"A patriot must always be ready to defend his country against his governement"
(Edward Abbey)

martedì 20 luglio 2010

25 anni di wilderness


 Cade quest’anno il 25° anniversario della fondazione dell’AIW
 
Benché il movimento italiano per la Wilderness debba farsi risalire al 25 febbraio 1981, quando Franco Zunino diede inizio alla serie dei “Documenti Wilderness”, (iniziativa tra l’epistolare e l’editoriale, poi supportata da un “Comitato sostenitore dei Documenti Wilderness”) conclusasi col numero 54 del 15 maggio 1985, la vera fondazione dell’Associazione avvenne solo il 30 aprile 1985, quando 35 persone si riunirono ad Alberese, nel Parco Naturale della Maremma, dove sottoscrissero un atto di fondazione; documento poi legalizzato il 26 giugno con un rogito dell’allora Notaio Giovanni D’Antuono di Roccaraso (L’Aquila), sottoscritto da Giovanni Potena, Franco Zunino e Bruno La Pietra: attualmente, il primo Dirigente dell’Ufficio per la Biodiversità del CFS di Castel di Sangro (L’Aquila); il secondo Segretario Generale dell’AIW; ed il terzo, Assessore alla Cultura del Comune di Sora (Frosinone).
Se merito della Wilderness Society americana è stata la legge che ha sottoposto a imperitura tutela le Aree Wilderness che già esistevano in quel paese e tutte quelle che poi sono seguite, merito dell’Associazione italiana è stato quello di aver importato in Italia quel concetto di conservazione, dandovi concretezza con la designazione delle prime Aree Wilderness europee mediante lo stesso criterio con cui nel 1924 vide luce la prima di esse negli Stati Uniti d’America. La prima italiana è stata l’Area Wilderness Fosso del Capanno (Romagna), il cui primo nucleo fu formalizzato nel 1988.
Secondo Aldo Leopold – cacciatore/forestale/conservazionista/biologo – ideatore ed artefici della prima di esse, le Aree Wilderness sono: ” Una distesa ininterrotta di ambiente preservato nel suo stato naturale, aperta ad una caccia e ad una pesca legittime e lasciata priva di strade, sentieri modernizzati, strutture turistiche ed altre opere dell’uomo. ”
Oggi le Aree Wilderness designate in Italia da vari organismi e privati per una assoluta tutela territoriale-urbanistica sotto l’egida dell’AIW ed inserite nel “Sistema delle Aree Wilderness Italiane” istituito dal suo Consiglio Direttivo sono giunte al numero di 58 per un totale di 36.193 ettari. Al loro interno sono state designate 151 Zone di Tutela Ambientale dove l’ambiente è assolutamente protetto (la loro estensione complessiva è di 19.394,4 ettari, pari al 53,9 %). Di esse, il 45,3 % è anche totalmente chiuso alla caccia (16.381,5 ettari) ma per vincoli preesistenti (delle quali 15, pari al 24,8 %, incluse totalmente o parzialmente in Parchi e Riserve Naturali: 8.989,1 ettari).
Le 58 Aree Wilderness italiane sono distribuite in 9 Regioni e 19 Province: Piemonte (Alessandria, Cuneo, Asti); Liguria (Savona); Lombardia (Brescia); Veneto (Belluno, Rovigo); Friuli Venezia Giulia (Pordenone, Udine); Emilia Romagna (Forlì); Lazio (Frosinone, Latina, Rieti, Roma); Abruzzo (L’Aquila); Campania (Caserta, Napoli, Salerno, Avellino).
IL SEGRETARIO GENERALE
F.to Franco Zunino
Murialdo, 19 Luglio 2010

Parco del Pollino, la tutela non sia di facciata - comunicato congiunto delle associazioni





20 luglio 2010

La OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista), Italia Nostra Gruppo Interregionale Parco Nazionale del Pollino, l’Associazione Italiana per la Wilderness (Pollino), il CoSa (Comitato Ambiente Salute Pollino), l’Associazione Ambientalista “Il Riccio” di Castrovillari e l’Associazione Pensieri Liberi Pollino denunciano come le numerose iniziative di apparente promozione del Parco Nazionale del Pollino, da parte dell’Ente Parco, con protocolli di intesa con altri Parchi italiani, estemporanee iniziative artistiche, improbabili gemellaggi con aree dell’emisfero australe, si scontrino con la realtà quotidiana che vede il Parco non adeguatamente tutelato dall’Ente che lo rappresenta, ma anzi aggredito con iniziative speculative che rischiano di stravolgere e compromettere irrimediabilmente le sue caratteristiche ambientali, non soltanto originali, ma del tutto uniche.



