"A patriot must always be ready to defend his country against his governement"
(Edward Abbey)

mercoledì 30 giugno 2010

Orsi, lupi e pastori - Le proposte di Wilderness

                                                      lupo ucciso a fucilate: fonte internet

Comunicato stampa di F.Zunino, Segretario Aiw: le proposte di wilderness sul rapporto tra pastorizia e grandi predatori. Nel testo si espongono le principali proposte che consentano l'armonizzazione tra le esigenze della pastorizia e  la sopravvivenza dei grandi predatori (nel testo il grassetto è mio ndr). 

Indio

SALVIAMO ORSI E LUPI INDENIZZANDO I PASTORI E GLI ALLEVATORI

Le leggi per indennizzare i pastori e gli allevatori in genere dei danni che subiscono a causa della predazione di lupi ed orsi sono ormai datate di decenni. Quando furono approvate sembrò un successo, la soluzione dei conflittuali problemi che da sempre avevano diviso il mondo rurale della montagna appenninica da quello ambientalista di città strenuo difensore di orsi e lupi e della fauna selvatica in genere. Purtroppo queste leggi hanno solo alleviato il problema, perché ci ha poi pensato la burocrazia a complicare le cose, rallentando le pratiche per ottenere i risarcimenti, consentendo un cavillare che ha spesso impedito un pronto intervento e, soprattutto, un equo rimborso dei danni subiti. Difatti, le leggi non prevedono mai i danni indiretti (esempio, la perdita di agnelli per armenti gravidi o la mancata crescita di agnelli e vitelli), come mai il danno viene conteggiato secondo il reale prezzo di mercato.
Ma questo sarebbe il meno. Il problema è che spesso, per varie ragioni (ed è il caso, qui, di dire, di “lana caprina”) non tutti i danni sono indennizzati; poi ci sono i ritardi dei pagamenti, ritardi che diventano insopportabili da pastori ed allevatori che si ritengono ingiustamente danneggiati.
In Abruzzo è recente la protesta, quasi un “gridare nel deserto”, di allevatori che hanno subito danni di decine di capi da lupi ed orsi e che per ignote ragioni (almeno all’opinione pubblica) non sono indennizzati. E’ recente la protesta di allevatori che lamentano addirittura anche il ritardo dei sopralluoghi da parte degli agenti preposti (veterinari, guardaparco e guardie forestali), con esposti finanche all’autorità giudiziaria a tutela dei loro diritti. Vero è che spesso questi allevatori non possono propriamente dirsi rigidi al rispetto delle regolamentazioni ambientali in merito all’uso dei pascoli loro assegnati; forse vero anche che in alcuni casi non di lupi ed orsi si tratti, ma di cani malnutriti o ipotetici “randagi o inselvatichiti”. Ma se non vogliamo presto leggere di nuove notizie di orsi e lupi avvelenati od impallinati è necessario che le autorità: mettano da parte le loro remore sull’indennizzare o meno un certo danno solo per i dubbi in merito all’animale predatore che lo ha causato o per altre ragioni; provvedano severamente a disciplinare il pascolo almeno nelle aree protette, possibilmente favorendo quello ovino (magari con incentivi) a quello equino e bovino, più impattante sull’ambiente e di minore utilità trofica per la fauna selvatica; puniscano severamente chi non rispetta le regole, ma anche rimborsino immediatamente e completamente i danni a chi li subisce.
Ritardare i sopralluoghi quando sono prontamente segnalate le uccisioni di capi di bestiame, cavillare sul fatto se trattasi o meno di lupo o di cane o se poteva o meno pascolare in certe aree è un modo perfetto per incattivire persone già predisposte a difendere i loro armenti con propri mezzi. Ed incattivire e rendere nemico dichiarato di lupi ed orsi un allevatore è il miglior modo per spingerlo ad atti di autodifesa di propri diritti ed interessi; atti che rischiano di portare all’estinzione se non il lupo, almeno l’orso marsicano. Poi sarà solo inutile, di scarsa soddisfazione e costoso, dargli la caccia giudiziaria!
I pastori e gli allevatori possono essere i migliori amici di lupi ed orsi, ma anche possono trasformarsi nei loro peggiori nemici, come si è già visto nel recente passato. Pensare solo a punire i colpevoli di misfatti dopo che questi si sono verificati serve a poco ed ha dei costi non indifferenti; soprattutto oggi che anche la sola perdita di un individuo di orso bruno marsicano mette a rischio la sopravvivenza della popolazione. Indennizzare sempre e comunque i pastori e gli allevatori per i danni che denunciano, saldando loro il prezzo reale di queste perdite è il migliore modo per ridurre quella di orsi e di lupi. Un modo anche per preservare una ruralità che sta sempre più sparendo, a danno anche della biodiversità dell’Appennino. Far divenire i pastori i migliori amici dell’orso è anche un modo per salvarlo. Non pagare la perdita di un capo per controversie in merito sul chi lo abbia ucciso, pagare male e/o pagare in ritardo i danni subiti da un allevatore è come non pagare; perché non si allevia la sua rabbia né l’istinto di rivalsa verso gli animali predatori.
IL SEGRETARIO GENERALE
F.to Franco Zunino

venerdì 25 giugno 2010

Piano del Cambio, Orsomarso: tagli distruttivi in piena zona 1

Appassionati escursionisti del Pollino segnalano un nuovo scempio in località Piano del Cambio, nei Monti dell'Orsomarso (Valle del Fiume Argentino). Si tratterebbe di ettari di tagli boschivi attuati in piena zona 1, in un'area selvaggia, che dovrebbe essere protetta da severi vincoli ambientali e paesaggistici. Come si può notare dalla foto allegate è stato compiuto un vero e proprio disastro.   Nel bosco si snoda un itinerario escursionistico: "dal Conte Orlando al Palanuda": i visitatori dell'Orsomarso non saranno contenti di questo nuovo scempio. Già alcuni appassionati e cittadini del Pollino stanno mandando mail di protesta all'Ente Parco del Pollino (Email: ente@parcopollino.it ). Non lasciamo al degrado e alla speculazione le nostre montagne: difendiamole e riappropriamoci del nostro territorio con la vigilanza  e la partecipazione pubbliche e democratiche!
Indio

