggi di tutela non vengono adeguatamente rispettate nella prassi quotidiana, anche gli obiettivi di sviluppo economico sostenibile ben difficilmente verranno conseguiti. Infatti, se alla gestione corretta del Parco da parte di tutti i soggetti coinvolti si sostituisce un uso subdolo, improprio e distorto, delle risorse boschive, si provocano, oltre alla distruzione del patrimonio naturalistico e del paesaggio, tra l’altro tutelati dalla Costituzione Italiana (art. 9), anche danni all’occupazione ed alle attività economiche (turismo ed ospitalità, agricoltura di qualità, prodotti tipici, raccolta frutti del bosco e sottobosco).
[riporto la sola relazione sul Pollino - Indio]
PARCO DEL POLLINO: a rischio di svendita e distruzione numerose aree boschive anche all’interno del Parco nazionale del Pollino per ricavare biomasse vegetali. Tale pericolo è stato sventato in parte solo grazie alle proteste di comitati civici sostenuti da ItaliaNostra e da altre associazioni. Sempre in un Comune nel Parco del Pollino [San Lorenzo Bellizzi ndr], Il patrimonio forestale insieme al suggestivo paesaggio rupestre è stato salvato grazie alla vittoria del NO al referendum popolare contro la cessione di 2.000 ettari di boschi ad una società privata in cambio di compenso economico da conferire nelle casse comunali. Questo è avvenuto anche in altri Comuni che gravitano nel territorio del Parco. Tutto ciò si verifica per la presenza, all’interno dell’area protetta del parco nazionale del Pollino e della zona di protezione speciale (zps) Pollino e Orsomarso, della Centrale del Mercure di 35 MGW, (completamente chiusa dal 1997) per il cui funzionamento, (fortemente osteggiato dalle popolazioni locali, da associazioni e comitati calabresi e lucani che si sono costituiti recentemente in un Forum contro la riapertura della Centrale e chiedendone lo smantellamento), saranno infatti necessarie oltre 380 mila tonnellate all’anno di “biomasse vergini”. Una quantità enorme di legname che società “satelliti” di Enel intendono reperire dai boschi del Parco del Pollino, così come testimoniano le proposte di convenzioni per la gestione del patrimonio forestale fatte da diverse società private ai Comuni, così da espropriarne la legittima gestione. E’ indubbio che la messa in esercizio di una centrale industriale di tali dimensioni sarebbe assolutamente incompatibile con il delicato equilibrio ambientale dell’ecosistema montano in cui si trova. Italia Nostra ed OLA,associazione ambientalista lucana, coinvolgeranno sulla vicenda il Parlamento italiano e gli organi dell’Unione Europea, fortemente preoccupata per gli sviluppi dell’uso delle biomasse vegetali il cui sfruttamento, vedi la sua applicazione in alcuni Paesi dell’Est europeo, non contribuisce significativamente alla diminuzione dei gas serra in atmosfera ma aggrava, al contrario, la situazione ambientale. In conclusione, le Amministrazioni Comunali, in molti casi colpevolmente dimenticano che i boschi ricadenti all’interno del perimetro dei Parchi sono tutelati dalle leggi istitutive, che permettono alla biodiversità rara, molte volte endemica, di sopravvivere. Si tratta di foreste vive, anche se, per alcuni, sono solo volgare biomassa, o, se volete, per dirla con Gianluigi Ceruti, “parchi, oggetti di tutela, non di mercato” *. Infine, una riflessione del nostro indimenticabile presidente Giorgio Bassani…..
“Il patrimonio culturale e naturale è un bene di cui la civiltà tecnologica e industriale, nella quale viviamo, non può fare a meno, se vuole continuare a esistere. La civiltà industriale ha mostrato di sapersi dare un’efficienza; adesso occorre che si dia una ‘religione’, che sappia cioè contraddire a tutto ciò che tende a trasformare l’uomo in puro consumatore. Il rapporto predatorio con la natura non è più possibile”. (Crotone, 22 Maggio 2010 – Teresa Liguori consigliere nazionale)
venerdì 28 maggio 2010
Arte ed ecologia... articolo su Mario Cucinella.
Anche da questo articolo pubblicato sul Corriere della Sera possiamo ricavare nuove prove che avvalorano le tesi esposte in questo blog: il centro polifunzionale nasce da una visione distorta dell'ecologia; il centro polifunzionale non serve praticamente a nulla, ma è solo un fatto di immagine, che si ricollega alla Land Art e ad Arte Pollino, ed alla visione dei parchi come spazi di sperimentazione dell'industria rinnovabile. Come potete notare nell'articolo, Cucinella parla molto di ecologia, autonomia energetica e sostenibilità nell'architettura contemporanea. Tutte cose buone e giuste, ma che dovrebbero essere utilizzate per gli edifici e i palazzi delle metropoli, o per gli stabilimenti delle aree industriali. Che senso ha creare dal nulla un edificio come il Centro polifunzionale a Campo Tenese sprecando soldi e tecnologia d'avanguardia per un qualcosa che praticamente resterà sempre chiuso? Ma la colpa non è tanto di Cucinella, perchè lui si limita a fare il suo mestiere (giusto o sbagliato che sia). Anzi, nell'articolo dice anche che all'inizio, quando gli chiesero di realizzare il polifunzionale, restò anche imbarazzato e preoccupato (evidentemente aveva capito che era una mezza cavolata!). Architetti come Cucinella devono lavorare dove ce n'è bisogno: gli si dia la possibilità di progettare scuole, ospedali, fabbriche ecc. E poi, diciamolo, Cucinella sembra che si sia un po' montato la testa... La sua idea più bizzarra, come si può dedurre dall'articolo, è che la sostenibilità sia Arte, sia anche "godimento estetico". Come se pale eoliche, impianti fotovoltaici e centrali a biomasse integrassero le bellezze del paesaggio! Ecco perchè questo blog sostiene che ci sia in realtà un collegamento con Arte Pollino e che il centro poli-funzionale, sia in realtà un'altra delle belle trovate su "sostenibilità" e arte contemporanea... mascherata con l'aggettivo polifunzionale (che rimanda a qualcosa di effettivamente utile per lo sviluppo del parco). Chiacchiere che possono abbindolare qualche povero ingenuo, ma non chi la propria terra la conosce, la ama, sa quali sono le sue potenzialità ed i suoi problemi. La colpa comunque non è tanto di Cucinella ma è dell'ente Parco, che ha autorizzato la costruzione di quest'opera mastodontica in un momento in cui due milioni d'euro, in piena crisi economica, potrebbero essere utilizzati per la gestione ambientale del territorio e come stimolo all'occupazione giovanile. Qualcuno potrebbe evocare gli interessi economici che girano attorno a queste opere. Giusto, ma il problema è anche culturale e ideologico.
