"A patriot must always be ready to defend his country against his governement"
(Edward Abbey)

venerdì 29 ottobre 2010

PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO DISCARICHE E... POLEMICHE


Ci sono due aspetti che colpiscono nelle infuocate polemiche con blocchi stradali, assalti alle forze dell’ordine, incendi camion ed automezzi in genere, rivolte di popolo e chi più ne ha più ne metta, che hanno caratterizzato questi ultimi mesi con riferimento alla discarica di Terzigno, nel napoletano e nel Parco Nazionale del Vesuvio.
Il primo, che del Parco Nazionale si è sì parlato, ma quasi sempre con toni minori, quasi vergognosi di farlo, osiamo dire noi. Il secondo, che nonostante la presenza del Parco Nazionale non s’è udita o quasi la voce delle varie forze ambientaliste che di solito si scatenano quando si parla di Parchi Nazionali, dal WWF ad Italia Nostra, da Federnatura alla LIPU, alla Legambiente a Kronos, ecc. e, perché no, alla Wilderness.
La ragione è molto semplice, e sconfessa la politica dei Parchi portata vanti nell’ultimo decennio: le discariche di Terzigno, di Boscoreale e di Boscotrecase ricadono sì nei limiti del Parco Nazionale del Vesuvio, ma in aree di nessun valore né paesaggistico né ambientale; aree che non avrebbero mai dovuto essere inserite in un Parco Nazionale, ma che lo furono per altri due ordini di ragione: uno, fare un Parco che fosse il più grande possibile affinché venisse a godere di contributi pubblici maggiori; due, per chiudere alla caccia più territorio possibile.
Ed allora ecco che discariche, cave, case, ville, strade, campi, orti, ecc. sono diventate Parco Nazionale. Un’eresia! Un’eresia dimostrata ora dal grande silenzio di tutti gli ambientalisti, al di là dello strillare per il problema ecologico e di salute pubblica. Ci si può battere per ripristinare un diritto di Parco Nazionale in un territorio così di infimo valore ambientale? No, ovviamente, perché l’importante era avere un Parco il più grande possibile, ed un  nuovo pezzo d’Italia che restasse chiuso alla caccia. Le cave e discariche c’erano già e tanto basta per non urlare all’infrazione.
Ma che aspetta il governo, in attesa di risolvere il problema dei rifiuti di Napoli e delle discariche in oggetto, ad emanare un decreto che, anche per una ragione di coerenza, scorpori dal Parco Nazionale il territorio “conteso”? O teme gli strilli delle suddette forze ambientaliste, che allora sì si sveglierebbero! Potrebbe essere un primo passo per mettere mano ai tanti altri Parchi del Meridione, tutti ingigantiti per le stesse ragioni (e, per assurdo, tutti sono minaccia di progetti che se fossero stati presentati prima della loro nascita sarebbero stati definiti gravi attentanti allo loro integrità, ma che realizzati sotto l’egida - ed i finanziamenti! - del Parco Nazionale sono divenuti “opere ecologiche” e di promozione turistico-compatibile, di rivitalizzazione dei Parchi e dei loro paesi. Grandi attrattori li chiamano questi progetti, nascondendo con una parola una realtà che fa a pugni col concetto di un Parco Nazionale secondo i criteri stabiliti dall’IUCN, massimo organo dell’ONU preposto a queste istituzioni). Il Parco del Vesuvio non ne soffrirebbe, e se non altro le discariche non sarebbero più “Parco Nazionale”, come non avrebbero mai dovuto esserlo.
Purtroppo, questa è l’Italia dei Parchi, federati in una congrega che è quasi una corporazione per renderli intoccabili, quando è solo “ritoccandoli” che li si potrebbero migliorare e riportarli alla loro vera funzione, che è quella di conservare i più bei luoghi e paesaggi del nostro Paese e le loro componenti biologiche, non di fungere da motore per discutibili sviluppi economici e per  chiudere sempre più ampi territori alla caccia... a costo di contenere delle mega-discariche di rifiuti!

Murialdo, 29 Ottobre 2010                                                   IL SEGRETARIO GENERALE
                                                                                                         F.to Franco Zunino

giovedì 28 ottobre 2010

L'assalto delle multinazionali in Val d'Agri e il Parco di Carta

pozzo in pieno Parco: basta con le barzellette. che i parchi siano davvero tali e non baracconi frega-soldi senza garanzie per la salvaguardia ambientali! (Indio)




OLA, NO AL PARCO DI CARTA DELLA VAL D'AGRI

La OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista) - in occasione del
Workshop sulla biodiversità e risorse del Parco nazionale Appennino
Lucano Val d'Agri-Lagonegrese (programmato a Marsiconuovo il 29 e 30
ottobre prossimi), che vede tra i coordinatori della sessione centrale
del convegno Paola Pedroni, esponente di Eni spa - invita i
partecipanti al workshop, organizzato dall'Ente Parco, ad affrontare i
temi reali dell'impatto petrolifero sulla biodiversità degli
ecosistemi dell'area protetta.

Il rischio - secondo la OLA - è quello che essi affrontino discussioni
astratte e teoriche che, nell'elencare specie floro-faunistiche e
caratteristiche ambientali, dimenticano però di fare il punto sulla
salvaguardia degli habitat naturali, minacciati oggi dall'intensa
attività petrolifera ed antropica, così come confermano la messa in
produzione di pozzi situati all'interno del perimetro del Parco, le
richieste di nuove autorizzazioni ambientali per la VIA, per attività
di ricerca ed estrazione di greggio, l'inquinamento ambientale e
petrolifero purtroppo presente anche nell'area parco, nonchè progetti
in contrasto con la vocazione dei territori. È indubbio che gli
ambienti naturali ed il territorio in Val d'Agri stiano, infatti,
subendo grossi danni in termini di depauperamento, così come dimostra
la vicenda della scorsa primavera, purtroppo ancora poco chiara,
dell'inquinamento del SIC/ZPS Lago del Pertusillo e di aree di
Interesse Comunitario quali quelle comprese nei SIC/ZPS Serra di
Calvello e Monte Volturino, situati nel cuore del Parco.

La nostra Organizzazione auspica che i finanziamenti al Parco vengano
utilizzati per disinquinare le aree contaminate dal petrolio, nel
costruire nuovi depuratori e far funzionare quelli che non funzionano
in Val d'Agri, nel risarcire i cittadini e gli agricoltori che vivono
intorno al Centro olio per i danni subiti e che nessuno vuol
riconoscere, nella vigilanza del territorio, nel potenziamento delle
strutture di controllo e monitoraggio del Parco, piuttosto che in uno
sperpero di fondi finalizzato a produrre ulteriori e costosi "parchi
di carta" sfruttati esclusivamente come giustificazione per inutili ed
effimeri progetti turistici (vedi Arte Pollino, Grandi Attrattori,
Ponte del Pertusillo), oppure in studi e consulenze di cui il Parco
non saprà mai che farsene, incentivando così diversi "sottoboschi",
ben diversi da quelli degli habitat naturali.

La OLA si augura che i responsabili di Eni spa, chiamati allo stesso
tavolo del workshop a discutere di biodiversità, diano impegni
concreti sul disinquinamento delle aree contaminate e che gli
amministratori regionali e locali prendano finalmente atto
dell'esistenza del Parco, non autorizzando di conseguenza nuove
attività petrolifere nel suo perimetro, a norma delle misure di
salvaguardia vigenti evitando così di trasformare un workshop sulla
biodiversità in passerella politica.

lunedì 25 ottobre 2010

Quale turismo per il Pollino?