foto: fonte riservata


giovedì 24 giugno 2010

Wilderness e Spiritualità, intervento all'Onu di Franco Zunino 09/06/2009

Devil's Tower, un luogo sacro ai Lakota, nelle Black Hills.
 Sotto: 1.Charles Hestman, (Ohiyesa), grande voce del popolo pellerossa 2. Il Sacred Circle interpretato da un'artista contemporanea, Bev Doolittle 3. Pini loricati su Serra Crispo - foto by Indio 4. Aldo Leopold, uno dei padri dell'ambientalismo 5. Sigurd Olson.

L'intervento all'Onu di Franco Zunino, uno dei suoi testi migliori, incentrato sul legame uomo-natura e sull'importanza che la wilderness riveste per l'accrescimento interiore dell'individuo.
Indio

WILDERNESS E SPIRITUALITA'
L’Uomo quale armonica parte inseparabile del mondo naturale e il mondo naturale come luogo per la sua soddisfazione spirituale.

 Intervento di FRANCO ZUNINO

Sede dell’ONU – Ginevra 9 Giugno 2009

Il Concetto di Wilderness ha le sue basi filosofiche nel pensiero di uomini quali Thoreau ed Emerson, che per primi trasformarono in una filosofia quello che è il sentimento che spinge l’uomo a cercare nella Natura delle soddisfazioni non solo materiali, ma anche spirituali, seppure abbia scoperto l’esigenza di quelle spirituali nel praticare quelle materiali. Ma queste basi nascevano però dall’esperienza e conoscenza che quei filosofi avevano del mondo ancora in gran parte primitivo in cui vivevano, quell’America allora agli albori della civiltà e della democrazia e da poco colonizzata, dove lo scontro tra civiltà era solo agli inizi.
 La spiritualità e la solitudine che Thoreau andò a cercare quando visse la sua esperienza di Walden,che poi lo rese famoso (dopo avere scritto e pubblicato l’omonimo saggio) (1), non era dissimile da quella delle genti native d’America; diverso era solo il substrato culturale.
 Ecco, quindi, che l’esempio più noto della filosofia Wilderness diffuso nella cultura occidentale è finito per divenire quello dei popoli pellerossa, che i colonizzatori bianchi scoprirono essere legati in modo inscindibile al mondo naturale selvaggio in cui vivevano e che loro scoprivano per la prima volta; quella selvaggità che definirono con la parola “wilderness”, ma che, per quei popoli che la wilderness vivevano, essa non aveva alcun senso, perché la wilderness dei “bianchi” era il loro mondo, il loro essere quotidiano, e, per loro, forse, “selvaggi” erano proprio i coloni che quel mondo non rispettavano e che volevano possedere materialmente, come poi, purtroppo possedettero!
 Charles A. Eastman (Ohiyesa), dei Sioux (Santee Dakota), era uno di quei “primitivi”. Anni dopo egli scrisse della sua “infanzia indiana” e di quella quotidianità nella natura selvaggia che i bianchi chiamavano wilderness, con un significato allora assolutamente negativo, come luogo orrido e vuoto, di solitudine, e che solo molto più tardi scoprirono essere errato, e condizionato dalla sovrastruttura culturale datagli dalla cosiddetta civiltà. Mi piace qui citare alcuni passaggi di quel libro dalla cui lettura si può comprendere il rapporto intimo che questo popolo aveva con l’ambiente e che, per la sua forza espressiva, evoca lo spirito Wilderness più di tanti saggi di eminenti filosofi e/o pensatori: l’uomo come membro del grande cerchio della vita, in uno scenario ancora integro ed autentico dove anche la felicità ne era una componente. La sua importanza nasce dal fatto che, pur pubblicato per la prima volta nel 1902, sembra scritto oggi da un filosofo che voglia enfatizzare l’antico rapporto di quel popolo col mondo della natura. In realtà, la profondità di quanto espressovi nasce proprio dalla sua autenticità, perché, piuttosto che di ricordi storici, Ohiyesa ci parla delle sue emozioni e sensazioni, che pur durarono solo fino a quindici anni, quando fu costretto a lasciare la sua terra natia per la civiltà dei bianchi. Tra le tante altre cose egli scrisse: «Mentre i nostri tepee sorgevano a grappoli lungo le propaggini della fitta foresta che riveste il pendio laterale della montagna, la scena sottostante si presentava gratificante a un occhio selvaggio. Gli ondulati gialli pendii erano macchiati di mandrie di bisonti. Sulle sponde dei torrenti che scorrevano giù per la montagna vi erano anche molti alci, che apparivano di solito alla mattina e alla sera, e sparivano nella foresta durante la parte più calda della giornata. Anche i cervi erano abbondanti, e i ruscelli pullulavano di trote. Qua e là i torrenti erano sbarrati dall’industrioso castoro. Nell’interno della foresta vi erano laghi con molte isole, dove l’alce, il wapiti, e gli orsi si trovavano in abbondanza e gli uccelli acquatici si riunivano qui in gran numero. Per me, da ragazzo, questo ambiente selvaggio era un paradiso. Era la terra dell’abbondanza. Per essere obiettivi, non avevamo nessuna delle sfarzosità della civiltà, ma avevamo ogni comodità e opportunità e sfarzosità della Natura. Avevamo anche il dono di godere della nostra buona fortuna, contro qualsiasi pericolo potesse essere in agguato su di noi; e la verità è che vivevamo nella più grande ignoranza di ogni tipo di vita che potesse essere migliore del nostro. (...) Di regola, i cacciatori partivano prima del sorgere del sole, e il guerriero che veniva annunciato attraverso il campo come il primo a tornare con un cervo sulle spalle era un uomo da invidiare. (...) Alla fine, nel tardo pomeriggio, tutti i cacciatori avevano fatto ritorno, e felicità e soddisfazione regnavano sovrane, in un modo che non ho mai osservato tra la gente bianca, persino nella migliore delle occasioni.» (1)
Ohiyesa dimostra così ancora oggi a noi, gente di tutto il mondo e di tutte le epoche successive, con messaggio che lui non sapeva essere tale, la grandezza della spiritualità del suo popolo, il sentirsi parte integrante di tutto ciò che li circondava e che li rendeva felici anche in uno stato che noi definiamo, ancora oggi, di indigenza, ma che tale non era per loro, che proprio nell’ignoranza culturale in cui vivevano (secondo i nostri criteri) avevano scoperto il segreto della felicità, invano da noi ricercato attraverso il danaro e le cose materiali.
La civiltà occidentale scoprì invece il valore spirituale della natura selvaggia, della wilderness, molto più tardi; la scoprì quando alcuni cominciarono ad accorgersi che la stavano perdendo per sempre, e con essa tutta la grande risorsa di biodiversità che la wilderness conteneva.
«La natura selvaggia è sia una condizione geografica che uno stato d’animo. Fa parte dell’eterna ricerca della verità che spinge l’uomo alla continua ricerca di se stesso e del suo creatore.» E’ questa la più bella definizione di quella che oggi in tanti definiscono filosofia Wilderness, una definizione che accomuna tutte le religioni e tutti i popoli del mondo. Essa è stata coniata da un anonimo funzionario del Servizio Forestale degli Stati Uniti d’America nel presentare una pubblicazione che illustrava quella che loro definiscono la “risorsa di wilderness”; cioè il complesso delle aree che in quel paese sono state e continuano ad essere preservate per il loro valore di per sé. Quella pubblicazione aveva per titolo “La ricerca della solitudine”, un bisogno interiore che la moderna civiltà spesso aborrisce, ma di cui l’uomo ha bisogno per ricreare lo spirito “ubriacato” dalle caotiche, inquinate e stressanti metropoli.