Le nostre associazioni ed i movimenti vogliono ancora una volta evidenziare come il patrimonio forestale del Parco del Pollino, nonostante la presenza dell’Ente Parco, oltre che dagli incendi estivi venga minacciato dai cosiddetti tagli economici richiesti sia dai proprietari pubblici (Comuni) che da quelli privati.



All’incombente minaccia di trasformare gli alberi del Pollino in “biomassa vergine” da incenerire nella centrale Enel del Mercure, si affianca una recente politica di gestione forestale messa in atto da Comuni e Regioni, tesa a consentire tagli forestali in aree a forte vocazione naturalistica ed ambientale. È il caso ad esempio dei boschi delle Valli del Fiume Argentino e Lao, in Calabria, oppure dei boschi rientranti nel cosiddetto “cuore del parco” sul versante lucano.



Nonostante le continue sollecitazioni ad adottare una gestione forestale coerente con i principi istitutivi dell’Ente Parco, assistiamo purtroppo al rilascio di pareri autorizzativi, proprio da parte dell’Ente Parco, dati per Valutazioni d’Incidenza istruite dalla Regione Basilicata e relative a Piani Economici di Assestamento Forestale presentati negli ultimi mesi da Amministrazioni comunali e da privati, proprietari di grandi estensioni di territorio forestale all’interno del Parco.



Siamo perciò fortemente preoccupati della sorte di questi boschi che costituiscono habitat prioritari, SIC (Siti di Importanza Comunitaria) e ZPS (Zone di Protezione Speciali) per lo più ricadenti in gran parte in zona 1 e vogliamo augurarci che l’Ente Parco davvero non consenta lo sfruttamento economico delle foreste del Pollino. C’è dunque bisogno che l’Ente Parco intraprenda azioni concrete per la salvaguardia dei boschi – e dei pini loricati che meriterebbero una sorveglianza continua – in assenza delle quali si rischia di fare solo operazioni “di facciata”. Le stesse modalità di accesso alla montagna devono essere finalmente disciplinate e controllate, per far sì che piste forestali e sentieri escursionistici rimangano tramiti attraverso cui conoscere e amare il Parco e non vengano trasformati in strumenti di aggressione.



Preoccupano, inoltre, sia la mancanza di interlocuzione con l’Ente Parco, a cui diamo, ancora una volta, immediata disponibilità per discutere di questi problemi, sia la mancanza di informazioni circa la richiesta, inoltrata all’Ente Parco nel febbraio scorso dalla Direzione Protezione della Natura del Ministero dell’Ambiente, su sollecitazione di Italia Nostra, di “fornire dettagliati elementi” proprio su queste importanti questioni. A ciò si aggiunga che da ben otto mesi siamo in attesa, assieme alle popolazioni della Valle del Mercure, della determina del direttore Formica relativa alla Delibera del Consiglio Direttiva dell’11 dicembre 2009, ove si chiede lo smantellamento della Centrale Enel del Mercure.



In attesa che i vertici del parco rispondano a queste nostre richieste e preoccupazioni, auspichiamo che il patrimonio forestale del Parco Nazionale del Pollino venga salvaguardato concretamente, ricorrendo, ove fosse necessario, all’acquisto e/o indennizzo per il mancato taglio previsto dalle leggi vigenti. Il silenzio degli organi del parco, in merito a quanto da noi evidenziato, significherebbe confermare un colpevole ed inaccettabile silenzio-assenso.