Comunicato stampa
Turismo nel parco nazionale del Pollino:ovvero come spendere milioni di euro (20?) e distruggere quello che si pubblicizza.

Gli enti pubblici lucani non cessano di stupirci. Quando si parla del Parco Nazionale del Pollino (area protetta) il principio dovrebbe essere elementare:conservare questo bene con rigide norme per la fruizione di tutti anche per le prossime generazioni. Pare che questo semplice concetto non sia stato capito da funzionari APT, Direttori di Parchi, Presidenti di enti che a vario titolo occupano poltrone più o meno prestigiose. Sarà quindi utile illuminare alcune menti.

I parchi Nazionali (vedi Pollino) sono stati istituiti per una serie di felici coincidenze presenti sul territorio:
1)    Gli spettacolari paesaggi arrivati intatti ai giorni nostri
2)    La flora unica
3)    La presenza di popoli che con la loro ricchezza culturale hanno tramandato nei secoli usi-costumi-tradizioni uniche.
Il compito dell’ente gestore è facile da eseguire: conservare e rendere fruibile questo immenso patrimonio con il minimo impatto ambientale.
Gli enti pagati dalla collettività (vedi aziende per il turismo) per pubblicizzare questi luoghi hanno un compito ancora più simpatico: viaggiare per il mondo proponendo vacanze in questi luoghi, che l’ente gestore del luogo conserva, tutela e sorveglia garantendo ai visitatori una emozione sempre viva nello scoprire che all’inizio del XXI secolo esistono qui da noi zone ancora selvagge, immacolate, praticamente immutate nei secoli.
Purtroppo questa bella storia non finisce con “e tutti vissero felici e contenti” una serie di progetti tesi ad attrarre turisti sta dando il colpo mortale a questo santuario della natura arrivato incolume sino ai giorni nostri. Restiamo sbigottiti nell’apprendere della realizzazione di progetti che nulla hanno a che fare con un Parco Nazionale . Gente poco avvezza a salite solitarie, a frugali bivacchi in un assordante silenzio, parla di “attrattori” elenca opere adatte a un gigantesco luna park non alla filosofia di una corretta  gestione ambientale. La solita argomentazione scontata è sostenere i benefici economici per la popolazione locale... 40 anni  di esperienza nel settore ci hanno insegnato che laddove si distrugge l’ambiente i costi sono sempre superiori ai benefici,  e come già accaduto in passato, gli abitanti dei paesi, ipnotizzati da fatue promesse prendono coscienza quando ormai è troppo tardi.
Speriamo che almeno questa volta il finale non sia scontato. L’unico turismo sostenibile è elitario, rispettoso di questi luoghi e della sua gente, un vero “santuario della natura”. Questo turismo a impatto zero utilizzerà questo bene per sempre. Di    contro queste opere presentate come “attrattori” capaci di creare forti emozioni nei visitatori, ne creeranno una sola fortissima negli abitanti, quella di veder morire quello che per generazioni hanno amato: la propria identità.
Per la sezione Wilderness di Salerno
 Achille Cristiani

Salerno, 20 ottobre 2010

martedì 19 ottobre 2010

L'Ecologia profonda e il concetto di wilderness - di Mario Spinetti


                                               Desolation Wilderness Area, Usa


(articolo tratto da www.ecologiaprofonda.com ... grassetto mio - Indio)





“In ogni luogo ci vorrebbe un posto, così, lasciato incolto” (Cesare Pavese).