Quando nel 1977, in Sud Africa, si tenne il primo Congresso Mondiale sulla Wilderness, organizzato da Ian Player, il noto leader mondiale di questo movimento, l’allora capo del popolo Zulu Mangosuthu Buthelezi, oggi Presidente dello Stato del Kwa Zulu, ebbe a dire, nella sua prolusione al Congresso: «Credo che l’esperienza di wilderness sia necessaria allo sviluppo di tutti. Nella wilderness le barriere cadono e noi possiamo vederci l’un l’altro per quello che siamo e valiamo veramente. Se un numero sempre più numeroso di leader del mondo potesse incontrarsi nella tranquillità della wilderness, io credo che si svilupperebbe una maggiore comprensione tra i popoli.»
Oggi si parla della wilderness soprattutto come di luoghi da far rimanere selvaggi al fine di preservare la biodiversità del mondo; una decisione saggia e giusta, anche perché ormai molte delle aree protette sono per lo più gestite per fini tutt’altro che ambientalistici, bensì, specie nel mio Paese ma anche in gran parte dell’Europa, come aziende che producano posti di lavoro, turismo, e business, dove la conservazione della Natura, che pure doveva essere la priorità della loro istituzione, è lasciata all’ultimo posto. Allora ecco che le Aree di Wilderness, così come furono intese quando nel 1964 negli USA fu approvata la storica legge che in quel paese le difende, il Wilderness Act, si impongono anche come aree per difendere i Parchi e le altre aree protette dai governi e dai loro stessi gestori. Ed ecco che si preservano anche le ragioni spirituali dell’uomo, perché se è vero che ci si reca in natura per svago o per studio o anche per ricercare quelle risorse di vita di cui molti hanno bisogno, è anche vero che le emozioni e le sensazioni spirituali che ognuno di noi, ogni essere umano, prova quando si ritrova circondato dalla natura, finiscono per essere le vere ragioni per cui si praticano tutte quelle attività. Se ognuno di noi, di fronte a scenari naturali, a visioni di animali o di fiori o anche ad eventi quali il cadere della pioggia o della neve, o lo scorrere di un fiume, si chiedesse quali siano i sentimenti veri e primi del suo intimo, scoprirebbe che non i valori scientifici, non i valori materiali quale può essere la foto scattata, la soddisfazione fisica, o anche la preda raggiunta o la risorsa trovata, ma sono le emozioni che proviamo, quelle emozioni che ci restano dentro e che poi ci portiamo appresso e che anche a distanza di anni ci fanno ricordare luoghi e momenti piacevoli della nostra vita. Perché preservare i luoghi così come sono giunti a noi e come li ricordiamo è anche un poco - ed è l’unico modo che abbiamo -, per fermare il tempo; nulla è più triste e deprimente che ritornare in un luogo conosciuto ed amato e ritrovarlo stravolto, mutato, se non annichilito dallo sviluppo della società. L’unico modo che ogni generazione ha di lasciare una vera eredità a chi verrà dopo, affinché non siano dimenticate le radici del nostro essere, quelle radici wilderness che Aldo Leopold (uno dei padri del movimento conservazionista per la wilderness, che nella sua “Etica della terra” espresse le regole fondamentali dell’ambientalismo naturalistico) definì come «il materiale grezzo dal quale l’uomo ha ricavato il manufatto chiamato civiltà». Il concetto di Wilderness che è sprigionato dalla sua filosofia è proprio questo, un alt all’uomo imposto dallo stesso uomo, non già per penalizzarlo, ma per farlo crescere spiritualmente, per preservare con la natura selvaggia anche i valori spirituali che da essa l’uomo trae e di cui ha bisogno così tanto quanto del benessere fisico. Oggi Wilderness significa giustamente anche “forever wild”, luoghi da lasciare selvaggi per sempre, dove la vita naturale possa continuare il suo corso senza che l’uomo interferisca o la modifichi o la pieghi alle sue moderne esigenze materiali; luoghi dove la Natura deve restare prioritaria, la natura con tutte le sue prerogative e particolarità, che è poi, in fondo, la biodiversità.
Una società giusta non deve solo stabilire quanto e dove sviluppare, ma anche quanto e dove fermare lo sviluppo. Le aree di wilderness sono questi luoghi. «Una cosa è giusta quando tende a preservare l’integrità, la stabilità e la bellezza della comunità biologica. E’ invece sbagliata quando tende all’inverso», scrisse Aldo Leopold.
Nel mio Paese, ma anche forse in Europa, sono stato il primo a cercare di diffondere questa filosofia affatto antropocentrica, ma il cui risultato pratico senza l’uomo neppure avrebbe senso. Lo feci affascinato da quel concetto del “forever wild” che assicura ad alcuni luoghi una perpetuità di conservazione che nessuna legge al mondo ha assicurato come ha fatto il Wilderness Act americano.
Le idee di quelli che io oggi definisco i filosofi-pratici del conservazionismo americano portarono a questa legge. Se Aldo Leopold («La wilderness è una risorsa che può diminuire ma mai aumentare. Le distruzioni possono essere bloccate o limitate in maniera tale da rendere un’area ancora fruibile per la ricreazione o per la scienza, o per la fauna, ma la creazione di nuova wilderness nel vero senso della parola è impossibile») e Robert Marshall («C’è solo una speranza di respingere la tirannica ambizione della civiltà di conquistare ogni luogo della Terra. Questa speranza sta nell’organizzazione della gente più sensibile ai valori dello spirito, affinché combatta per la libera continuità della natura selvaggia») furono quelli che mi spinsero a fondare un’associazione per la Wilderness nel mio Paese, affinché si impegnasse per la designazione di quelle che oggi sono le prime vere Aree Wilderness del vecchio continente, e fu nel pensiero del più noto scrittore americano di natura selvaggia e delle emozioni che essa desta nell’animo umano, Sigurd Olson, che infine io ho trovato me stesso, le mie idee, la mia visione del mondo naturale, un mondo di cui avevo ed ho bisogno e di cui avrò bisogno spiritualmente anche il giorno che non potrò più viverlo. E ciò evidenzia a me stesso che alla conclusione della nostra vita i valori veri saranno per noi solo quelli spirituali che ci riportano al punto di partenza della vita. Alla Terra. Così egli ha scritto:
«Cosa mi ha spinto nei boschi in tutti questi anni è stato l’amore per la bellezza. Se io guardavo un castoro non era tanto il castoro ed il suo ambiente ad attrarmi, quanto la luce sullo specchio d’acqua, lo scuro mistero della foresta circostante, la simmetria della diga. Se stavo seguendo le tracce di un cervo, non erano tanto le abitudini del cervo quanto i panorami di cui potevo godere dalle colline ed attraverso gli alberi. Se erano delle anatre, era più di ogni altra cosa la visione del loro volo contro il tramonto od il loro buttarsi giù nelle risaie piuttosto che gli uccelli in se stessi. In altre parole, era la scena quale un tutt’uno che mi attraeva, e che io erroneamente confondevo con la passione verso le scienze naturali solamente per la mancanza di una spiegazione migliore».
Questa è la Wilderness. Questo è il senso della sua filosofia, una filosofia che ci riporta ad una spiritualità primitiva ma allo stesso modo rimasta immutata nell’animo dell’uomo. Essa non deve però essere avulsa dal suo concetto di conservazione. Perché “forever wild” è l’unico vero principio di conservazione che fa grande questa filosofia!