Il bivacco Pelino, il Cai e la lotta del movimento wilderness per l'integrità della Maiella

il bivacco Pelino, sulla cima del Monte Amaro: il geologo e alpinista Stefano Ardito lo definì un'opera "orrenda" - foto by Indio




“Il fascino della Maiella sta proprio nel fatto di saperla così selvaggia e di difficile attraversamento; sta nel fatto di sapere fin dall’inizio che ogni escursione può trasformarsi in un’avventura, che ci sono dei rischi da affrontare: eliminiamo questo fascino mediante i supporti logistici (strade e rifugi e bivacchi) e avremo eliminato la Majella”

(Franco Zunino, 1988)

Le battaglie per salvare l’integrità naturale della montagna della Maiella hanno caratterizzato i primi passi del movimento wilderness e risalgono ai primi anni ‘80. Le lotte dell’allora neonato movimento sorto per iniziativa di Franco Zunino erano indirizzate contro l’assalto alla montagna di strade, rifugi, funivie, sciovie. Importanti furono i risultati raggiunti da quelle storiche battaglie conservazioniste, che si concretizzarono con l’istituzione delle prime riserve integrali (come quella di Fara San Martino). Alla base delle posizioni del movimento wilderness c’era la volontà di preservare questo superbo e maestoso “bastione naturale” così come era sempre stato: “la Montagna della Maiella è bella coì come è giunta a noi dai tempi dei tempi, così selvaggia e impervia, così pericolosa come qualcuno la definisce (come se le automobili non fossero pericolose!). Le visioni che si colgono dal Monte Acquaviva e che abbracciano uno dei più grandi panorami d’Italia sono il premio di chi con le proprie forze e la propria volontà giunge lassù in quella solitudine”(1) . Veniva ribadita da Zunino anche la necessità di difendere quei valori culturali che sancivano da secoli l’antico rapporto dell’uomo con la natura selvaggia della Maiella, valori espressi dalla civiltà dei pastori d’Abruzzo. “Una antichissima terra di pastori, dei pastori che scrivevano versi nei silenzi della alte quote riflettendo sulla vita e sui suoi veri significati, nella loro saggezza istintiva, è rimasta la Montagna della Maiella, il cuore selvaggio dell’Appennino.”(2) Una montagna che come accennavo prima cominciò subito ad essere presa d’assalto dal turismo di massa. Una grossa parte di responsabilità in questa situazione l’ebbe il C.A.I, il Club alpino italiano di Sulmona. In una recente escursione alla Maiella ho avuto modo di valutare personalmente l’impatto di certe opere sulla cima del Monte Amaro tra cui l’ipersegnalazione dei sentieri, la presenza di croci e altra ferraglia e soprattutto l’impatto del bivacco Pelino. La vicenda che portò all’installazione del bivacco Pelino è emblematica di quel tentativo di addomesticamento e di deturpamento a fini turistico-sportivi di questa splendida montagna. La struttura fu installata agli inizi degli anni ’80 dalla sezione del C.a.i. di Sulmona: “oscena sia per lo stile della costruzione che e il suo colore (rosso!) che per la sua localizzazione (…) Le opposizioni degli ambientalisti non servirono a nulla: l’opera venne testardemente realizzata e battezzata (dedicandola all’attuale presidente del C.A.I. di Sulmona: Alfonso Pelino!).” (3). Oggi vale ancora quello che scriveva Zunino negli anni ’80: “resta comunque una vergogna che oggi il CAI, in questo caso la sezione di Sulmona, abbia provveduto ad erigere un bivacco sulla cima del Monte Amaro, nel cuore della Maiella, un vistoso bivacco in lamiere che pur essendo