Prima che l’uomo civilizzato facesse la sua “apparizione” sulla terra tutto il mondo era “wilderness”, un’immensa area selvaggia dove regnava solo la verità naturale. Poi è arrivato l’uomo civilizzato e, poco a poco, ha sottratto al mondo e a sé stesso l’armonia imprevedibile e “caotica” della natura che era lo spirito della vita. Scrive Aldo Leopold (1949): “ La wilderness è una risorsa che può diminuire ma mai aumentare. Le distruzioni possono essere bloccate o limitate in maniera tale da rendere un’area ancora fruibile per la ricreazione, o per la scienza, o per la fauna, ma la creazione di nuova wilderness nel vero senso della parola è impossibile. Ne consegue, allora, che ogni programma di conservazione che riguardi la Wilderness è un’azione difensiva, mediante la quale la sua degradazione può essere ridotta al minimo....
La capacità di comprendere il valore culturale della Wilderness sta divenendo in ultima analisi una questione di umiltà intellettuale. Il presuntuoso pensiero dell’uomo moderno si è distaccato dalle sue radici con la terra, e sostiene di avere già scoperto cosa è importante; è chi ciancia di imperi, politici o economici, che resterà indietro di migliaia di anni....”.
Ma vediamo ora di spiegare qual é l'essenza del “concetto di wilderness”, vediamo perché esso è da considerarsi una vera e propria filosofia da cui si genera il pensiero protezionista e, in via più generale, la concezione stessa della vita. Riportiamo integralmente le lodevoli parole di Franco Zunino fondatore dell’Associazione Italiana per la Wilderness.
“Lo sviluppo sociale in continua evoluzione sta alterando ogni angolo della nostra terra, e anche le aree veramente selvagge rimaste tali per casualità o in quanto fino ad oggi prive di interessi economici o non utilizzabili a questo scopo, vengono ormai giornalmente intaccate da sempre nuove iniziative a loro danno, senza che mai le giustificazioni economiche ad una loro alterazione siano considerate in second’ordine a quelle spirituali, definendo tali, per brevità, tutte quelle esigenze per cui ovunque nel mondo si protegge la natura.
Le poche aree senza strade e moderne costruzioni rimaste vengono considerate ‘terra di conquista’ dalla civiltà, e gli uffici preposti alla pianificazione del territorio e al suo uso vi programmano sempre nuove forme di sfruttamento anziché preservarle nel loro stato naturale come rarità ecologiche quali esse sono, e anche come Eden per i bisogni emotivi dell’individuo. Nessuno nei contesti sociali locali sembra più amare la propria terra, il paesaggio in cui è nato! Anche l’uso ricreativo dell’ambiente da parte dei cittadini si sta rivelando, specie nei Parchi Nazionali, un’ultima frontiera della conquista dell’uomo, in quanto un eccessivo uso in tal senso rischia di trasformarsi in un danno più sottile e strisciante, meno appariscente di una strada o di un residence, meno fastidioso della caccia sul piano morale, ma altrettando dannoso e deteriorante di tutto quanto di fisico e di psichico è racchiuso nella definizione di natura selvaggia, cioè di ‘Wilderness’ così come è intesa nella cultura anglosassone.
Wilderness è un termine che può suonare oscuro al profano, ma il cui significato intrinseco va ben al di là della sua letterale traduzione, esso definisce infatti anche i dettami di una filosofia specifica, che è scaturita da esigenze umane sia di godimento emotivo nel contatto con la natura selvaggia che di conservazione di quei territori naturali dove queste esigenze possono esprimersi.
Il 'Concetto di Wilderness’ altro non è che la definizione di questa filosofia; una filosofia che vede nel rapporto uomo-natura un rispetto reciproco che privilegia la natura nei casi di conflittualità di interessi; una filosofia alla cui base c’è veramente l’idea di dare corpo a patrimoni ambientali da lasciare alla posterità, investendo le nostre generazioni della loro responsabilità in questo senso, cioè di decidere oggi il limite massimo oltre il quale l’uomo e le sue suggestioni non devono più andare, per lasciare un perenne spazio alla natura e alle sue creature selvagge.
.......Dobbiamo preparare l’opinione pubblica di oggi e quella di domani a comprendere l’esigenza spirituale delle nostre e delle future generazioni di godere anche solo del fatto di sapere che esistono ancora luoghi lontani, nel senso di ampi e selvaggi; luoghi dove la natura è lasciata a sé stessa come agli albori della vita sulla terra, e con garanzie durature di una loro preservazione nel tempo che li sottragga all’evoluzione della civiltà........
Le Associazioni di protezione della natura hanno troppo spesso ignorato le esigenze puramente spirituali legate al rapporto uomo-natura, e così quegli impatti sulla natura da parte dell’uomo che, soddisfacendo bisogni puramente materiali di sviluppo sociale o di ricreazione meramente fisica, ne impediscono la loro espressione; esse hanno sottovalutato la potenziale forza distruttrice della spirale economica della nostra civiltà nelle sue sfumature più insidiose, così come quelle delle necessità dell’uomo come individuo. Non sono poche le volte che queste Associazioni hanno espresso consensi favorevoli a certe attività, troppo superficialmente credute educative o necessarie e quindi compatibili con le motivazioni della conservazione in quanto sviluppate da chi gestisce aree protette o divulgate e promosse con l’intento di migliorare il rapporto con la natura da chi in realtà mira ad indiretti interessi economici (es. campeggio, escursionismo, caccia fotografica, artifici di gestione faunistica, quando non realizzazioni di rifugi, strade e altre strutture ‘indispensabili’), che viste in un’ottica diversa sono di fatto l’embrione di guasti che minano alla base proprio quello che è il ‘Concetto di Wilderness’. Per una mancanza di previdenza corriamo il rischio di essere noi protezionisti che nei casi più delicati inneschiamo, senza potere di controllo, processi un giorno difficilmente arginabili (e la storia della conservazione insegna, per chi vuole imparare!), aiutati in questo dalla collaborazione compatta dei mass-media, per lo più favorevoli ai discorsi economici che stanno dietro alle sempre nuove giustificazioni che permettono all’’effetto uomo’ di incan crenirsi sempre più in profondità negli ambienti naturali.
Verrà un giorno in cui anche le visite ai Parchi dovranno essere programmate, e limitati saranno gli artifici per godere della natura con le immancabili facilitazioni, oggi più che mai in auge (e dietro ai quali sta sempre la spirale economica): di questo passo banalizzeremo anche i luoghi più selvaggi, remoti ed impervi della terra!
Certe aree naturali vanno salvate solo perché hanno diritto di continuare a perdurare nel tempo così come sono giunte a noi, modificate solo dalla lenta evoluzione delle forze della natura o da quelle primitive dell’uomo, e quindi non perché siano ‘usate’ dall’uomo di oggi come centri di produzione economica o di sfogo ricreativo, cioè in senso materiale stretto. Esse devono esistere invece per loro stesse; la natura va salvata in queste aree più selvagge solo per la fauna e per la flora, che vi si devono sviluppare in completa armonia. In questi luoghi l’uomo deve porsi dei limiti precisi oltre i quali di principio non permettere più ogni ulteriore e pur minimo intervento modificatore o realizzazioni artificiose, e deve avere poi la forza e la volontà di tirarsi indietro anche come visitatore non appena la sua presenza tende a modificarne lo stato fisico, o anche quello psichico del visitatore stesso, che deve sempre godervi le sensazioni di un rapporto di solitudine con la natura selvaggia.
Certo, questa è una scelta difficile, ma è l’unica seria alternativa da opporre alla paurosa antropizzazione del paesaggio che quotidianamente ci circonda e alla vandalizzazione degli ambienti naturali che facciamo quando ci trasformiamo in turisti estivi o domenicali........è giunto il momento di fare questa scelta di ‘utilizzo-non utilizzo’ per le zone più selvagge.......Se non lo faremo oggi per mancanza di coraggio politico sarà troppo tardi per le generazioni future. Qualsiasi altra decisione volessimo prendere a loro salvaguardia fisica o anche dei valori spirituali che esse, così, racchiudono e rappresentano, sarà un palliativo che servirà solo ad evitare alle nostre generazioni la responsabilità di una scelta che si sa difficile e impopolare.....”
Thoreau osservò che “nella wilderness è la salvezza del mondo”, e si disse convinto che una natura selvaggia aiuta a conoscere meglio noi stessi, a migliorarci e a migliorare la società in cui viviamo. Il solo pensiero che un’area possa rimanere wilderness, ossia selvaggia “forever”, affrancandosi dalla presenza dell’uomo conquistatore e assoggettatore, colpisce profondamente la sensibilità di una persona che abbia una propria vita spirituale. Come abbiamo già sottolineato, il concetto di Widerness non riguarda solo lo spazio fisico di un territorio ma concerne anche l’emotività interiore da cui l’uomo, solo di fronte alla natura selvaggia, può essere preso. La filosofia wilderness può quindi riassumersi in una frase “ La natura selvaggia è sia una condizione geografica che uno stato d’animo”.
Scrive Salvatore Veca (1986): “ la natura non è una pseudo-persona verso cui gli esseri umani siano responsabili: lo siamo nei suoi confronti per il semplice fatto che le nostre azioni causano alterazioni della biosfera e non possiamo più, o meglio, non dobbiamo più essere i predatori della biosfera. Ovviamente, noi facciamo parte della natura, senza disporre di un controllo totale di essa (non siamo responsabili della sua esistenza), e tuttavia differiamo in alcuni aspetti essenziali da altri elementi costituenti della natura. A differenza delle altre specie, sembra che noi possiamo cambiare - migliorare o peggiorare - gli effetti delle nostre azioni sulla natura: questa responsabilità causale genera una responsabilità morale....”.
A corollario di quanto osservato in merito alla protezione della natura secondo la filosofia wilderness, ci sia consentito di formulare una riflessione di tipo provocatorio: se qualcuno proponesse di distruggere una grande opera d’arte, un museo o una preziosa chiesa romanica verrebbe certamente considerato un folle, ma paradossalmente non è considerato folle chi decide di distruggere un bosco secolare per far passare un'autostrada o per realizzare un impianto sportivo d'alta montagna, con tutti i danni ambientali che quelle opere comportano.
All’uomo risale dunque la responsabilità di provvedere alla conservazione della natura perché è l’uomo che la distrugge ed è suo compito quindi tutelarla, a meno che non lo si voglia considerare alla stregua di una semplice componente del materialismo dialettico, a cui sarebbe stato affidato il compito di sovvertire integralmente l'ambiente naturale: solo questo potrebbe essere in chiave ironica l'essenza della filosofia antropocentrica.
Gary Snyder (1992) annota magistralmente: “Thoreau dice: ‘Give me a wildness no civilization can endure’ (datemi un mondo selvatico che nessuna civiltà possa tollerare). Una cosa del genere non è difficile da concepire. Più difficile è immaginare una civiltà che il mondo selvatico possa tollerare. Eppure questo è precisamente quello che dobbiamo cercare di fare. Wildness non significa semplicemente conservare il mondo; wildness è il mondo. Da lungo tempo le civiltà orientali e occidentali sono in rotta di collisione con la natura selvatica e oggi in particolare i paesi industrializzati hanno il dissennato potere di distruggere non solo singole creature, ma intere specie, interi processi della terra. Abbiamo bisogno di una civiltà capace di convivere pienamente e creativamente con il mondo selvatico, con l’essere selvaggio..... La wilderness è un luogo dove il potenziale selvaggio è pienamente espresso, dove una varietà di esseri, viventi e non, si manifestano secondo il loro ordine interno..... Wilderness vuol dire totalità, interezza. Gli esseri umani emergono da quella totalità; e l’idea di riaffermare la nostra partecipazione all’assemblea di tutti gli esseri non è affatto un pensiero regressivo”.