(1) Walden ovvero vita nei boschi, edito in Italia da Rizzoli.

(2) Il testo integrale da cui è stato tratto questo passo si può leggere in Wilderness/Documenti N. 2/2008


giovedì 17 giugno 2010

Protesta Associazione Wilderness Italia sulle opere d’arte contemporanea nel Parco Nazionale del Pollino

Wilderness - sez.Salerno - Domenica 20 Giugno A Casa del Conte (Pollino) Appuntamento 7:30 Si ripete lo scempio nel Parco Nazionale del Pollino. Interveniamo sullo scandaloso progetto relativo alla realizzazione di cinque “UOVA GIGANTI” in località Pietra Capavola (Gugno dell’Acero) in Comune di Terranova di Pollino,   NEL PARCO NAZIONALE DEL POLLINO;    iniziativa che rientrerebbe ancora una volta nel progetto “Arte Pollino” della Regione Basilicata,  che rappresenterebbe uno sfregio ad uno dei paesaggi wilderness più belli dell’intero Parco Nazionale!   CI RITROVIAMO A CASA DEL CONTE (POLLINO) DOMENICA 20 GIUGNO ORE 7:30 PER LA PROTESTA.   Lottiamo insieme per non perdere le Nostre vere opere d’arte, gli immensi tesori naturalistici, la ricchezza di biodiversità, la possibilità di sperimentare ancora oggi quelle sensazioni che si provano a contatto con la natura selvaggia!
Sezione AIW di Salerno

martedì 15 giugno 2010

Wilderness. Per l' orso bruno marsicano!