Centrale Enel, Arte Pollino, Centro Polifunzionale fanno parte della stessa logica distorta della gestione del Parco, che porta a queste conclusioni:
1. confusione tra ecologia e conservazione della natura: un parco nazionale viene visto come agenzia di sviluppo di energie rinnovabili, sperimentazione di progetti tecnologici eco-sostenibili. (Centrale Enel a biomasse, Centro Polifunzionale). Non come istituzione preposta in primo luogo alla tutela ed alla gestione ambientale;
2. Parco Nazionale come luogo di sperimentazione delle tendenze della Land Art (Arte Pollino, Centro Polifunzionale), ai fini di una fruizione turistica basata su "grandi attrattori", ovvero sulle magnificenze di artisti incensati a livello internazionale;
3. impiego massiccio di enormi somme di denaro, decisioni calate dall'alto senza il coinvolgimento della società civile del Parco, che spesso si vede costretta ad opporsi attraverso varie modalità.
Come si può notare, tra i fatti della Centrale Enel a biomasse, quelli di Arte Pollino e del Centro Polifunzionale c'è un filo nemmeno tanto sottile, che la dice lunga su come sia conciato il nostro Parco Nazionale...
Indio
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fonte articolo http://archiviostorico.corriere.it/2010/febbraio/04/Belle_possibili_co_7_100204061.shtml
grassetto mio (Indio)
La nouvelle vague dell' eco-architettura è già cominciata. Così parlò Mario Cucinella, progettista verde praticamente da sempre, presente in mostra alla Triennale con il suo «Centre for Sustainable Energy» a Ningbo in Cina e con il suo «Centro per il benessere delle donne» a Ouagadougou, in Burkina Faso. Cucinella, 48 anni, nato a Palermo, cresciuto a Genova dove ha fatto parte del team di Renzo Piano, passato per Parigi e con studio a Bologna, è in il prototipo di «archistar» (ma il termine non lo entusiasma particolarmente) di nuova generazione, un' archistar che potremmo definire «green», un' archistar ecosensibile che, quindi, non ama molto i grattacieli e che si ispira a maestri, grandi e sconosciuti, come il danese Jorn Utzon («Non certo quello della Sydney Opera House, quanto quello della Middelboe house») o il norvegese Sverre Fehn («Il suo Museo dei Ghiacciai, il suo amore per l' architettura primitiva»), entrambi (certo non a caso) premiati con il Pritzker. Cucinella dice però di ispirarsi soprattutto all' arte, dalla Land art a Christo fino a quei pittori, scultori e performer artisti (tra cui anche il grande David Hockney) che si stanno dedicando a declinare le tematiche «tecniche» secondo canoni estetici: «Il tema della sostenibilità - afferma Cucinella - non è più soltanto tecnologico, è diventato una questione artistica. Il risparmio energetico oggi nasce da una qualità di forme che porta ineluttabilmente a una rarefazione sofisticata degli esterni, a una linearità che finisce per ridurre al massimo ogni spreco». Una nuova sensibilità che si ritrova ormai dappertutto, o quasi: «La bellezza nasce dalla semplicità» è, ad esempio, il motto (semplificato) della nuova collezione di Uniqlo, colosso giapponese d' abbigliamento giovane e non costoso da poco sbarcato a Parigi. Ma questo vale anche per l' Italia? «Da noi il dibattito sui temi dell' ecologia è senz' altro sviluppato come, e forse anche di più, in gran parte dei paesi più avanzati. Solo che in Italia siamo ancora a livello di discussione e non di risoluzione. Insomma gli italiani ne parlano, ma a livello centrale non si nulla, o quasi». L' architetto della nuova sede della 3M a Pioltello (premiato di recente per la sua casa «100k» dove il fotovoltaico provvede all' energia elettrica, l' elettrolisi all' idrogeno, dove non ci sono emissioni di anidride carbonica e dove le grandi vetrate servono a catturare il sole) ha comunque qualche modello virtuoso da proporre: «Penso al Piano Clima voluto dal sindaco Delanoe per Parigi, con uffici e autorità al quale i cittadini si possono rivolgere per non lasciare che la loro voglia di sostenibilità rimanga soltanto un' utopia, ma diventi realtà». Al di là della testa dei governanti, quali sono le soluzioni ecologicamente corrette pensate da Cucinella? «Per la sede della 3M ho voluto lamelle che rivestono la superfici, ma al tempo stesso fanno ombra e quindi riducono il calore e la voglia di consumare energia per l' aria condizionata». E ancora: «Sto realizzando un centro polifunzionale a Campotenese nel Parco nazionale del Pollino, un progetto che all' inizio mi ha molto imbarazzato e preoccupato. Alla fine ho trovato la giusta via ispirandomi alle cataste di legno dei nostri montanari, ma anche guardando alla Land Art e a Christo». Dunque ancora una volta la sostenibilità sembra diventata quantomai un problema estetico più che tecnologico. «Non a caso - dice Cucinella, che sta lavorando alla prima scuola a basso consumo energetico in Palestina a Ramallah - qualche giorno fa si è chiusa alla Royal Academy di Londra una mostra dal titolo emblematico, "Earth: art of a changing world" dove grandi artisti come Tracey Emin e Mona Hatoum si sono misurati con i temi della ecologia». Insomma, bellezza vuol dire ormai anche sostenibilità.
Bucci Stefano (Corriere della Sera)
Centrale Enel, Arte Pollino, Centro Polifunzionale fanno parte della stessa logica distorta della gestione del Parco, che porta a queste conclusioni:
1. confusione tra ecologia e conservazione della natura: un parco nazionale viene visto come agenzia di sviluppo di energie rinnovabili, sperimentazione di progetti tecnologici eco-sostenibili. (Centrale Enel a biomasse, Centro Polifunzionale). Non come istituzione preposta in primo luogo alla tutela ed alla gestione ambientale;
2. Parco Nazionale come luogo di sperimentazione delle tendenze della Land Art (Arte Pollino, Centro Polifunzionale), ai fini di una fruizione turistica basata su "grandi attrattori", ovvero sulle magnificenze di artisti incensati a livello internazionale;
3. impiego massiccio di enormi somme di denaro, decisioni calate dall'alto senza il coinvolgimento della società civile del Parco, che spesso si vede costretta ad opporsi attraverso varie modalità.
Come si può notare, tra i fatti della Centrale Enel a biomasse, quelli di Arte Pollino e del Centro Polifunzionale c'è un filo nemmeno tanto sottile, che la dice lunga su come sia conciato il nostro Parco Nazionale...