Scrive ancora Zunino: ".... Chi sente il desiderio di un rapporto diverso con l'ambiente, più legato ad esigenze interiori di beltà e solitudine, di riflessione, di godimento della bellezza, dei momenti del vivere e dell'evolversi della natura, più facilmente capirà l'esigenza di maggior rispetto, capirà che i diritti della natura, devono avere il primo posto e che l'uomo deve visitarla sempre pronto a tirarsi indietro non appena divengono evidenti i segni del mutamento che la sua presenza le arreca, che vanno dalla degradazione ambientale al disturbo della fauna, alla perdita di certi stati di pace e solitudine (che sono un diritto della fauna prima che nostro); pronto pertanto anche a rinunciare alla natura quando ne è il caso.
Invece, la maggioranza di quelli che amano la natura, la fauna, la flora, o ne godono attraverso la ricreazione fisica in essa (naturalisti, alpinisti, escursionisti, cacciatori, ecc.), raramente si pongono problemi di rinuncia ai propri piaceri per rispetto alle sue esigenze......... In realtà ogni categoria di fruitori della natura deve rassegnarsi a porsi dei limiti, perché non esistono fruitori buoni e fruitori dannosi, ed è nella limitazione di tutte le libertà il compromesso giusto che permette di garantire alla natura la possibilità di perpetuarsi nella sua libertà, perché mentre sono adattabili le nostre esigenze, il più delle volte non lo sono quelle della natura.......'c'è bisogno di amore verso la Terra, non verso i piaceri che ne traggono attraverso l'uso'. E' invece, purtroppo, quasi sempre l'inverso per la stragrande maggioranza degli aderenti ai vari gruppi di interesse, dall'ornitologo al cacciatore....".
Scrive ancora Zunino e completa il discorso: "Il Wilderness Concept è quella ipotetica barriera invisibile ma invalicabile contro le pressioni delle esigenze economiche, e quindi di sviluppo, della società umana, posta dall'uomo stesso a difesa della natura, o meglio a garanzia della sua perpetuità. In pratica una premeditata rinuncia dei diritti dell'uomo per garantire quelli della natura. Questa barriera è stata codificata per la prima volta al mondo nel 1964 con una legge speciale del Congresso americano. I territori delimitati da questa barriera legislativa sono per sempre e per principio tutelati contro ogni progetto di modifica al loro stato ambientale.
Oggi è il momento di cominciare seriamente a batterci affinché in tutto il mondo venga applicato questo concetto conservazionistico.
Salvare il salvabile delle ultime terre selvagge della Terra è una priorità indifferibile; abbiamo troppi esempi di luoghi selvaggi andati persi nel volgere di pochi anni perché ritenuti enormi o inattaccabili per assenza o scarsità di risorse o per la difficoltà di operarvi imprese redditizie. E' invece bastato poco perché il lento erodere di terre ai grandi spazi selvaggi si sia evoluto con un crescendo esponenziale vertiginoso (l'Amazzonia è l'esempio più attuale) in conseguenza a sviluppi socio-economici impensabili solo pochi anni fa; e così è stato per le risorse naturali scoperte in luoghi impensabili, risorse di qualità ed in quantità, la cui richiesta ha raggiunto i vertici sui mercati mondiali (petrolio, uranio, gas, ecc.): e qui insegna l'Antartide, ritenuto una landa sterile e desolata e ora scoperto come inesauribile miniera di ricchezze per il mondo intero! E' così pure i luoghi ritenuti inavvicinabili per le difficoltà tecniche di aprirvi vie di penetrazione: le scienze ingegneristiche nell'ultimo decennio hanno praticamente risolto ogni problema tecnico: ormai è solo questione di soldi. Se si vuole fare arrivare la civiltà mediante strade, dighe e costruzioni d'ogni natura non c'è più barriera naturale che riesca a fermare o contenere la volontà colonizzatrice dell'uomo.
Ad un tale stato di cose, tutte basate sul profitto, solo una corrente di pensiero può opporsi con efficacia. La volontà di distruggere colonizzando o sfruttando si può combattere solo con una volontà opposta: quella di conservare. Nessuna convinzione utilitaristica potrà mai prendere il posto a quella esigenza interiore e morale di conservarci qualcosa che amiamo perché sentiamo intimamente nostro come l'angolo preferito dalla nostra casa. Fino a che non ci convinceremo che conservare un luogo o un territorio è come far sì che gli estranei rispettino le nostre proprietà materiali (chi non si ribella a chi ci imbratta la casa o l'automobile?), non otterremo nessuna legge, nessun provvedimento duraturo a difesa dell'ambiente: accetteremo sempre compromessi, compromessi che considereremmo assolutamente inaccettabili se dovessero riguardare le nostre proprietà materiali. E questo non è giusto. Vuol dire che non abbiamo ancora raggiunto una coscienza sociale che ci faccia sentire nostro ciò che è di tutti. Ovverosia, continueremo a considerare ciò che è di tutti come se non fosse di nessuno o comunque mai nostro.
E' per questi motivi che piuttosto che vincoli seri e duraturi continuiamo ogni giorno a chiedere alle forze politiche la istituzione di nuovi Parchi ed aree protette solo per la soddisfazione di stampigliare queste definizioni su aree circoscritte cartograficamente ma che ben poco hanno di Parco o di Riserva della e per la natura, accettando labili vincoli pur di ottenere quelle semplici espressioni geografiche che, appunto, sono divenuti i Parchi italiani, siano essi nazionali o regionali. La 'Parcomania' affibiataci dai cacciatori esiste, non è una definizione per deridere il movimento ambientalista!
I Parchi Regionali istituiti negli ultimi anni, e così le molte Riserve Naturali regionali e statali, nonché i Parchi Nazionali progettati, sono basati su vincoli così poco vincolanti che al di là del solito scontato ed a volte inutile divieto di caccia, ben poco difendono dei patrimoni ambientali delimitati quali 'aree protette'.
Corriamo il rischio che come già in passato è avvenuto per tutti i Parchi nazionali esistenti, si vengano a perdere i valori ambientali e paesaggistici migliori proprio dopo che essi sono o saranno stati, teoricamente, sottoposti a tutela! Pensiamo quali grandi aree di natura selvaggia erano il Gran Paradiso o l'Abruzzo o lo Stelvio all'atto della loro designazione in Parchi Nazionali: 60.000, 30.000 e 70.000 ettari di Wilderness! Ora di quella Wilderness è rimasta ben poca cosa.
Oggi, quali Parchi o altre Riserve garantiscono che nessuna opera stradale o rifugio (per non parlare di peggio!) venga realizzata nei loro confini dopo la data della loro designazione? Pochi, se non nessuno in senso rigido.
Ecco quindi la n
ecessità di una nuova corrente di pensiero conservazionistica in merito a ciò. Una corrente che scopra e faccia proprio il Wilderness Concept. Non è una 'Parcomania'. Bensì una scelta oggettiva dei luoghi meritevoli di vera tutela, da scindere da quelli di scarso valore ambientale o, peggio, con valori solo socio-economici per i quali possono anche andar bene gli pseudo vincoli di oggi. Una scelta, quindi, non tanto dei luoghi da tutelare per essere sfruttati quanto dei luoghi da conservare veramente, per necessità biologiche e psicologiche; da difendere come difendiamo i nostri giardini, per abbellire i quali spendiamo danaro al solo fine indiscusso di crearci qualcosa di bello da guardare e da godere. Solo prendendo atto e coscienza di un tale assioma potremo batterci al fine di ottenere anche da noi delle norme vincolistiche ispirate al Concetto di Wilderness, norme da applicarsi nell'ambito di tutte le aree protette esistenti e da prevedersi in quelle di futura istituzione, almeno a difesa delle ultime aree selvagge rimaste nel territorio italiano. E solo così potremo considerare la loro difesa nostro diritto indiscutibile, al pari del diritto alla difesa della nostra casa, delle nostre proprietà fondiarie, dei nostri beni materiali in genere.
Forever wild può significare anche per sempre nostro!”.
John Muir in una lettera al fratello scrisse: “Vendimi 20 ettari del prato vicino al lago e tienilo recintato in modo che non vi possa penetrare il bestiame.... voglio che resti incalpestato per la salvezza delle felci e dei fiori e, anche se non potrò rivederlo mai più, la bellezza dei suoi gigli e delle sue orchidee sarà tanto presente alla mia mente che ne gioirò soltanto immaginandomeli”.
La nostra mente omai atrofizzata in uno stile di vita artificiale, illusorio e superficiale, non ci consente di poter concepire, anche per un solo istante, l’esistenza di una natura che non sia stata manipolata e trasformata dall’uomo. Il nostro pensiero di uomini “civili” non include più qualcosa che non sia umano o per lo meno umanizzato. Ecco perché apprezziamo solo le cose che evidenziano in qualche modo una “presenza” umana, anche minima, ma sempre umana (un sentiero selvaggio, non battuto e non marcato, viene considerato “abbandonato”, impraticabile, non confortevole). Tutto deve essere sempre sottomesso in qualche modo all’operato dell’uomo. Si spera che le ultime aree della terra che ancora sono immuni dal “morbo” umano, rimangano tali per sempre.
“Quello che ho cercato di dire è che la conservazione del mondo è nella natura selvaggia... La via è fatta di spazi selvaggi. La cosa più viva e la più selvaggia. Non ancora sottomessa all’uomo, la sua presenza la rinvogorisce.... Quando voglio ri-crearmi, cerco il bosco più intricato, più fitto e più esteso e, per l’abitante della città, il più tetro e paludoso. Vi entro come in un luogo sacro, un Sanctum sanctorum. Lì è la forza, il midollo, della Natura. In breve, tutte le cose buone sono selvagge e libere” ( H.D. Thoreau).
John Mitchell in un suo articolo (1998) ci ricorda, a conferma di quanto detto pocànzi che: “Quando si parla di wilderness non si intende esclusivamente un luogo fisico, e neppure un sistema di gestione...... Wilderness è anche uno stato mentale. Un’idea a un tempo inafferrabile e terrena: personale quanto il rischio, la libertà, la solitudine e il riposo spirituale; concreta quanto la terra vivente e le acque che ne disegnano il profilo”. Aggiunge poi, citando un suo interlocutore Charles Little che: “La terra è una comunità, insegnava Leopold. Le sue acque, il suolo, le piante, gli animali, compongono un insieme armonico non per il nostro beneficio, bensì per il loro”.
E’ bene completare ed integrare il discorso con le parole del già più volte citato Aldo Leopold, cui si deve la designazione della prima Wilderness Area del mondo, ed universalmente noto per i suoi trattati sull’”Etica della Terra”. Dall’opera A Sand County Almanac (1949/1968, traduzione di F. Zunino): “La Wilderness è il materiale grezzo dal quale l’uomo ha manipolato il manufatto chiamato civiltà.
La Wilderness non è mai stata un materiale grezzo omogeneo. Era molto varia e i manufatti risultati sono, pertanto, molto differenti. Queste differenze nel prodotto finale noi le conosciamo come culture. La ricca diversità nella selvatichezza delle quali hanno preso vita.
Per la prima volta nella storia della specie umana, due cambiamenti sono incombenti. Uno è l’esaurirsi della Wilderness nella porzione del globo più abitata. L’altro è l’ibridazione delle culture del mondo attraverso i moderni mezzi di trasporto e l’industrializzazione. Nessuno dei due può essere prevenuto; o forse potrebbe anche esserlo, visto che, da alcuni insignificanti miglioramenti dei cambiamenti che incombono, certi valori possono essere preservati prima che siano persi.
Per il fabbro accaldato nel lavoro, il ferro sulla sua incudine è un avversario da conquistare. Così era la Wilderness, un avversario per i pionieri. Ma per il fabbro in riposo, capace per un momento di gettare uno sguardo filosofico nel suo mondo, lo stesso ferro grezzo è qualcosa da amare e custodire, perché dà determinazione e significato alla sua vita. Questo significa la preservazione di alcuni rimasugli di Wilderness come pezzi di museo, per il piacere di quelli che potrebbero un giorno desiderare vederli, viverli, o studiarvi le origini della loro eredità culturale”.