La tutela dell'orso bruno marsicano è una delle missioni che l'AIW sta portando avanti da anni. Purtroppo è recentemente avvenuta la scomparsa di altri due esemplari proprio in questi giorni, una madre col suo piccolo. Franco Zunino, uno dei primi studiosi dell'orso marsicano ed uno dei pionieri della sua conservazione, commenta l'accaduto proponendo strategie ed interventi concreti che possano dare un futuro alla sopravvivenza di questa specie, sempre più minacciata. L'orso bruno si ritrova nel logo dell'Associazione Italiana Wilderness. Tutelarlo e difenderlo rappresenta una delle nostre più importanti missioni. L'orso è il simbolo stesso di quella natura primitiva e selvaggia sempre più invasa dalla civiltà umana... con la sua progressiva scomparsa le terre d'Abruzzo non sarebbero più le stesse. Sarebbero montagne molto più malinconiche, povere e vuote, perchè spoglie delle orme di questo grande predatore, che rappresenta per gli abruzzesi e per tutti noi anche un importante valore d'affermazione identitaria...

Saverio De Marco, Wilderness Italia

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Ancora orsi morti


Erano nati dieci cuccioli d’orso, in Abruzzo, nel 2008, ed altri sei nel 2009. Tutti si erano illusi che fossero segni di una ripresa, quando in realtà rientravano solo nella norma, con una natalità variabile di anno in anno come sempre avviene in natura tra le popolazioni d’animali (ma anche in campo vegetale). Tutti illusi che quei 16 cuccioli sarebbero giunti all’età adulta, quando è notorio l’alto tasso di mortalità giovanile di questa specie, a fronte del baso indice di natalità. Infatti, di essi, forse solo la metà, o anche meno, giungeranno all’età adulta; ignorando, poi, la naturale (ma anche incidentale) mortalità di individui già adulti. Ed ecco, dopo la notizia delle morti dello scorso anno (almeno due esemplari), quella di due orsi annegati accidentalmente in una vasca per l’approvvigionamento di acque a sostegno della pastorizia d’alta quota: una femmina con un piccolo annegati per l’impossibilità di uscire dalla vasca in cui si sono buttati, forse per dissetarsi, in una zona notoriamente scarsa d’acque sorgive (ridicola l’ipotesi di una morte per un incauto “gioco” del cucciolo riportata dai soliti giornalisti antropocentrici!). Un incidente, è vero, ma anche un incidente causato dall’incuria dell’uomo e dalle sue alterazioni, perché quella vasca avrebbe dovuto avere una copertura che invece non aveva, in una delle zone più selvagge del pre-parco, nella Serra Lunga marsicano, dove un tempo c’erano solo sorgenti e nevai. Due orsi morti, che però ne configurano tre, perché è ovvio che un secondo cucciolo era già morto in precedenza (gli orsi partoriscono sempre due piccoli, ed eccezionalmente tre); ma anche un danno ben superiore se si pensa che si trattava di due femmine. Sintomatico notare il fatto che benché la colpa non fosse addossabile ai cacciatori, quasi sempre colpevolizzati anche quando non c’entrano nulla, alcuni giornali hanno trovato comunque il modo di prendersela con questa categoria, facendo cronistorie inesatte se non del tutto inventate per addossare a loro la morte dei tanti, troppi, orsi marsicani degli ultimi decenni. Questo, mentre le motivazioni per la rarefazione di questo fantastico animale sono ben altre. Difatti, negli ultimi decenni ben pochi degli orsi ritrovati morti possono essere addebitati all’attività venatoria, legale o illegale che sia. Eppure da tutte le autorità, dal mondo cosiddetto scientifico e dal movimento ambientalista, sempre è solo di ampliamento del Parco e di chiusura della caccia si sente parlare, come soluzioni atte a far aumentare la popolazione di questo animale, mentre servirebbe un larga ripresa delle coltivazioni nei fondovalle, un severo controllo del turistico escursionistico, una preservazione dell’habitat sempre più eroso da progetti di “consumo del territorio” (centrali eoliche e fotovoltaiche in primis), una drastica riduzione dei competitori alimentari quali sono i cinghiali (ma anche disturbatori ambientali, quale è il cervo), una incentivazione dell’allevamento ovino ed una riduzione di quello bovino ed equino estraneo all’antico mondo pastorale dell’Abruzzo (e comunque con un pronto ed equo indennizzo dei danni, che invece è tale solo sulla carta).

Ad ogni moria di individui di orso, ecco che tutti si allarmano, ecco che tutti propongono le soluzioni più disparate, mettendo spesso in pratica iniziative o inutili o di effetti di lunghissima data (come le piantagioni di meleti), ecco che le stesse autorità ed il mondo scientifico ritengono inutili iniziative ovvie come la ripresa delle coltivazioni o l’incremento della pastorizia ovina, o, peggio, continuano lo sperpero di danaro per inutili ricerche di biologia e tentativi di censimento: come se contare gli orsi fosse propedeutico alla crescita della popolazione! Sempre con il solito unico nemico da abbattere: il cacciatore! Ci auguravamo di non sentire anche questa volta il solito ritornello, e che quei provvedimenti veramente indifferibili più sopra elencati cominciassero seriamente ad essere presi senza guardare in faccia ai troppi interessi locali, affatto urgenti ed affatto necessari. Invece, niente o ben poco di tutto questo. E così assistiamo ogni anno da una parte ad una conta degli orsi vivi seguite da entusiastici annunci per natalità che rientrano nella norma (quando non sono inferiori a quelle che sarebbero necessarie), e dall’altra di una conta di quelli morti con i soliti annunci allarmistici volti più a difendere interessi di potere che non realmente l’Orso bruno! Ma il problema non è stabilire come siano morti questi ultimi orsi (sempre con la speranza di trovare segni di atti di violenza riferibili al mondo della caccia, come si è letto sui giornali!), ma evitare che ne muoiano altri e che si continui a perdere vitali metri quadrati del loro habitat.[ IL SEGRETARIO GENERALE Murialdo, 14 Giugno 2010 F.to Franco Zunino]