Indio
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fonte articolo http://archiviostorico.corriere.it/2010/febbraio/04/Belle_possibili_co_7_100204061.shtml
grassetto mio (Indio)
La nouvelle vague dell' eco-architettura è già cominciata. Così parlò Mario Cucinella, progettista verde praticamente da sempre, presente in mostra alla Triennale con il suo «Centre for Sustainable Energy» a Ningbo in Cina e con il suo «Centro per il benessere delle donne» a Ouagadougou, in Burkina Faso. Cucinella, 48 anni, nato a Palermo, cresciuto a Genova dove ha fatto parte del team di Renzo Piano, passato per Parigi e con studio a Bologna, è in il prototipo di «archistar» (ma il termine non lo entusiasma particolarmente) di nuova generazione, un' archistar che potremmo definire «green», un' archistar ecosensibile che, quindi, non ama molto i grattacieli e che si ispira a maestri, grandi e sconosciuti, come il danese Jorn Utzon («Non certo quello della Sydney Opera House, quanto quello della Middelboe house») o il norvegese Sverre Fehn («Il suo Museo dei Ghiacciai, il suo amore per l' architettura primitiva»), entrambi (certo non a caso) premiati con il Pritzker. Cucinella dice però di ispirarsi soprattutto all' arte, dalla Land art a Christo fino a quei pittori, scultori e performer artisti (tra cui anche il grande David Hockney) che si stanno dedicando a declinare le tematiche «tecniche» secondo canoni estetici: «Il tema della sostenibilità - afferma Cucinella - non è più soltanto tecnologico, è diventato una questione artistica. Il risparmio energetico oggi nasce da una qualità di forme che porta ineluttabilmente a una rarefazione sofisticata degli esterni, a una linearità che finisce per ridurre al massimo ogni spreco». Una nuova sensibilità che si ritrova ormai dappertutto, o quasi: «La bellezza nasce dalla semplicità» è, ad esempio, il motto (semplificato) della nuova collezione di Uniqlo, colosso giapponese d' abbigliamento giovane e non costoso da poco sbarcato a Parigi. Ma questo vale anche per l' Italia? «Da noi il dibattito sui temi dell' ecologia è senz' altro sviluppato come, e forse anche di più, in gran parte dei paesi più avanzati. Solo che in Italia siamo ancora a livello di discussione e non di risoluzione. Insomma gli italiani ne parlano, ma a livello centrale non si nulla, o quasi». L' architetto della nuova sede della 3M a Pioltello (premiato di recente per la sua casa «100k» dove il fotovoltaico provvede all' energia elettrica, l' elettrolisi all' idrogeno, dove non ci sono emissioni di anidride carbonica e dove le grandi vetrate servono a catturare il sole) ha comunque qualche modello virtuoso da proporre: «Penso al Piano Clima voluto dal sindaco Delanoe per Parigi, con uffici e autorità al quale i cittadini si possono rivolgere per non lasciare che la loro voglia di sostenibilità rimanga soltanto un' utopia, ma diventi realtà». Al di là della testa dei governanti, quali sono le soluzioni ecologicamente corrette pensate da Cucinella? «Per la sede della 3M ho voluto lamelle che rivestono la superfici, ma al tempo stesso fanno ombra e quindi riducono il calore e la voglia di consumare energia per l' aria condizionata». E ancora: «Sto realizzando un centro polifunzionale a Campotenese nel Parco nazionale del Pollino, un progetto che all' inizio mi ha molto imbarazzato e preoccupato. Alla fine ho trovato la giusta via ispirandomi alle cataste di legno dei nostri montanari, ma anche guardando alla Land Art e a Christo». Dunque ancora una volta la sostenibilità sembra diventata quantomai un problema estetico più che tecnologico. «Non a caso - dice Cucinella, che sta lavorando alla prima scuola a basso consumo energetico in Palestina a Ramallah - qualche giorno fa si è chiusa alla Royal Academy di Londra una mostra dal titolo emblematico, "Earth: art of a changing world" dove grandi artisti come Tracey Emin e Mona Hatoum si sono misurati con i temi della ecologia». Insomma, bellezza vuol dire ormai anche sostenibilità.
Bucci Stefano (Corriere della Sera)
sabato 22 maggio 2010
Cosa è, e cosa non è la wilderness...
Eagle Cap Wilderness Area Hiking, Hidden Lake (fonte internet)
Il termine wilderness può prestarsi a notevoli confusioni. Wilderness non è semplicemente natura, non è solo biodiversità: soprattutto non è natura addomesticata e antropizzata, piegata alle necessità ed alle esigenze della civiltà moderna. In questo articolo Franco Zunino chiarisce le idee sul concetto di wilderness, richiamandosi alla filosofia wilderness americana nata con Thoreau, Muir e Leopold, e sottolineando il contrasto con la visione tutta europea (in particolar modo soffermandosi con la cultura tedesca della "coltivazione") della natura selvaggia.
Indio
fonte: www.wilderness.it
Wilderness non è "Natura"
| Nel 2003, sull’International Journal of Wilderness, apparve un articolo di autori tedeschi che esponevano una loro visione sulla wilderness e la sua applicazione e diffusione in Europa centrale. Franco Zunino, non condividendo molte delle tesi da essi esposte, scrisse un suo articolo di critica che apparve poi nel N. 1 del 2005 della stessa rivista. Se ne riporta la traduzione per l’interessante disquisizione su di un argomento che da allora ha sempre più preso piede in un certo mondo ambientalista europeo, ma anche italiano. Il rischio è che si stia correndo verso un criterio di Wilderness che della sua reale e primitiva filosofia e, soprattutto, del suo Concetto di Conservazione racchiuso nel termine “forever wild”, vada perso tutto, confondendo la protezione del valore wilderness con quello della biodiversità; due cose che possono anche coesistere, ma che assolutamente non sono assimilabili. Negli ultimi anni, in Italia, ma anche in altre nazioni europee (certamente in Svizzera, in Germania ed in Ungheria), è stata scoperta la parola wilderness; e questo può essere una buona cosa. Ma c’è un problema d’interpretazione: troppa gente oggi parla di wilderness anziché di natura; usano questa “nuova” parola americana quando in precedenza usavano il termine natura. Tuttavia, ciò non è corretto. Perché la parola wilderness non significa tanto natura, quanto una filosofia ed un concetto di conservazione. Pochi conoscono la connessione esistente tra questa parola e la filosofia ed il Concetto di Wilderness. I meglio informati vanno dicendo che wilderness sono i piccolissimi angoli di foreste vergini – o quasi vergini – o i boschi invecchiati ed integri. Ovviamente, biologicamente parlando, questa interpretazione è anche corretta, ma rischia di farci perdere la strada, perché con wilderness non si intende solamente un soggetto ambientale, ma anche un concetto di conservazione. E soprattutto significa una vasta area di ambiente naturale non divisa da strade o altre strutture umane. Ho trovato molto interessante l’articolo apparso sull’International Journal of Wilderness (Dicembre 2003) firmato da vari autori tedeschi (H. Weinzierl, M. Diemer, M. Held, e S. Hofmeister), perché essi parlano di wilderness in un paese molto vicino all’Italia; questi autori, però, hanno fatto gli stessi errori di molti ambientalisti italiani, chiamando wilderness quello che prima era semplicemente definito natura. In merito a questo, va detto che anche il noto