Mario Spinetti


Un Pollino dimenticato?

Una lettera (con relativa risposta) di un turista del Cai di Potenza tratta dallo "Scarpone", nel quale si lamenta lo stato di abbandono del Pollino, un parco dove l'unico turismo che funziona è quello "in automobile". 
Indio
p.s: (cliccare sopra per ingrandire e leggere)



venerdì 15 ottobre 2010

Centrale Enel, continua la giostra. Ente Parco tra imbarazzante silenzio e latinorum alla Don Abbondio

COMUNICATO STAMPA
Continua la mobilitazione popolare contro il progetto Enel della Centrale del Mercure.  Dopo la riuscitissima manifestazione promossa da IdV a Castrovillari, con la partecipazione dell’on. De Magistris, è la volta di un Consiglio comunale a Viggianello -convocato per sabato- per discutere sulle ulteriori iniziative da intraprendere in opposizione al parere positivo espresso dalla regione Calabria sulla Centrale. Scontato il ricorso contro il provvedimento autorizzativo, che si andrà a sommare ad analoghe iniziative, anche di carattere penale, già in corso di stesura.
Il ricorso dell’Ente Parco, annunciato dal sindaco Manoccio, membro del Consiglio Direttivo, di concerto con l’Avvocatura dello Stato di Potenza, appare iniziativa dovuta ma ancora insufficiente. La richiesta, al Parco, è quella di chiudere con urgenza, l’iter amministrativo interno relativo alla delibera dell’11 dicembre dello scorso anno, oppositiva alla Centrale, incredibilmente non ancora ratificata dal Direttore Formica. Le dichiarazioni rese da quest’ultimo e riportate dalla stampa, sulla correttezza e trasparenza del proprio operato hanno evocato a molti la figura di don Abbondio che con il suo “latinorum” cercava di abbindolare Renzo. Preoccupa, poi, l’assenza e ancor più il silenzio del Presidente Pappaterra, che solo qualche settimana fa annunciava in TV che la vicenda Centrale, per il Parco, era chiusa da tempo e su posizioni di assoluta negatività nei confronti del progetto Enel. Peccato che nell’ autorizzazione del Dipartimento regionale calabrese alle Attività Produttive, si dica esplicitamente di come il parere del Parco non sia stato chiaramente espresso. Ma lavoro ce ne sarà anche sul versante lucano, dove i due “dioscuri” che tutelano la predatoria iniziativa dell’Enel, il Presidente della Giunta De Filippo e l’europarlamentare Pittella, dovranno spiegare le ragioni che fanno loro anteporre gli interessi del colosso energetico ai diritti delle popolazioni della Valle del Mercure. 