posto nella zona più selvaggia dell’Appennino è, per la sua posizione e per la sua struttura, visibile da tutti i luoghi attorno alla grandiosa montagna, con un effetto deprimente sull’animo di chi ama veramente la Maiella”(5) . Il bivacco era anche illegale, perché per realizzarlo si violò una legge regionale che vietava qualsiasi opera antropica oltre i 1600 mlm se non per uso dei pastori. Forse molti non sanno che il C.A.I. avrebbe voluto un rifugio anche nella Valle di Femmina Morta, uno dei luoghi più integri e delicati della Maiella (dove ancora nidifica il rarissimo Piviere Tortolino), da usare come tappa intermedia sulla via per il Monte Amaro! Una certa mentalità “caista” in effetti vorrebbe rifugi dappertutto. Non si capiva (e non si capisce ancora oggi) che la bellezza di un’escursione è data anche dal fatto di svolgersi in luoghi selvaggi e senza vistosi segni antropici (a parte sentieri e antichi ricoveri di pastori); che un rifugio a Femmina Morta avrebbe sminuito per sempre la bellezza di quei luoghi e lo stesso sapore avventuroso dell’escursione. Come scriveva Zunino: “se dovessimo costruire un bivacco in ogni luogo montano dove ‘in caso di maltempo’ potremmo rifugiarci, ne dovremmo costruire a migliaia, in ogni angolo delle nostre montagne! E non risolveremo comunque il problema, perché in caso di nebbia o bufera di neve (com’è frequente a Femmina Morta), si potrebbe anche avere a poche decine di metri il bivacco senza riuscire a trovarlo”(6) . Fu un bel pericolo scampato il rifugio a Femmina Morta! Ma oggi com' è la situazione alla cima del Monte Amaro? Riporto le mie osservazioni fatte in una recente escursione. A parte la vista che si può godere dalla cima, la vetta del Monte Amaro è forse il luogo più brutto della Maiella, per come è stato deturpato: oltre al bivacco Pelino, che si presenta come un enorme igloo di ferro arrugginito (sorge accanto a dei ruderi di quello che probabilmente era il vecchio rifugio) una grossa traversa di ferro segnala la cima (il mucchietto di sassi non bastava?); poco più sotto è stata installata invece un’ enorme croce di ferro, quasi a volere esorcizzare un’infantile paura dei luoghi selvaggi: anche per un credente Dio, se esiste, non ha bisogno certo di una croce di ferro per “vegliare su di noi"! ; e poi una grande targa di ferro che ricorda con frasi del tutto gratuite che bisogna rispettare e amare la montagna (meno male!); altra ferraglia di cui non ho capito la funzione. Un posto bellissimo, la cima, deturpato da quella mentalità di conquista e addomesticamento a fini turistico-sportivi della montagna che purtroppo ha caratterizzato (e caratterizza), mi dispiace dirlo, le politiche di certe sezioni del Club Alpino Italiano. Non parliamo poi delle segnalazioni fatte male e inopportune lungo il sentiero (massi e pietre imbrattate da vernice giallo-rossa e inutilmente, visto che la traccia è ben visibile) o dei "coni di cemento" portati fin quassù chissà quando e mai rimossi (su quell’altipiano sembravano davvero i marziani di.. "Facisti su Marte"!!!). Sarebbe opportuno aprire un dibattito, in quella che è l’associazione escursionistica più importante in Italia, sull’opportunità di considerare maggiormente il valore wilderness delle nostre montagne lasciandole libere dall’impatto di opere come strade, nuovi rifugi, funivie, ipersegnalazione e altra ferraglia. Il bivacco Pelino non era necessario, come non sarebbe stato necessario un nuovo rifugio a Femmina Morta:

1.Esisteva già il rifugio Manzini.

2. Come riparo si poteva utilizzare la bellissima Grotta Canosa “uno dei bivacchi pastorali più vecchi ed ampi dell’intera Maiella, che potrebbe essere ripristinato con tecniche antiche ed adattato a scopi turistici” (7);

3.Oggi esistono sacchi a pelo che consentono di dormire a temperature molto basse (fino a - 16) e tende ultratecnologiche. Io stesso ho dormito comodamente in tenda anche d’inverno sotto una tormenta di neve e non ho avuto bisogno di bivacchi e di ripari. La montagna richiede esperienza, attrezzatura e addestramento, non la possiamo addomesticare pensando che TUTTI vi possano accedere facilmente e in qualsiasi situazione;

4. Lo spirito dell’escursionismo wilderness è “non lasciare traccia”, come dicono gli americani, il che significa rispettare l’ambiente selvaggio della montagna lasciandolo libero da opere antropiche. In alta quota si possono solo montare e smontare tende… non certo edificare rifugi in cemento o bivacchi in lamiera come il rifugio Pelino!


Note:

(1) Zunino F., Doc. Wilderness, gennaio 1983


(2) Zunino F., Doc. Wilderness, aprile 1981

(3) Zunino F. Doc. Wilderness, aprile-giugno 1988

(4) Zunino F. Doc. Wilderness, agosto 1981

(5) Ibid.

(6) Zunino F. Doc. Wilderness, aprile-giugno 1988

(7) Ibid.

venerdì 16 luglio 2010

Quando il CAI combina i GUAI. Le mie osservazioni da turista

segnalazione del Cai su un bellissimo masso, verso il sentiero che sale a Forchetta di Maiella... sicuramente risale al passato.. ma perchè non lo tolgono?
(tutte le foto by Indio )


Stavolta parlerò da turista, non da abitante del pollino. Dopo le ultime escursioni nella Maiella e nei Monti della Duchessa ho potuto osservare, da visitatore, alcuni elementi di degrado e superficialità sia nella segnaletica del Cai che in opere deturpanti come croci, rifugi e bivacchi. Interessante monitorare anche durante le visite agli altri parchi nazionali quelle brutture o semplici leggerezze che poi potrebbero anche ripetersi sul Pollino (che ne direste di un bel bivacco di ferro arrugginito sul Dolcedorme?) la cima del Monte Amaro è forse il luogo più brutto della Maiella, per come è stato deturpato. Prima viene il bruttissimo bivacco pelino, voluto dal CAI, che si presenta come un enorme igloo di ferro arrugginito (sorge accanto a dei ruderi di quello che probabilmente era il vecchio rifugio). Pensate che il bivacco Pelino prende il nome da un imprenditore di confetti di Sulmona e anche presidente del Cai, che volle a tutti i costi il bivacco sulla cima, come monumento a suo nome!!! Meditate su quanto diceva il Vangelo: "non accumulate tesori in terra, dove tignola e ruggine li corrodono, accumulate tesori in cielo!". Oggi esistono sacchi a pelo ultraleggeri e caldissimi e tende supertecnologiche. Non è meglio sulla Maiella scegliersi un posto riparato da vento e piantare la tenda? Poi c'è Grotta Canosa, che potrebbe ben fungere da riparo. Ma andiamo avanti.Una grossa traversa di ferro segnala la cima (il mucchietto di sassi non bastava?); poco più sotto è stata installata invece una enorme croce di ferro, quasi a volere esorcizzare un’infantile paura dei luoghi selvaggi, affinchè il dio cattolico ci protegga e vegli su di noi anche su queste aspre montagne; e poi una grande targa di ferro che ricorda con frasi del tutto gratuite che bisogna rispettare e amare la montagna (meno male!); e altra ferraglia di cui non ho capito la funzione. Un posto bellissimo, la cima, deturpato da quella mentalità di conquista e addomesticamento a fini turistico-sportivi della montagna che purtroppo ha caratterizzato (e caratterizza), mi dispiace dirlo, le politiche di certe sezioni del Club Alpino Italiano. Non parliamo poi delle segnalazioni fatte male e inopportune lungo il sentiero (massi e pietre imbrattate da vernice giallo-rossa e inutilmente, visto che la traccia è ben visibile) o i "coni di cemento" portati fin quassù chissà quando e mai rimossi (su quell’altopiano desertico sembravano davvero i marziani di.. Fascisti su Marte!!!).  Sarebbe opportuno aprire un dibattito, in quella che risulta  l’associazione escursionistica più importante in Italia, sull’opportunità di considerare maggiormente il valore wilderness delle nostre montagne lasciandole libere dall’impatto di opere come strade, nuovi rifugi, funivie, ipersegnalazione e altra ferraglia. Se all'inefficienza degli enti dei parchi nazionali ci aggiungiamo anche le leggerezze delle associazioni escursionistiche allora le cose non andranno bene. .