autore ambientalista americano Roderick Nash nel suo famoso Wilderness and the American Mind (La Wilderness ed il pensiero americano), secondo me commette lo stesso errore quando parla delle radici della filosofia wilderness, facendole risalire all’Europa: come molti italiani oggi, anche lui confonde o assimila la parola natura con wilderness. Ma il Concetto di Wilderness è un’idea prettamente americana, con le sue radici in America, non in Europa, nell’Italia del passato o nell’antica Grecia come egli sostiene. La filosofia della natura è un’altra storia. Wilderness non è Natura; wilderness è anche natura. Purtroppo, questa è la confusione che sta sempre più prendendo piede in Europa centrale. Per quello che io conosco della Germania, ci sono alcuni angoli di boschi e montagne quasi selvaggi, boschi inselvatichiti o vicini allo stato di verginità, ma non esiste quasi più alcuna grande area senza strade, e penso che un’area di 1.000 ettari in tale stato sia una vera rarità in quel paese. Lembi di boschi selvaggi non possono essere classificati wilderness, ed è corretto definirli così come lo erano fino a poco tempo fa: cioè, Riserve Naturali, se protetti, o semplicemente boschi integri se non protetti. E’ importante non creare confusione o fare disinformazione quando si usano le parole wilderness ed aree wilderness. Se noi cominciamo a definire wilderness quello che prima chiamavamo semplicemente natura, facciamo un brutto servizio alla filosofia wilderness ed uno ancora peggiore al suo concetto di conservazione! L’idea od il concetto del “forever wild” (per sempre selvaggio) è lo spirito del Wilderness Act (la legge americana che tutela la wilderness) e fu usata dagli americani verso la metà del secolo scorso (ad esempio, da Robert Marshall, Aldo Leopold, Howard Zanisher, Arthur Carhart, ed altri) come concetto per la designazione quali Wilderness di aree speciali e non semplicemente per ogni area di ambiente naturale. Perché cominciare a definire wilderness ogni Parco Nazionale, area protetta od aree di ambiente naturale come sta succedendo in Europa centrale solo perché ricchi di biodiversità? Con questo criterio, quasi tutta l’America del Nord è wilderness! Ed io penso che ben pochi ambientalisti o conservazionisti americani sarebbero d’accordo con una tale interpretazione del termine wilderness. Anche noi, in Italia, abbiamo definito piccoli angoli di bosco che abbiamo comprato od ottenuti in gestione, quali Wilderness, ma questi boschi fanno parte di più vaste aree rimaste selvagge e senza strade. Secondo noi solo così è possibile classificare queste aree come Wilderness secondo il concetto ispirato dal Wilderness Act americano. Al contrario, in Europa, un’area non può essere classificata wilderness semplicemente perché vi vivono popolazioni di lupi, orsi o linci; altrimenti una gran parte dell’Italia sovrappopolata ed urbanizzata potrebbe essere considerata wilderness. E sarebbe una vera assurdità! Le Aree Wilderness sono i più selvaggi esempi di natura in un contesto culturale, ecologico e politico. Esse devono possedere dei criteri minimi per essere classificate wilderness. E’ difficile, perciò, classificare aree europee come wilderness, specialmente se comparate a quelle realmente tali al di fuori del nostro continente. In Italia noi abbiamo adottato il termine Area Wilderness per mantenere un contatto diretto con lo spirito del Concetto di Wilderness. Ma siamo anche coscienti che le nostre Aree Wilderness sono solo piccoli, modesti esempi di quelle (normalmente assai più vaste) presenti negli Stati Uniti d’America, in Australia, in Sud Africa e altrove. Perciò riteniamo anche corretto aver classificato le nostre Aree Wilderness (come ha fatto la WILD Foundation) in una propria categoria distinta da quelle protette con legislazioni di livello nazionale. Non è facile stabilire quanto ampia debba essere un’area selvaggia per poter essere classificata wilderness, ma io penso che piccoli lembi di foreste vergini o di boschi inselvatichiti non possano essere definiti wilderness se non sono compresi in vaste aree con caratteristiche di selvatichezza (vallate, burroni, altopiani o anche grandi distese di boschi planiziali) dove sia possibile camminare per ore senza incontrare o vedere strade o altre strutture umane. Così, dobbiamo stare molto attenti se non vogliamo rischiare di usare a sproposito il termine wilderness e dare un significato erroneo all’essenza delle Aree Wilderness. Non dobbiamo dimenticare che, quando Aldo Leopold visitò la Germania, egli non accettò il tipo di gestione forestale che vi vide applicato, una pratica ampiamente diffusasi in molte delle nazioni dell’Europa centrale. La scuola selvicolturale tedesca considera le foreste e le montagne come dei “campi” per la coltivazione degli alberi, “campi” che siano percorsi e suddivisi da tante piccole e grandi strade di servizio; ovvero, le foreste solo per finalità prettamente commerciali. Nel suo articolo Weinzierl e gli altri hanno giustamente scritto che “forestali, cacciatori, pescatori, gestori delle acque e costruttori di strade, ritengono che il buon Dio sia incapace di mantenere in ordine il suo creato senza il loro aiuto”. E così la pensano in quasi tutti i Paesi dell’Europa centrale. Perciò, è molto dura riuscire a diffondere una nuova visione della natura: “ci vuole molto coraggio”, egli ha scritto, per sostenere una politica per la wilderness. Noi dobbiamo capovolgere il trend corrente dei nostri media, portati a parlare di wilderness quando dovrebbero parlare di natura, perché fino a quando non otterremo una maggiore conoscenza del significato della parola wilderness, noi corriamo il rischio di ridurne l’intrinseco e reale senso filosofico. Wilderness non è solo “vivere e lasciar vivere”(Weinzierl e gli altri), è soprattutto far rimanere selvaggio un luogo! Biologicamente o ambientalmente parlando, è corretto sostenere che “un numero isolato di Aree Wilderness esiste in alcune aree remote dell’Europa centrale” come hanno scritto Diemer, Held e Hofmeister, ma non è corretto considerarle “... sinonimo di Parchi Nazionali che abbiano al loro interno aree simili”, perché con un tale criterio noi neghiamo il Concetto di Wilderness. Preservare modesti angoli di foreste vergini o di habitat inselvatichiti non significa preservare la wilderness, ma piuttosto preservare la biodiversità. In Europa il punto focale per poter designare come wilderness un’area non deve essere basato sullo stato ambientale, come habitat integri o “tratti di ambiente ai quali sia specificatamente consentito di evolversi senza interferenze umane”, come hanno scritto Diemer, Held e Hofmeister, bensì sull’esistenza o meno di territori che siano privi di strade asfaltate, strade bianche e/o forestali od altre strutture antropiche. Lo stato dell’ambiente non deve essere “senza interferenze umane” in un Area Wilderness europea, perché l’uso umano può prevedersi purché fatto con metodi primitivi (a piedi o a cavallo) e quello delle risorse naturali rinnovabili consentito (caccia compresa). Una piccola zona boscata divisa o circondata da strade, anche se allo stato naturale, non può essere designata quale Area Wilderness. Se noi adottassimo questo criterio in Italia, quasi