Forum “Stefano Gioia”
delle Associazioni e Comitati calabresi e lucani
per la tutela della legalità e del territorio 

martedì 12 ottobre 2010

Grandi Attrattori: Parco Nazionale o Luna Park Pollino?



Si apprende con un po’ di meraviglia  l’avvenuta stipulazione della convenzione tra sindaci APT e Regione Basilicata per il piano di sviluppo relativo all’area Senisese-Pollino, con la creazione, al costo di ben 10 milioni di euro,  di quattro fantomatici “Grandi Attrattori”. Dico con meraviglia perché mai avrei pensato che tali progetti avrebbero potuto prendere piede nel Pollino, nella mia terra. Da ciò che si legge nei comunicati pubblicati sul sito internet della Regione Basilicata, l’impatto che le opere potrebbero avere sull’ambiente circostante è piuttosto allarmante; in secondo luogo lascia molte perplessità l’impiego di milioni di euro di fondi pubblici per iniziative che rischiano di portare alle solite cattedrali nel deserto: fatto, aggiungo, che potrebbe comportare in futuro anche un danno non irrilevante all’immagine pubblica del nostro territorio. Ad essere chiamato in causa è il modello di sviluppo che si prevede per il Pollino, che come stiamo apprendendo, non è più basato su tutela, conservazione e valorizzazione dei beni naturalistici e storico-culturali, sull’agricoltura e l’allevamento, nel rispetto delle comunità locali, com’era più o meno negli intenti originari che condussero alla costituzione del Parco... Il progetto dei Grandi Attrattori, già iniziato con ArtePollino, è infatti sintomo di un andazzo preoccupante che rischierebbe, se continuasse, di deturpare paesaggi, di banalizzare alcuni ambienti del Parco e di annichilire paradossalmente  quelle stesse potenzialità  che il Pollino ha in nuce, proprio grazie alla fortunata circostanza che fa delle nostre montagne aree ancora (ma fino a quando?)  incontaminate e prive di strutture deturpanti come funivie, impianti di risalita, rifugi d’alta quota e altre strutture turistiche di forte impatto visivo. E’ questa caratteristica il grande “attrattore” del Pollino, altro che scivoli o passerelle! Sulla questione Grandi Attrattori invito a riflettere su alcuni nuclei problematici che a mio avviso  appaiono rilevanti:
1. L’ideologia che sta alla base di questo progetto di sviluppo è che le bellezze del Pollino non bastino alla promozione turistica; si rende necessario un “valore aggiunto”, rappresentato appunto dalla funzione catalizzatrice detenuta dai Grandi Attrattori: in pratica è come se dicessimo che passerelle, scivoli, funivie e opere d’arte attrarrebbero più visitatori delle bellezze naturalistiche del Pollino, ovvero surclasserebbero l’attrazione rappresentata dai suoi paesaggi, dagli sport di montagna in aree wilderness, dai suoi borghi antichi, dalla gastronomia e dai prodotti tipici. E’ legittimo domandarsi in proposito se le autorità (locali e nazionali) preposte alla programmazione dello sviluppo economico abbiano fatto  tutto il possibile per invertire il trend di povertà, emigrazione e abbandono del territorio che da anni purtroppo interessa il territorio del Pollino… Le bellezze del Pollino “non bastano”, o invece non sono state “valorizzate” abbastanza, attraverso una promozione che prenda corpo prima di tutto dalla tutela, conoscenza e conservazione del patrimonio naturalistico, ma anche storico-culturale e archeologico? Se il Pollino non è competitivo è perché fa schifo o perché esistono problemi di varia natura che andrebbero affrontati con competenze e seria volontà politica, magari coivolgendo le migliori energie creative giovanili  e professionali presenti nelle comunità locali? E poi si può pensare di demandare al solo turismo le prospettive di sviluppo economico di un territorio? Inoltre vorrei aggiungere che in una fase di crisi economica come questa è abbastanza illusorio pensare in uno sviluppo miracoloso che prenda corpo da tre o quattro attrattive da Luna Park. E comunque i Grandi Attrattori non sono una novità. Già all’interno del Parco  il progetto ArtePollino ha avuto come obiettivo l’installazione di opere d’arte contemporanea, il cui contributo allo sviluppo turistico è alquanto dubbio, visti i risultati… e questo a spese di milioni di euro che forse potevano essere indirizzati in maniera più opportuna (per non parlare dell’impatto sull’integrità dell’ambiente naturale e sul paesaggio che presentano alcune opere già realizzate o in corso di realizzazione come le uova giganti di Nils Udo)! Qualcuno si è chiesto quali tipi di benefici le comunità locali abbiano ricevuto da tali altisonanti opere d’arte postmoderna? E’ una prova che già basta a smentire il progetto di sviluppo integrato per il Pollino. Svluppo a parte, in questo articolo si richiamano comunque i problemi inerenti all’impatto paesaggistico di tali opere.
2. Mi pare che le considerazioni  con cui viene liquidato il problema dell’impatto ambientale che presenterebbero i Grandi Attrattori  sia viziato quantomeno da superficialità. Se è vero che, come afferma l’onorevole De Filippo, i grandi invasi come la diga di Senise sono frutto dell’opera dell’uomo non mi sembra, sprattutto  in alcuni casi, che “gli interventi previsti saranno poco invasivi tali da essere vissuti, in pochi anni, come elementi integrati nel paesaggio” (non entro nel merito della questione diga di Senise, visto che a rigore nemmeno dovrebbe essere compresa, a mio avviso, nel Parco). Prendiamo come riferimento i due casi più eclatanti e noteremo che l’impatto ambientale esiste eccome e che i progetti previsti siano viziati quantomeno da schizofrenia:
Piano Ruggio. Certo, è attraversato da una strada e c’è un rifugio, ma è un’area di grande valenza naturalistica, uno dei più bei pianori d’alta quota, che già così com’è è un “attrattore”. Il tubo d’acciaio non farebbe altro che banalizzare d’un colpo la bellezza del luogo. Sta di fatto che il Rifugio De Gasperi è chiuso da tempo e in stato di abbandono; qui la prevista pista da sci di fondo non ha mai funzionato e la strada spesso d’inverno non è libera dall’innevamento, tanto da creare grossi problemi a quelle guide che portano le comitive di turisti in montagna, d’inverno come d’estate. Mi sembra un’assurdità tenere chiuso un rifugio, non pensare alle possibilità offerte dallo sci, non provvedere alla manutenzione della strada e progettare intanto fantomatici scivoli d’acciaio!
Rifugio Segheria-Piano di Jumento: una passerella tra gli alberi alta sei metri dovrebbe portare i turisti alla pista da sci di fondo situata nello spettacolare Piano di Jumento (anche questo un punto panoramico è già di per sé un attrattore, se solo si considera la veduta di Serra di Crispo e Serra delle Ciavole ammantate dalla foresta di faggio-abete bianco che è possiblile ammirare da qui!). Già si sta costruendo da quelle parti una discutibile strada asfaltata per accedere alla pista, che ha danneggiato  l’ambiente integro di Toppo Vuturo: adesso ci voleva anche la passerella per permettere ai turisti sciatori di andare a piedi? Ben venga la pista da sci, aiutiamo i gestori e il comune attraverso una seria promozione turistica, ma senza cemento e inutili passerelle! Vorrei ricordare poi che, come il De Gasperi, anche il Rifugio Segheria è chiuso e si può dire che non abbia mai funzionato. Anche là si costruì con la scusa del turismo… sta di fatto che è rimasta una struttura abbandonata. Ma torniamo alla passerella. Un intervento che prevede  “ piattaforme osservative, illuminazione, percorsi alternativi, punti panoramici, e pannelli informativi che arricchiscono il percorso principale e ne fanno un'attrazione di carattere ludico-educativo per grandi e piccini” vi sembra a zero impatto ambientale? La faggeta di Toppo Vuturo e Piano di Jumento è ad alta valenza naturalistica e una passerella del genere non è vero che “ si integra perfettamente nel paesaggio circostante”. Se una passerella e un tubo d’acciaio non sono invasivi, allora nulla è invasivo, allora anche i mostri di cemento che hanno deturpato le povere coste del mediterraneo “si integrano nel paesaggio”…
3. Il progetto integrato di sviluppo appare come un’iniziativa calata totalmente dall’alto, ovvero programmata da agenzie di sviluppo economico come l’APT e dagli organismi dirigenti della Regione, che si muovono in questo caso come burocrazie autoreferenziali ed avulsi dai contesti territoriali locali. Evidentemente si approfitta della situazione di grave crisi in cui versano i comuni del Pollino, i cui sindaci si vedono subito disponibili ad avallare tali discutibili progetti appena si presenta la possibilità che arrivino dei soldi. Certo non vanno giustificati, ma vanno quantomeno compresi  perché sono trattati come l’ultima ruota del carro. La responsabilità maggiore risiede in alto, e in questo caso negli organismi esecutivi della Regione Basilicata. Purtroppo ho l’impressione che ragionare con questa mentalità di sopravvivenza (per non dire miserevole) tipo: “intanto sfruttiamo questi fondi, poi vedremo”, non porterà alcun tipo di sviluppo per i paesi del Pollino, per i lavoratori e i giovani.  Suvvia, siamo seri. Ammettiamo che ci sono soldi disponibili da sfruttare per buttare un po’ di cemento in giro e non scomodiamo lo “Sviluppo”! E’ un fatto che ormai da tempo l’emigrazione giovanile, la disoccupazione e lo spopolamento dei  paesi del Pollino sembrano  inarrestabili. Non mi sembra che  qualche scivolo o uno spettacolo sulla Diga di Senise ci salveranno: e non è certo deturpando l’ambiente al costo di milioni di euro, piuttosto che conservandolo, che miglioreremo la nostra situazione. In tale quadro resta poi discutibile la situazione dell’attuale  Parco Nazionale, un organismo ormai orientato a sostenere anch’esso  questi progetti faraonici e spesso contrastanti con le finalità che un parco nazionale dovrebbe perseguire: basta ricordare l’ambigua posizione nei confronti della centrale Enel del Mercure, ArtePollino, Centri polifunzionali, sentieri cementificati realizzati da ditte edili… e chi più ne ha più ne metta. Se continua così, oltre a chiedere la dismissione di quello che è quasi diventato un organismo di cui non si capisce la funzione,  dovremo cambiare la denominazione del Parco: da Parco Nazionale del Pollino dovremo rinominarlo Luna Park Pollino.
Un’ultima cosa, da cittadino, la voglio dire. Di sicuro in un periodo in cui certe organizzazioni politiche come la Lega Nord accusano la classe politica meridionale di parassitismo e spreco di fondi pubblici, iniziative come il “progetto di sviluppo integrato” non aiutano certo a smentire un’affermazione così pesante…
Indio