WWF Calabria, la Regione Calabria non autorizzi la centrale del Mercure

Il presidente del WWF Calabria, Beatrice Barillaro, ha scritto al Presidente della Regione ed agli assessori all’Ambiente ed alle Attività Produttive in merito alla centrale del Mercure auspicando che «la Regione non dia le autorizzazioni per la trasformazione dell’impianto a biomasse in un’area – afferma – che si trova tl centro del Parco nazionale del Pollino». «Il WWF – afferma Barillaro – ha già espresso in ripetute occasioni la sua contrarietà alla Centrale per motivi di difesa ambientale e per la tutela della salute e degli interessi economici degli abitanti del territorio del parco. E’ inammissibile che all’interno del più grande Parco naturale d’Europa sorga una centrale a biomasse di oltre 30 MW di potenza e che richiede enormi quantità di biomasse non reperibili in loco, a meno che non si vogliano tagliare i boschi e gli alberi secolari del Parco. In alternativa, il legname importato dall’estero verrebbe portato alla Centrale con 80 Tir al giorno in un’interminabile processione di fumi e di emissioni di anidride carbonica».

«Lo stesso WWF – fa rilevare Beatrice Barillaro – ha presentato nel passato osservazioni nei procedimenti relativi all’AIA e alle Valutazioni di incidenza rilevando che gli studi presentati dall’Enel erano piuttosto generici, senza reali approfondimenti sugli impatti della centrale sulla biodiversità dell’area al cui interno vivono numerose specie protette dalle Direttive europee (la lontra, il lupo, il capovaccaio e l’aquila reale solo per citarne alcune). Soprattutto gli studi non scioglievano i nodi relativi all’approvvigionamento del combustibile richiesto per l’esercizio dell’impianto». Secondo Barillaro, «è importante anche ricordare che il Consiglio direttivo del Parco Nazionale del Pollino, condividendo le preoccupazioni espresse, dopo avere ritirato il parere favorevole pronunciato in occasione dell’incontro della Conferenza di servizi svolta a Cosenza il 30 luglio del 2009, sulla base di un parere richiesto dallo stesso Parco all’Avvocatura dello Stato, ha formalmente dichiarato ‘l’assoluta incompatibilità con la natura dell’area e le finalità del Parco della paventata riapertura della centrale Enel del Mercure», demandando al direttore dell’Ente gli atti consequenziali. Analogamente anche la Regione Calabria, con decreto del Dirigente del Dipartimento Politiche dell’Ambiente del 3 dicembre del 2009, ha annullato il parere favorevole di Valutazione di incidenza espresso nel febbraio 2007». «Il WWF pertanto, solidale con le popolazioni locali preoccupate a ragione del proprio destino e di quello del territorio – conclude Beatrice barillaro – nel richiamare l’attenzione degli assessori competenti sul delicatissimo problema ambientale e sociale della Centrale del Mercure, auspica che le Conferenze di Servizio non si concludano con un parere positivo».

Dal Pollino al Kruger: Zunino risponde a Pappaterra

Ecco la copertina dell'opuscolo che andrà ai mondiali di calcio. Su un pino loricato è avvolta la bandiera italiana e si vedono due giogiosi escursionisti-tifosi.


Questa è la nota che Franco Zunino ha inviato al Quotidiano della Basilicata.
Indio
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Spett.le Redazione IL QUOTIDIANO DELLA BASILICATA




Prendo atto della precisazione della Presidenza del Parco Nazionale del Pollino al mio comunicato apparso il 9 giugno scorso su questo quotidiano, nonché delle parole di apprezzamento per il lavoro della nostra Associazione, benché risulti almeno falsata l’intuizione che trapelava dal comunicato originario del Parco, cioè di una “missione” in Sud Africa da parte dell’Ente Parco.



Il mio comunicato è stato una logica presa di posizione a seguito di un comunicato dell’Ente Parco affatto chiaro, per cui, a parte il commento finale, tutte le parti virgolettate sono parole che provengono dallo stesso Ente. E da queste parole io credo che chiunque non potesse che intuire che una delegazione dell’Ente Parco si sarebbe recata in Sud Africa in occasione dei campionati mondiali di calcio; ed è il caso qui di ricordarle queste parole: «Dal Pollino al Kruger, per intonare l’inno d’Italia, per festeggiare i popoli del Mondo, grazie al calcio e alla sua universalità, ma anche per esaltare la natura che ritrova nel Parco Nazionale del Kruger uno dei più importanti “santuari” del Pianeta». Come non interpretare che qualche rappresentante del Parco del Pollino vi si rechi? Difatti, tutti quelli che lo hanno letto non hanno potuto che interpretarlo in questo senso. Chi ha sbagliato è stato quindi l’Ente Parco, che ha enfatizzato una cosa non vera o solo parzialmente vera. Un inno non si “intona” con la carta stampata, ma proferendo parole! E per proferirle serve almeno una persona.



Ovviamente non possiamo che rallegrarci del fatto che invece si tratterebbe solo di un “contribuito alla realizzazione di materiale promozionale”, perché vorrà dire che la spesa per quest’iniziativa ancorché, ripeto, discutibile, è se non altro contenuta. Posto ciò, come non pensare che l’enfasi del comunicato del Parco fosse quantomeno fuori luogo o esagerata, capace, appunto, di far pensare a ben altro? Purtroppo, ed il Parco Nazionale del Pollino ne è certamente al corrente, troppo spesso veniamo a sapere di progetti più o meno discutibili riguardanti i nostri Parchi Nazionali, quando ben sappiamo in quali situazioni economiche anche essi si trovano, e ciò a fronte delle importanti iniziative che si dovrebbero invece fare a tutela dei loro patrimoni ambientali, iniziative spesso non poste in essere e giustificate con la carenza di fondi. Ovvio, quindi, che la cosa ci abbia scandalizzati e che dalla disinformazione sia scaturita una critica disinformata.