tutte le nostre Riserve Naturali sarebbero da considerare wilderness. Ma questa designazione non sarebbe corretta, perché queste Riserve Naturali, sebbene biologicamente ben preservate (nessun uso pascolivo, nessun taglio di boschi né caccia), sono gestite come semplici parchi di natura, con strade, sentieri marcati e facilitazione ricreative – tutti usi che non fanno parte di uno spirito wilderness secondo il suo concetto. Noi dobbiamo anzi batterci per far sì che queste Riserve Naturali siano sottratte al normale loro uso turistico ed i loro aspetti selvaggi vi siano invece assicurati attraverso l’applicazione del Concetto Wilderness del “selvaggio per sempre”. E’ poi assurdo il postulato che proporre delle “wilderness urbane” possa servire da “completamento per le vere selvagge aree di wilderness, quali parchi nazionali e riserve naturali in tutta l’Europa centrale ed anche altrove” (sempre Diemer, Held e Hofmeister). Le piccole “wilderness urbane” descritte da questi autori sono una cosa buona, ma in Europa noi rischiamo di creare una confusione tra la filosofia wilderness ed il criterio che un’Area Wilderness deve essere un ampio ininterrotto spazio di ambiente naturale. Lo spirito del Wilderness Act americano e del suo successivo East Wilderness Act sono la strada da percorrere in Italia ed in Europa. Se i Parchi Nazionali ed altre aree protette vogliono avere delle Aree Wilderness al loro interno, esse devono essere formalmente designate dagli organismi che le gestiscono. Altrimenti non saranno Aree Wilderness, perché la sussistenza di un valore geografico definibile wilderness non significa avere un’Area Wilderness designata per legge, decreto od altro atto formale che ne indirizzi anche la gestione in questo senso. In Italia ed in altre nazioni europee, molti degli ambientalisti non sono realmente interessati alla preservazione della wilderness. Pochi sono quelli realmente interessate a questa forma di preservazione. La stragrande maggioranza degli ambientalisti italiani sono solo degli animalisti che amano il lupo, l’orso o altre specie, ma non abbastanza il loro habitat. Essi sono solo interessati alla protezione della fauna, e non si battono abbastanza contro la costruzione di strade che spezzano sempre più il suo habitat, né per bloccare l’uso turistico di massa di questi habitat, il quale è anzi troppo spesso accettato perché ritenuto “ecocompatibile”. Ecco, quindi, che c’è ancora molto lavoro da fare se vogliamo costruire un vero Concetto di Wilderness per l’Europa centrale; se vogliamo ottenere alcune reali Aree Wilderness europee. Franco Zunino Segretario AIW | |
lunedì 17 maggio 2010
Edward Abbey e il significato profondo della Wilderness
fonte http://www.wilderness.it/
Saggio tratto da libro Desert Solitarie (DESERTO SOLITARIO, Franco Muzzio Editore - Padova 1993). Libro che in America è ritenuto un classico dell’ambientalismo impegnato. Una delle principali opere sulla Wilderness e sull’importanza della sua conservazione, scritta dal fondatore della più intransigente associazione che la difende: Earth First!
Terre selvagge. La stessa espressione è musica.
Terre selvagge, terre selvagge... A mala pena capiamo il significato di queste due parole, ma il loro suono attira tutti coloro i cui nervi e le cui emozioni non sono state ancora irreparabilmente intronate, tramortite, intontite dalle lagne del mondo commerciale, dalla faticosa lotta per il profitto ed il dominio. Perché tanta seduzione nelle sole parole? Cosa significano veramente? Possono le terre selvagge essere definite, usando la terminologia adottata dalle autorità competenti, semplicemente come “Un’area di almeno duemila ettari contigui non attraversata da strade”? (1) Questo può essere un tentativo di definizione di minima, ma non è sufficiente; quelle due parole racchiudono significati più profondi.
Potremmo dire, è una supposizione, che le terre selvagge evocano nostalgia, una nostalgia giustificata, non semplicemente sentimentale, dell’America perduta che i nostri antenati conobbero. Le parole suggeriscono cose passate e sconosciute, le viscere della terra da cui tutti noi proveniamo. Significano qualcosa di perduto e qualcosa di ancora esistente, qualcosa di lontano ma allo stesso tempo intimo, qualche cosa sepolta nel nostro sangue e nelle nostre fibre, che va oltre il nostro essere e che non ha limiti. Una visione romantica, ma non per questo da buttare via. La visione romantica, sebbene non sia una spiegazione completa, è una parte necessaria di essa.
Ma l’amore per la natura selvaggia è più che un ardente desiderio di ciò che non può mai essere raggiunto; è anche una forma di lealtà verso la terra, la terra che ci ha procreati e ci mantiene, l’unica patria che avremo mai, l’unico paradiso di cui abbiamo bisogno, se solo avessimo occhi per vederlo. Il peccato originale, il vero peccato originale, è la distruzione cieca, dettata dall’ingordigia, di questo paradiso naturale che ci circonda, se solo ne fossimo degni.
Quando parlo di paradiso io intendo Paradiso in senso totale, non il banale Paradiso dei santi. Quando scrivo”paradiso” non penso solo ad alberi di melo e donne bellissime ma anche a scorpioni, tarantole e mosche, a serpenti a sonagli e a lucertole velenose, a tempeste di sabbia, vulcani e terremoti, a batteri e a orsi, a cactus, yucca, bladderweed, ocotillo e mesquite, a inondazioni istantanee e sabbie mobili, e sì, alle malattie e alla morte e all’imputridire della carne.
Il paradiso non è un giardino di beatitudine e di perfezione immutabile dove i leoni se ne stanno buoni, sdraiati come agnelli (cosa mangerebbero?) e gli angeli, i cherubini e i serafini volteggiano in circolo continuamente e stupidamente, come un meccanismo, intorno a un Motore Immobile ugualmente vacuo e assurdo, per quanto beato. (Giocate sicuri; adorate solo in senso orario; divertiamoci tutti assieme). Quella fantasia accuratamente dipinta di un regno al di là del tempo e dello spazio che Aristotele e i Padri della Chiesa hanno cercato di rifilarci, ai nostri giorni ha incontrato solo indifferenza e negligenza, cadendo a pieno diritto nell’oblio che meritava, mentre il Paradiso di cui parlo io e di cui voglio tessere l’elogio è qui con noi, è dove siamo e nel momento in cui vi siamo, è la stessa terra tangibile e dogmaticamente reale che calpestiamo.
Coloro che si considerano più realisti del re ci direbbero sicuramente che il culto della natura allo stato primitivo è possibile solo in un’atmosfera di comodità e sicurezza e che quindi non fu coltivato dai pionieri che conquistarono metà di un continente con i loro fucili, aratri e filo spinato. E vero? Prendiamo in esempio i sentimenti di Charles Marion Russel, l’artista cow boy (2), citati nel volume di John Hutchenes, One Man’s Montana (Il Montana di un solo uomo): “Mi hanno chiamato pioniere. Secondo il mio libro un pioniere è uno che viene in un paese vergine, sistema dappertutto trappole per catturare gli animali da pelliccia, uccide tutte le bestie selvatiche, abbatte tutti gli alberi, fa distruggere tutta l’erba dal bestiame, dissotterra di tutto per arare la terra, e stende dieci milioni di miglia di filo spinato (3). Un pioniere distrugge tutto e chiama quest’operazione civilizzazione”.