venerdì 8 ottobre 2010

16 ottobre 2010 OCCUPARSI DEL PARCO NAZIONALE DEL POLLINO - Manifestazione



Manifestazione a Piano Ruggio

16 ottobre 2010
OCCUPARSI DEL PARCO NAZIONALE DEL POLLINO

Una manifestazione per chiedere l'impegno dell'Ente Parco a:

1. Prendersi cura del territorio, della fauna, della flora, dei monumentali Pini Loricati

2. intraprendere una azione per recuperare tutti i rifugi e trasformarli in centri di promozione e sviluppo ecoturistici ed educativi affidandoli a cooperative di giovani e non con competenze in amteria ambietale, storico e culturale

3. affidare la sentieristica a guide ed associazioni locali

4. promuovere solo quelle iniziative culturrali ed economiche coerenti con la missione del parco

5. bloccare la inutile costruzione di centri polifunzionale come quello di campotenese e mezzana

6. bloccare la inutile e autolesionista trasformazione delle piste forestali (utili per l'escursionismo, fuoristradismo e mountainbike) in strade asfaltate

7. realizzazione di centri visite dedicati alle emergenze ambientali: lontra, cervo, grifoni, lupo, pino loricato, abete, ecc...

8. bloccare la costruzione di qualsiasi manufatto in zone di elevato valore ambientale

9. investire in progetti che partano dalle reale esigenze del territorio che consentano l'inserimento di giovani dall'elevato profilo professionale creando sviluppo e ulteriore occupazione.

Centrale Enel... una tiritera dura a morire: Regione Calabria concede autorizzazione, Ente Parco in posizione attendista

articoli tratti da www.olambientalista.it

Centrale del Mercure, c’è il decreto della Regione Calabria
6 OTTOBRE 2010
La Regione Calabria ha autorizzato, con proprio decreto, la riattivazione della centrale ENEL del Mercure. Il provvedimento è stato firmato dall’ing Ilario De Marco, dirigente del Dipartimento Attività Produttive. Secondo il dirigente De Marco il decreto sarebbe “ un atto dovuto visto che tutti i pareri, compresa l’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) sono favorevoli”. La Regione Calabria ha recepito anche il parere favorevole dell’Ente Parco del Pollino anche se lo aveva successivamente sospeso. “Il parco – ha ribadito De Marco ai quotidiani locali – ha scritto di non essere favorevole in linea di indirizzo. Ma a noi l’indirizzo non interessa, bensì la risposta tecnica che da parte del Parco è sempre stata favorevole alla riattivazione della centrale. A ciò si aggiunga anche il parere rilasciato nella valutazione d’incidenza sia della Calabria che dalla Basilicata. Ognuno si assuma le proprie responsabilità”. Il decreto dovrà essere  pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Calabria. Il Forum S.Gioia ed i Comuni di Rotonda e Viggianello preannunciano ricorsi su quello che viene definito un atto non efficace in assenza del parere dell’Ente Parco, mentre al momento non è nota proprio la posizione dell’Ente Parco in merito a possibili ricorsi legali contro una decisione che mina l’ambiente e la salute dei residenti. Sull’autorizzazione della Regione Calabria c’è intanto da registrare l’affermazione del  sindaco  di Castelluccio inferiore, Roberto Giordano che esprime “soddifazione… su un atto che fa uscire dalla logica del no a tutto”.