Forse sì, sarebbe stato più corretto se mi fossi meglio informato prima di stilare il comunicato, ma resta il fatto che il tutto sia nato da una cattiva informazione iniziale, anche se, comunque, i dubbi restano sull’opportunità di far partecipare il Parco Nazionale del Pollino ad un iniziativa che, in fondo, poco c’entra con il Parco, e, mi permetto di scrivere, anche con gli enti di promozione turistica di Cosenza e Regione Calabria: perché non è certo dai sudafricani che la Calabria può aspettarsi un ritorno turistico, ma è caso mai l’inverso. Ed anzi, come ho accennato nel mio comunicato, penso che possa essere più il Parco Kruger ad insegnare al Pollino, che non viceversa.



Con la speranza che non siano comunque molti i rappresentanti della Calabria a partecipare a spese nostre ai mondiali di calcio con la scusa (?) di andare a promuovere le bellezze della Calabria in quel contesto!

F.to Franco Zunino

Segretario Generale dell’AIW

Murialdo, 11 giugno 2010

sabato 12 giugno 2010

Nessun viaggio in Sud Africa: Pappaterra risponde a Wilderness

Riportiamo qui la nota di Domenico Pappaterra inviata al Quotidiano della Basilcata, in risposta all'Associazione Italiana Wilderness (ovvero all'articolo di F. Zunino del 9 giugno). Ringraziamo qui il presidente del Parco per la pacatezza dei suoi toni e soprattutto per essere intervenuto sulla questione, anche perchè un chiarimento era necessario visto che il comunicato sul "Pollino al Kruger", per quello che lasciava intendere, aveva destato una generale riprovazione tra molti appassionati e operatori del Pollino. Ciò che è sbagliato è il "silenzio", ovvero quell'atteggiamento di chiusura verso le perplessità, le critiche, anche aspre, e i punti di vista che emergono nella "società civile" del Parco del Pollino, tra i giovani, tra gli ambientalisti, tra i lavoratori, in merito alle politiche gestionali del Parco. Ben venga quindi l'intervento del presidente.  L'operazione Pollino/Kruger comunque resta discutibile, nonostante i chiarimenti di Pappaterra. Ma nel merito della questione risponderà a breve il Segretario Franco Zunino...
Saverio De Marco (Consigliere Nazionale Wilderness Italia)
NESSUN VIAGGIO
IN SUDAFRICA
di DOMENICO PAPPATERRA*
NESSUN viaggio in Sud Africa, per il Parco del Pollino.
L'Associazione Italiana Wilderness ha preso un abbaglio
perché la partecipazione del Parco all'iniziativa
di un'associazione di Rende, che vede impegnati altri
importanti enti pubblici e privati della Calabria, si è limitata
solo a finanziare una parte, 22 pagine, di una
brochure che sarà distribuita in Calabria e in Sudafrica
in occasione degli imminenti mondiali di calcio.
Mi rincresce il fatto che la nobile Associazione di cui
il dott. Franco Zunino è segretario generale cada nell'errore
di strumentalizzare un'iniziativa promozionale
che non ha - in nessun modo - a che vedere con casi
di sperpero di denaro pubblico operato dagli enti pubblici.
Tra l'altro nella nota di Zunino vengono riportate
imprecisioni ed inesattezze che è giusto chiarire immediatamente
ad onor del vero e della trasparenza che
contraddistingue il nostro Ente. Il Parco si è limitato
solo a dare un contribuito per il finanziamento di parte
di una brochure ideata e realizzata da un'Associazione
e co-finanziata da altri Enti pubblici e privati e che nessun
funzionario o amministratore dell'Ente Parco si
recherà in Sudafrica.
L'Ente ha, quindi, soltanto contribuito alla realizzazione
di materiale promozionale: in particolare di
un'apposita pubblicazione, con testi in italiano e inglese
composta di 64 pagine di cui 22 dedicate agli aspetti
naturalistici e culturali del Parco che sarà distribuita
a Cosenza, per la presentazione dell'intero progetto; in
Calabria (alle diverse Istituzioni ed Enti di promozione
turistica); in occasione di un incontro con il Direttore
del Parco Nazionale del Kruger, in Sudafrica; in occasione
della partita Italia-Nuova Zelanda il 20 giugno
prossimo, a giornalisti e dirigenti della Federazione
Italiana Giuoco Calcio e, infine, presso l'Ambasciata
Italiana in Sudafrica, il Club Italia e altre sedi. Rispetto
alle pagine relative al Parco del Pollino, l'Ente si è tra
l'altro riservato il diritto all'utilizzazione per eventuali
altri prodotti editoriali
* presidente Ente Parco
nazionale del Pollino

martedì 8 giugno 2010

E io pago! Dal Pollino al Kruger - Franco Zunino


  dal Pollino alle "alte quote del Kruger", che molto alte non mi sembrano visto che siamo in presenza di un savana! (nella foto il Kruger National Park)

comunicato stampa di Franco Zunino

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Soldi e parchi,dal Pollino a Kruger…ed io pago!