Altri che affrontarono difficoltà e privazioni indicibili non meno dure di quelle degli uomini della frontiera furono John Muir, H.D. Thoreau, John James Audubon e il pittore George Catlin (4), che vagarono a piedi per gran parte del nostro paese e vi trovarono qualcosa di più che semplice materia grezza da sfruttare economicamente.
Un sesto esempio, quello che preferisco, è naturalmente il Maggiore J. Wesley Powell (5), un veterano della Guerra Civile con un solo braccio che, seduto su una sedia legata al ponte di una piccola imbarcazione di legno, guidò un gruppo di uomini coraggiosi nell’esplorazione dei canyon sconosciuti dei fiumi Green, Grand e Colorado. Nel suo primo viaggio Powell impiegò tre mesi a raggiungere l’imbocco del Gran Canyon, dove adesso c’è il Lago Mead , partendo dalla cittadina di Green River, in Wyoming. In quel lasso di tempo lui e i suoi uomini dovettero sopportare un numero non indifferente di spiacevoli esperienze, compresa la perdita di un’imbarcazione, la fatica indicibile di calare le barche con le corde giù per rapide terribili, la farina ammuffita e la carenza di carne, il caldo ed il freddo intensi, le malattie, la costante paura che si ha di ciò che non si conosce, l’incertezza di farcela, la possibilità costante che dietro la prossima curva del canyon potessero incontrare rischi peggiori di quelli che avevano dovuto affrontare fino a quel momento. Alla lunga questa pressione psicologica divenne insostenibile per tre degli uomini di Powell; verso la fine del viaggio quei tre abbandonarono la spedizione e tentarono di ritornare nelle civiltà da soli, via terra, e furono tutti e tre uccisi dagli indiani.
L’impressione che Powell riportò dei recessi più reconditi del Grand Canyon fu quella di un mondo sotterraneo terribile e cupo, scenario di tanta sofferenza fisica e mentale per lui stesso e per i suoi compagni, ma ciò nonostante e nonostante tutto quello che gli era capitato nelle sue esplorazioni, avrebbe scritto del canyon nel suo complesso con tono panegirico.
“Le glorie e le bellezze della forma, del colore e del suono si uniscono nel Grand Canyon, forme che non hanno rivali neanche in quelle delle montagne, colori che competono con quelli del tramonto, e suoni che abbracciano l’intero diapason, da quello della tempesta a quello dell’isolato ticchettio che goccia di pioggia, da quello delle cataratte a quello della fontana che gorgoglia...
“Non si può avere una visione unica del Grand Canyon, come se fosse uno spettacolo immutabile davanti al quale si può sollevare un sipario; per vederlo veramente bisogna faticare mese dopo mese attraverso i suoi labirinti. E’ una regione più difficile da attraversare delle Alpi o dell’Himalaya, ma se si hanno resistenza e coraggio sufficienti ad affrontare questo impegno, allora con il duro lavoro di un anno si può raggiungere un’idea di sublime che mai più potrà essere uguagliata, né da questo né dall’altro lato del Paradiso”.
No, la natura selvaggia non è un lusso, ma una necessità dello spirito umano, vitale per le nostre esistenze quanto l’acqua e il buon pane. Una civiltà che distrugge quel poco che rimane di essa, di quello che si è conservato nel tempo, delle cose che erano in origine, si separa volutamente dalle sue radici e tradisce il principio stesso su cui essa si basa.
Note della redazione
(1) Si fa riferimento al Wilderness Act, la legge americana che tutela le Aree Wilderness.
(2) Charles Marion Russel è stato uno dei pittori che sul finire dell’epopea western divenne famoso per i suoi dipinti e disegni illustranti aspetti della vita di frontiera (cow boys, indiani, “soldati blu”, conflitti e scene di vita, paesaggi ed animali). A lui è dedicato un National Wildlife Range (area protetta per la fauna, in parte anche Area Wilderness) lungo il Fiume Missouri, nel Montana.
(3) Si fa riferimento alle recinzioni con cui furono suddivise le praterie per adibirle al pascolo del bestiame.
(4) Dei primi due si vedano gli articoli biografici apparsi in Wilderness/Documenti Nn. 4/1999 e 4/1996. Audubon è il noto naturalista americano di due secoli or sono, al quale si devono le prime descrizioni ed illustrazioni di gran parte degli uccelli nordamericani. A lui è dedicata la storica e famosa National Audubon Society, spesso citata in Wilderness/Documenti. Dell’ultimo si veda l’articolo biografico apparso in Wilderness/Documenti N. 4/1998.
(5) Come scrive l’autore, il Maggiore Powell è stato il primo a discendere il Fiume Colorado ed il Gran Canyon, e per tale ragione ritenuto tra i grandi esploratori americani che “vissero” effettivamente lo stato di wilderness di quel paese, quali: Cabeza De Vaca, Jedediah Smith, Lewis & Clark ed altri minori.
domenica 16 maggio 2010
Come apparirà il centro polifunzionale di Campo Tenese...
Ecco come dovrebbe apparire il centro polifunzionale. Come si vede l'opera si rifà allo spirito di Arte Pollino, essendo un'opera faraonica, costosa e in linea con le nuove tendenze dellArt in Nature. L'edificio sarà autonomo energeticamente, sfruttando fonti rinnovabili: questa caratteristica richiama invece la vulgata attuale dei Parchi come aree di sperimentazione delle energie rinnovabili, con cui ci siamo confrontati a proposito delle vicende sulla Centrale Enel a biomasse nella Valle del Mercure. L'opera si ispira alle cataste di legna dei contadini ed utilizzerà a quanto pare legna "vera" (dove li prenderemo tronchi così lunghi?). La trovata più geniale è la possibilità di salire sul tetto dell'edificio per... osservare le montagne!
sabato 8 maggio 2010
Sui sentieri del Pollino- la sentieristica come patrimonio culturale da tutelare e via d'accesso alla conoscenza interiore della montagna
sul sentiero della Gola di Barile, alle porte di uno scenario grandioso - foto Vincenzo A.