cono di cemento per segnalazione...
"piripiripiri.." qui i coni di cemento sembrano i marziani di Fascisti su Marte, visto il paesaggio un po' marziano...
 "dove tignola e ruggine li corrodono"... una sinistra croce di ferro pitturata di rosso

il bivacco Pelino, prende il nome da un imprenditore di confetti di Sulmona, nonchè presidente del CAI
l'enorme e grottesca lapide sulla cima del Monte Amaro: "se siete arrivati qui, amate la montagna, quindi più che nei divieti confidiamo nella vostra educazione" si legge.
una enorme e inutile catena inchiodata alla roccia sui Monti della Duchessa, e un cartello con un numeretto, posta in uno dei puunti più belli del sentiero. il punto non è pericoloso e al limite si poteva mettere una corda... se poi vediamo pericoli ovunque o ce li inventiamo allora è un altro discorso...

mercoledì 7 luglio 2010

Parchi nazionali: si taglino pure i fondi



Non c’è associazione ambientalista che non abbia preso posizione contro il governo per i ventilati tagli del 50% al finanziamento dei Parchi Nazionali.
L’AIW sta sul fronte opposto. Si taglino pure i fondi ai Parchi se veramente serve a far migliorare la situazione generale del nostro Paese: se sacrifici devono essere, allora tutti devono fare la loro parte, e non c’è ragione per cui dover escludere i Parchi Nazionali. Anche perché tagliare i fondi non vorrà dire abrogare i Parchi Nazionali, ma semplicemente mettere in condizioni i loro amministratori di gestire meglio le risorse finanziarie di cui dispongono e disporranno. Ci si batta per un taglio meno consistente, non per mantenere un privilegio su altre categorie magari ben più bisognose. Ciò soprattutto a fronte degli sperperi che la gestione dei Parchi Nazionali ha dimostrato, da nord a sud, nel passato ed anche oggi. Sperperi in quanto raramente si è trattato e si tratta di spese a favore della Natura, come troppo facilmente viene fatto credere all’opinione pubblica.
Non è la Natura ad essere messa a rischio col taglio di questi fondi. Non  è che a causa di questi tagli, gli alberi smetteranno di crescere, i fiori di fiorire ogni primavera e gli animali a riprodursi. In natura tutto proseguirà come prima, e addirittura la Natura verrà a godere di benefici indiretti. Si deve infatti sapere che la stragrande maggioranza dei fondi pubblici dati ai Parchi non vanno, come credono in tanti, a beneficio della Natura, ma a sostegno di faraonici apparati amministrativi (che potrebbero svolgere i loro compiti anche con staff tagliati, questi sì, al 50%), quando non a sostegno di iniziative spesso molto discutibili e, alla prova dei fatti, più a danno della Natura che non a suo favore (comprese certe ricerche e tante, troppe, iniziative di immagine o per fini turistici, che ben poco hanno a che fare con la finalità prima di un Parco Nazionale che è di preservare la Natura).
Può sembrare assurdo, ma in Italia meno soldi arrivano ai Parchi, più la loro Natura godrà di protezione e rispetto! E, caso mai, se soldi dovranno essere dati ai Parchi da parte dello Stato, se ne vincoli una gran parte a forme di indennizzo a sostegno della fauna od acquisto di boschi, montagne, paludi e coste, che è il modo più sicuro e certo di proteggere la fauna ed i loro ambienti naturali (anche in questo campo, l’America insegna!). Non è potenziando iniziative turistiche che si proteggono i Parchi, o sovvenzionando apparati di gestione che meglio sarebbe abolire e ricondurre tutti ad un unico e meno dispendioso Servizio nazionale (cosa che consentirebbe anche una drastica riduzione del personale, in alcuni Parchi veramente in numero spropositato).
Ebbe a dire il nostro Presidente Germano Tomei: “quando sento di stanziamenti a favore dei Parchi, mi metto le mani nei capelli all’idea di quanti danni saranno arrecati alla Natura!”

                                                                                                IL SEGRETARIO GENERALE
                                                                                                         F.to Franco Zunino
Murialdo, 7 Luglio 2010