8 giugno 2010
[di Franco Zunino - segretario nazionale Associazione Wilderness]«Dal Pollino al Kruger, per intonare l’inno d’Italia, per festeggiare i popoli del Mondo, grazie al calcio e alla sua universalità, ma anche per esaltare la natura che ritrova nel Parco Nazionale del Kruger uno dei più importanti “santuari” del Pianeta». Ha salutato così, il presidente del Parco Nazionale del Pollino, Domenico Pappaterra, la partecipazione dell’Ente Parco alla manifestazione “Parchi calabresi in Sudafrica”, promossa dall’Associazione Gaia Service di Rende (CS) in occasione della partita Italia-Nuova Zelanda del prossimo 20 giugno.  L’Ente Parco parteciperà per sostenere le attività previste nell’ambito dell’iniziativa che puntava ad uno scambio di conoscenze tra il Pollino e il Parco del Kruger oltre ad offrire una forte promozione del territorio calabro-lucano in Sudafrica. Gli scambi e la promozione coinvolgeranno giornalisti e dirigenti della Federazione Italia Giuoco Calcio, l’Ambasciata Italiana nella Repubblica Sudafricana, il Club Italia e altre sedi. «La kermesse mondiale che ci vede protagonisti insieme con i Parchi e le Istituzioni locali della Calabria – scrive Pappaterra nel saluto pubblicato sulla brochure “Dal Pollino al Kruger” – ci consente di esportare le nostre meraviglie: dal Pino loricato ai pianori d’alta quota, dall’Aquila reale al Lupo appenninico, alle peculiarità storico-linguistiche. Andiamo dal Pollino al Kruger con queste ricchezze e con i nostri valori. Per affermare messaggi di pace, quella che consente ai popoli di circolare liberamente per il Mondo. Come hanno fatto da sempre i grandi scrittori, tra tutti Norman Douglas, che hanno percorso il Pollino in lungo e in largo scrivendo alcune delle più belle pagine di letteratura. Dalle alte quote del Pollino alle alte quote del Kruger, insieme con gli Azzurri, per toccare di nuovo il cielo».
Ed io pago! Avrebbe detto Totò. E poi il governo non sa mai dove tagliare le spese! I Parchi italiani non hanno i soldi per indennizzare le collettività locali delle risorse naturali che hanno mandato di proteggere (e che invece non fanno, per carenza di fondi, autorizzando tagli forestali ed evitando la presa in gestione dei boschi comunali: che sono poi gli unici modi per preservare la natura e la biodiversità, unici veri compiti di un Parco Nazionale). Invece che fanno? Viaggiano a nostre spese per il mondo portando in giro esperienze niente affatto positive e di cui dovrebbero vergognarsi a fronte di quanto fanno i Parchi stranieri, tutti più seri dei nostri. Chi è andato in Congo (Parco del Gran Sasso), chi in Cina (Parco d’Abruzzo) ed ora il Pollino va in Sud Africa alle … “alte quote del Kruger”. Si noti bene, alte quote che il Kruger non ha: è tutta savana con qualche collina! Sarà questa la grande esperienza e conoscenza che i dirigenti del Parco Nazionale del Pollino riporteranno indietro. E speriamo che non venga in mente a qualcuno di aprirvi magari un ufficio di rappresentanza, come anni fa fece il Parco d’Abruzzo a New York!  E io pago.[ IL SEGRETARIO GENERALE  F.to Franco Zunino
Murialdo, 7 Giugno 2010]

domenica 6 giugno 2010

Promuovere il Pollino... in Sudafrica!!!

Nelson Mandela: lo accompagnerei volentieri in una gita al Pollino...chissà, dopo l'ultima trovata del Parco potrebbe succedere.

Il Parco del Pollino in Sudafrica per promuovere il territorio del Pollino, la pace e la sportività. Valutate voi. Io sto muto.
Indio
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(fonte articolo: www.parcopollino.it) "Dal Pollino al Kruger"
Il Parco calabro-lucano si promuove ai Mondiali di Calcio in Sudafrica

(infoParco) – Rotonda (PZ) – «Dal Pollino al Kruger, per intonare l’inno d’Italia, per festeggiare i popoli del Mondo, grazie al calcio e alla sua universalita', ma anche per esaltare la natura che ritrova nel Parco Nazionale del Kruger uno dei piu' importanti “santuari” del Pianeta». Saluta cosi', il presidente del Parco Nazionale del Pollino, Domenico Pappaterra, la partecipazione dell’Ente Parco alla manifestazione “Parchi calabresi in Sudafrica”, promossa dall’Associazione Gaia Service di Rende (CS).

L’Ente Parco partecipa e sostiene, infatti le attivita' previste nell’ambito dell’iniziativa che punta ad uno scambio di conoscenze tra il Pollino e il Parco del Kruger oltre ad offrire una forte promozione del territorio calabro-lucano in Sudafrica, in particolare in occasione della partita Italia-Nuova Zelanda in programma il 20 giugno prossimo.

Gli scambi e la promozione coinvolgeranno il direttore del Parco del Kruger, giornalisti e dirigenti della Federazione Italia Giuoco Calcio, l’Ambasciata Italiana nella Repubblica Sudafricana, il Club Italia e altre sedi.

«La kermesse mondiale che ci vede protagonisti insieme con i Parchi e le Istituzioni locali della Calabria – scrive Pappaterra nel saluto pubblicato sulla brochure “Dal Pollino al Kruger che sara' distribuita in Sudafrica – ci consente di esportare le nostre meraviglie: dal Pino loricato ai pianori d’alta quota, dall’Aquila reale al Lupo appenninico, alle peculiarita' storico-linguistiche».

«Andiamo dal Pollino al Kruger, allora – conclude Pappaterra – con queste ricchezze e con i nostri valori. Per affermare messaggi di pace, quella che consente ai popoli di circolare liberamente per il Mondo. Come hanno fatto da sempre i grandi scrittori, tra tutti Norman Douglas, che hanno percorso il Pollino in lungo e in largo scrivendo alcune delle piu' belle pagine di letteratura. Dalle alte quote del Pollino alle alte quote del Kruger, insieme con gli Azzurri, per toccare di nuovo il cielo».

Web: http://www.parks.it/parco.nazionale.pollino