I sentieri del Pollino si configurano come un'immensa rete che percorre valli, fianchi e creste montane... che attraversa pascoli e immense foreste. I sentieri del Pollino in passato erano usati da pastori, mulattieri e cacciatori: ad essi dobbiamo l'ideazone di questi percorsi che se in passato erano utilizzati per esigenze pratiche, oggi rappresentano le vie d'accesso alle grandi bellezze naturali del Pollino. I sentieri mi hanno permesso di attraversare gli angoli più suggestivi del massiccio... e la memoria, quando sto in cammino, va proprio a quella gente e alla dura esistenza che conduceva sulle montagne. Mi ha fatto sempre rabbia vedere un sentiero in cattivo stato o coperto dalla vegetazione. Basterebbe una periodica manutenzione per evitare che i sentieri scompaiano. I sentieri permettono di non perdersi, di non farsi male e svolgono anche una grande funzione ecologica perchè evitano il calpestio. Esistono sentieri che non vengono più utilizzati e che andrebbero ripristinati. Comunque, almeno quelli principali devono essere tutelati e valorizzati. Altri sentieri nuovi possono essere ideati, a patto che si coinvolgano personalità competenti in tale lavoro (guide ufficiali). La sentieristica, come a volte è successo, non può essere affidata alla direzione di architetti ed ingegneri che spesso non hanno nemmeno esperienze escursionistiche della montagna. Porto la mia esperienza. I sentieri bisogna prima percorrerli, anche quando la loro traccia è flebile, per poi poterli ripristinare. Bisogna conoscere le aree che essi attraversavano. In parole povere bisogna conoscere la montagna... e per conoscere la montagna bisogna esplorarla, con gradualità, spinti dalla passione e dalla curiosità, ma sempre con un profondo senso di rispetto. Solo chi vive la natura e la montagna può capire l'importanza che ha un semplice sentiero nei boschi. Nel grigio gergo alpinistico i sentieri spesso rappresentano solo l' "avvicinamento". Ma un sentiero è qualcosa di più di un avvicinamento. Recentemente l'Ente Parco ha deciso di attuare i lavori di manutenzione della sentieristica. I lavori purtroppo sono stati affidati ad una Società esterna, tuttavia questa ha pensato bene di affidarli alla supervisione di guide ufficiali (come Braschi) e altre del C.A.I. Almeno in questo caso, si è presa una saggia decisione, appunto perchè si sono coinvolte le guide. Non è bello vedere i sentieri abbadonati e invasi dalla vegetazione (come non è bello, si badi bene, vederli di contro ipersegnalati, ovvero segnalati anche quando non è necessario, e invasi da cartelloni pieni di bollini e numeretti!). Un esempio dell'ottimo lavoro svolto dal "Maestro" e amico Braschi è rappresentato dai nuovi sentieri di Timpa della Madonna di Pollino: poco invasivi, si armonizzano perfettamente con i luoghi suggestivi che percorrono, consentendo l'immersione nella natura selvaggia del Pollino, nei suoi anfratti più maestosi.
I sentieri del Pollino si configurano come un'immensa rete che percorre valli, fianchi e creste montane... che attraversa pascoli e immense foreste. I sentieri del Pollino in passato erano usati da pastori, mulattieri e cacciatori: ad essi dobbiamo l'ideazone di questi percorsi che se in passato erano utilizzati per esigenze pratiche, oggi rappresentano le vie d'accesso alle grandi bellezze naturali del Pollino. I sentieri mi hanno permesso di attraversare gli angoli più suggestivi del massiccio... e la memoria, quando sto in cammino, va proprio a quella gente e alla dura esistenza che conduceva sulle montagne. Mi ha fatto sempre rabbia vedere un sentiero in cattivo stato o coperto dalla vegetazione. Basterebbe una periodica manutenzione per evitare che i sentieri scompaiano. I sentieri permettono di non perdersi, di non farsi male e svolgono anche una grande funzione ecologica perchè evitano il calpestio. Esistono sentieri che non vengono più utilizzati e che andrebbero ripristinati. Comunque, almeno quelli principali devono essere tutelati e valorizzati. Altri sentieri nuovi possono essere ideati, a patto che si coinvolgano personalità competenti in tale lavoro (guide ufficiali). La sentieristica, come a volte è successo, non può essere affidata alla direzione di architetti ed ingegneri che spesso non hanno nemmeno esperienze escursionistiche della montagna. Porto la mia esperienza. I sentieri bisogna prima percorrerli, anche quando la loro traccia è flebile, per poi poterli ripristinare. Bisogna conoscere le aree che essi attraversavano. In parole povere bisogna conoscere la montagna... e per conoscere la montagna bisogna esplorarla, con gradualità, spinti dalla passione e dalla curiosità, ma sempre con un profondo senso di rispetto. Solo chi vive la natura e la montagna può capire l'importanza che ha un semplice sentiero nei boschi. Nel grigio gergo alpinistico i sentieri spesso rappresentano solo l' "avvicinamento". Ma un sentiero è qualcosa di più di un avvicinamento. Recentemente l'Ente Parco ha deciso di attuare i lavori di manutenzione della sentieristica. I lavori purtroppo sono stati affidati ad una Società esterna, tuttavia questa ha pensato bene di affidarli alla supervisione di guide ufficiali (come Braschi) e altre del C.A.I. Almeno in questo caso, si è presa una saggia decisione, appunto perchè si sono coinvolte le guide. Non è bello vedere i sentieri abbadonati e invasi dalla vegetazione (come non è bello, si badi bene, vederli di contro ipersegnalati, ovvero segnalati anche quando non è necessario, e invasi da cartelloni pieni di bollini e numeretti!). Un esempio dell'ottimo lavoro svolto dal "Maestro" e amico Braschi è rappresentato dai nuovi sentieri di Timpa della Madonna di Pollino: poco invasivi, si armonizzano perfettamente con i luoghi suggestivi che percorrono, consentendo l'immersione nella natura selvaggia del Pollino, nei suoi anfratti più maestosi.
Proprio pensando all'opera di Braschi voglio aprire una breve riflessione. Il libro di Braschi, "Sui Sentieri del Pollino" bisognerebbe rileggerlo sempre.
Nessuna opera successiva sul Pollino è riuscita ad eguagliarlo. In questo libro erano delineati quegli itinerari che permettevano, con le dettagliate descrizioni e le bellissime foto dell'autore, di avvicinarsi alla natura selvaggia del Pollino. Non era una semplice guida turistica, ma un libro di fotografia e di storia, di poesia, di geologia.. e anche un manuale di trekking dettagliatissimo. Era qui accennato il concetto di Wilderness, nato in America, che esprime "sia una condizione geografica che uno stato d'animo", che si adatta perfettamente all'esperienza del Pollino. Anche per questo nel libro di Braschi la pratica sportiva non era mai vista come fine a se stessa, ma solamente come mezzo per avvicinarsi alla wilderness del Pollino. In Braschi l'escursione non è una sfida al superamento del limite, ma un'esperienza di immersione totale nella natura, in cui è sempre la dimensione interiore a prevalere. Ecco perchè Braschi insiste sulla semplice escursione, facile o difficile che sia, senza ricorrere a tecnicismi e categorizzazioni sportive. Anche per quanto riguarda il turismo invernale, Braschi individuava lo scialpinismo come sport principale per godere delle bellezze della montagna in inverno, accanto all'alpinismo facile. Sport che rispettano la dimensione selvaggia della montagna e che sono l'esatto opposto di quella banalizzazione della montagna evocata bene da piste da sci con impianti di risalita, strade, funivie e altra ferraglia, nuovi rifugi d'alta quota, i quali rappresentano la negazione di quel "valore wilderness" evocato così bene dalla descrizione degli immensi tesori naturalistici del Pollino. Ma oggi devo rilevare che cominciano a circolare anche sul Pollino voci circa la necessità di "strutture" come opere d'arte postmoderne, funivie e impianti di risalita, al fine di promuovere lo sviluppo turistico sul Pollino. Non è questa la strada, ma quella indicata da Braschi nel suo libro: se i risultati non sono stati raggiunti non è certo colpa di chi si è battuto per la tutela della natura contro il turismo di massa, ma per una serie di circostanze sfavorevoli, tra le quali non ultima riguarda la cattiva gestione del Parco Nazionale. L'opera di Braschi era diretta non solo ai turisti, ma anche e soprattutto alle comunità locali, perchè diventassero i custodi gelosi del Pollino e dei suoi grandi tesori naturalistici e culturali. Penso che Braschi abbia raggiunto l'obiettivo, perchè dalla mia esperienza posso affermare che molti (soprattutto giovani) "pollinesiani" amino, e in maniera disinteressata, la propria terra.
L'opera di Braschi voleva promuovere un tipo di turismo di qualità, selettivo e rispettoso dell'ambiente. Purtroppo il Pollino dopo l'istituzione del Parco non ha vissuto una stagione particolarmente felice: spopolamento, a seguito di un turismo che non decolla e della progressiva scomparsa delle attività economiche tradizionali, inefficienze nella gestione del Parco, con amministrazioni che a tutto hanno pensato fuorchè alla tutela e allo sviluppo della nostra montagna, danni ambientali e rischi legati alla speculazione. Il Pollino ha però ancora oggi tutte le potenzialità per risorgere e se vogliamo tutelarlo e promuoverlo dobbiamo ricominciare proprio da quello spirito che pervadeva "Sui sentieri del Pollino": la capacità di "vedere" il paradiso che abbiamo sotto gli occhi. La capacità di promuovere uno sviluppo sano, che valorizzi le risorse paesaggistiche, agricole, culturali, gastronomiche e che permetta alla nostra gente di vivere e lavorare sulla terra dei propri avi. Certo, sono solo aspirazioni ideali che contrastano aspramente con la dura realtà della vita nei nostri paesini, fatta di spopolamento, povertà ed emigrazione (se non di vera e propria emarginazione). Ma solo da questa consapevolezza può risorgere una prospettiva di rinascita della nostra terra. Percorriamoli sempre, allora, i sentieri del Pollino, e ci accorgeremo come essi siano le vie principali per accedere al cuore, all' essenza, della nostra straordinaria montagna...
Nessuna opera successiva sul Pollino è riuscita ad eguagliarlo. In questo libro erano delineati quegli itinerari che permettevano, con le dettagliate descrizioni e le bellissime foto dell'autore, di avvicinarsi alla natura selvaggia del Pollino. Non era una semplice guida turistica, ma un libro di fotografia e di storia, di poesia, di geologia.. e anche un manuale di trekking dettagliatissimo. Era qui accennato il concetto di Wilderness, nato in America, che esprime "sia una condizione geografica che uno stato d'animo", che si adatta perfettamente all'esperienza del Pollino. Anche per questo nel libro di Braschi la pratica sportiva non era mai vista come fine a se stessa, ma solamente come mezzo per avvicinarsi alla wilderness del Pollino. In Braschi l'escursione non è una sfida al superamento del limite, ma un'esperienza di immersione totale nella natura, in cui è sempre la dimensione interiore a prevalere. Ecco perchè Braschi insiste sulla semplice escursione, facile o difficile che sia, senza ricorrere a tecnicismi e categorizzazioni sportive. Anche per quanto riguarda il turismo invernale, Braschi individuava lo scialpinismo come sport principale per godere delle bellezze della montagna in inverno, accanto all'alpinismo facile. Sport che rispettano la dimensione selvaggia della montagna e che sono l'esatto opposto di quella banalizzazione della montagna evocata bene da piste da sci con impianti di risalita, strade, funivie e altra ferraglia, nuovi rifugi d'alta quota, i quali rappresentano la negazione di quel "valore wilderness" evocato così bene dalla descrizione degli immensi tesori naturalistici del Pollino. Ma oggi devo rilevare che cominciano a circolare anche sul Pollino voci circa la necessità di "strutture" come opere d'arte postmoderne, funivie e impianti di risalita, al fine di promuovere lo sviluppo turistico sul Pollino. Non è questa la strada, ma quella indicata da Braschi nel suo libro: se i risultati non sono stati raggiunti non è certo colpa di chi si è battuto per la tutela della natura contro il turismo di massa, ma per una serie di circostanze sfavorevoli, tra le quali non ultima riguarda la cattiva gestione del Parco Nazionale. L'opera di Braschi era diretta non solo ai turisti, ma anche e soprattutto alle comunità locali, perchè diventassero i custodi gelosi del Pollino e dei suoi grandi tesori naturalistici e culturali. Penso che Braschi abbia raggiunto l'obiettivo, perchè dalla mia esperienza posso affermare che molti (soprattutto giovani) "pollinesiani" amino, e in maniera disinteressata, la propria terra.L'opera di Braschi voleva promuovere un tipo di turismo di qualità, selettivo e rispettoso dell'ambiente. Purtroppo il Pollino dopo l'istituzione del Parco non ha vissuto una stagione particolarmente felice: spopolamento, a seguito di un turismo che non decolla e della progressiva scomparsa delle attività economiche tradizionali, inefficienze nella gestione del Parco, con amministrazioni che a tutto hanno pensato fuorchè alla tutela e allo sviluppo della nostra montagna, danni ambientali e rischi legati alla speculazione. Il Pollino ha però ancora oggi tutte le potenzialità per risorgere e se vogliamo tutelarlo e promuoverlo dobbiamo ricominciare proprio da quello spirito che pervadeva "Sui sentieri del Pollino": la capacità di "vedere" il paradiso che abbiamo sotto gli occhi. La capacità di promuovere uno sviluppo sano, che valorizzi le risorse paesaggistiche, agricole, culturali, gastronomiche e che permetta alla nostra gente di vivere e lavorare sulla terra dei propri avi. Certo, sono solo aspirazioni ideali che contrastano aspramente con la dura realtà della vita nei nostri paesini, fatta di spopolamento, povertà ed emigrazione (se non di vera e propria emarginazione). Ma solo da questa consapevolezza può risorgere una prospettiva di rinascita della nostra terra. Percorriamoli sempre, allora, i sentieri del Pollino, e ci accorgeremo come essi siano le vie principali per accedere al cuore, all' essenza, della nostra straordinaria montagna...
venerdì 7 maggio 2010
Una proposta indecente - Una funivia... sulle gole del Raganello
Ecco le proposte che si vociferano per lo "sviluppo" del Parco del Pollino. La bella trovata è stata avanzata su un numero della rivista italo albanese "Paese Nostro- Civita Albanese" e riguarda il ripristino di una funivia a scopi turistici, che banalizzerebbe e deturperebbe uno dei posti più belli e selvaggi del Pollino. E' stato fatto tanto per tutelare il Pollino, e adesso si vorrebbe ripristinare, creandola ex novo, una funivia costruita per tutt'altri fini nel lontano passato? Che facciamo, ripristiniamo pure tutte le teleferiche usate in passato per lo sfruttamento forestale? Molta gente non ha capito che promuovere il Pollino significa conservarne gli spazi incontaminati, non inventarsi queste trovate balzane. Ognuno ha il diritto di fare le proposte che crede, ma noi abbiamo il dovere sacrosanto di contestarle!
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