6 OTTOBRE 2010
La OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista) – in seguito all’emanazione da parte della Regione Calabria del decreto autorizzativo per la centrale del Mercure – sollecita l’Ente Parco Nazionale del Pollino a ricorrere perentoriamente contro tale decisione, non appena verrà pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Calabria. Infatti, ad oggi, le posizioni e la condotta assunte dalla direzione del Parco sono risultate essere inadeguate e doppiogiochiste, nonostante le continue sollecitazioni della associazioni ambientaliste e dei comitati di cittadini, che più volte hanno invocato una risposta tecnica di contrarietà al progetto, altamente impattante, di Enel spa.
Ragion per cui, la posizione non favorevole in linea di indirizzo espressa dalla direzione del parco del Pollino è servita, esclusivamente, da assist a chi pone, innanzi tutto, l’interesse privato davanti alla tutela dell’ambiente e alla salute dei residenti. La nostra Organizzazione – stigmatizzando tutte le improbabili affermazioni di quei “sindachicchi” che pensano di risolvere con una centrale sovradimensionata i problemi delle loro comunità – spera in un ricorso dell’Ente Parco Nazionale del Pollino, che sappiamo essere a conoscenza dell’assurdità del progetto, facendo chiarezza sul ruolo dell’attuale direzione del Parco, risultata del tutto inadeguata ed all’altezza della funzione di salvaguardare l’ambiente dell’area protetta e gli interessi della comunità, nonostante che sulla vicenda vi fossero espressioni di volontà contrarie alla messa in funzione della centrale del Mercure, proprio da parte del Consiglio Direttivo e della Comunità del Parco, assunte in forma ufficiale e non recepite dalla Direzione del Parco.

Centrale del Mercure: la “ventriloqua” Enel spa

7 OTTOBRE 2010
Un’Enel “ventriloqua” continua a parlare con la bocca di altri, che oltre alla dignità, hanno perso, e da tempo, il senso del reale. Ecco come uno sparuto gruppo di “sostenitori a gettone”, del tutto estranei al territorio, diventano migliaia di persone, mentre le devastazioni -economiche, occupazionali, ambientali- che la Centrale del Mercure determinerebbe, diventano, come per incanto, vantaggi. Bisognerebbe però chiedersi come mai questi vantaggi siano da sempre sfuggiti e ancora sfuggano alle popolazioni che abitano questa terra, aggredita e vilipesa. E così anche una semplice delibera di un ossequioso funzionario, ancora neanche pubblicata, diventa LA vittoria definitiva.  Falso, falso, falso. Non sarà certamente questo documento a chiudere la partita. Documento, pieno di incredibili e evidentissimi “errori”, emesso senza che nessuna Conferenza di Servizi sia stata convocata, e che servirà invece a capire chi vorrà difendere la legalità e chi interessi estranei e opposti a quelli delle popolazioni.
Certo è che questo documento rimanda anche alle gravissime responsabilità di un Ente Parco imbelle e subalterno, che con la sua politica, volutamente attendista e rinunciataria, ha consentito questo squallido tentativo che troverà le risposte adeguate, di legalità -in Italia e presso la Comunità Europea- e da parte della popolazione sulla cui pelle in troppi cercano di speculare. I festeggiamenti degli “amici” dell’Enel sono perciò assolutamente fuori posto. La vicenda della Centrale finirà soltanto quando quell’ammasso di amianto e ferraglia rugginosa, dismesso dai lontani anni novanta, verrà smontato e portato lontano dalla nostra terra. [di Forum “Stefano Gioia” delle Associazioni e Comitati calabresi e lucani per la tutela della legalità e del territorio]

Orsi "domestici": botta e risposta tra l'Ente Parco e Franco Zunino



Ancora orsi in cerca di cibo
Un problema mistificato da successo!

E’ di eri la notizia di un orso che si sarebbe avvicinato alle case di una frazione di Campoli Appennino alla ricerca di cibo. Un fatto che denota l’acutizzarsi di un problema sempre più grave per la sua conservazione, ma che la stampa ha trasformato in un successo turistico. La ragione di questi fenomeni sempre più frequenti è molto chiara: gli orsi non trovano più risorse alimentari nel territorio del Parco e lo vanno a cercare sempre più in basso, sempre più verso le vallate esterne, e  quindi sempre più vicino ai paesi.
Nonostante questo, i giornali hanno trasformato questa notizia in un fatto turisticamente positivo (ed è comprensibile, vista la grande ignoranza dei problemi ambientali da parte di tanti giornalisti, sempre sensibili ad un animalismo di facciata), come è comprensibile che entusiasmo esprima il Sindaco di Campoli, che giustamente più che a difendere l’orso deve pensare a risollevare l’economia del proprio paese. Ma se l’orso selvatico dovesse mai giungere ad avvicinarsi a quello tenuto in cattività nella ormai famosa “fossa di Campoli”, questa notizia non sarebbe positiva, ma segno di un declino inarrestabile della popolazione dell’Orso bruno marsicano (con l’augurio che mai debba scavalcare quella recinzione per raggiungere il suo compagno prigioniero!). Una sconfitta, non un successo!
Nonostante questo, l’Ente Parco e gli studiosi di cui si circonda, continuano a sostenere l’inutilità di intraprendere iniziative di incentivazione dell’agricoltura e della pastorizia ovina nel territorio protetto ed in quello ad esso marginale: “l’orso ha grandi risorse naturali a disposizione”, essi sostengono. Però, intanto, l’orso scende sempre più a valle a cercare le risorse “domestiche” alle quali da generazioni e generazioni era abituato, tanto da potersi quasi dire che sia nel suo DNA l’esigenza di pecore, puledri, vitelli, grano, granoturco, mele, uva ed altre risorse (come gli alveari, che l’orso di Campoli è andato a cercare a casa del capo dei vigili urbani di Campoli Appennino).
L’orso bruno marsicano è anche una risorsa turistica; ma lo è preservando l’idea della sua esistenza tra quei monti ed in quelle foreste, non trasformandolo in un animale da baraccone che per forza tutti devono vedere. Diritto di tutti è preservarlo selvaggio, non osservarlo, magari addomesticato a razzolare nei cortili o, peggio, attorno ai bidoni di rifiuti!

Murialdo, 7 Ottobre 2010                                            IL SEGRETARIO GENERALE
                                                                                                       F.to Franco Zunino




comunicato dell'Ente Parco al quale si risponde.

Pescasseroli. - Sempre più spesso appaiono comunicati che, occupandosi di fatti molti dei quali del tutto naturali, riguardanti l’orso bruno marsicano, inducono i media a scrivere, sovente, cose inesatte e a dare notizie a volte non rispondenti alla verità.
Ad esempio, la notizia che un orso si è avvicinato a una frazione di Campoli Appennino, non dovrebbe essere una notizia, visto che la popolazione di orsi marsicani da sempre utilizza quei territori. Non si tratta, come sostengono alcuni pseudo ricercatori, di animali ormai  "domestici", che scendono a valle perché "non trovano più risorse alimentari nel territorio del Parco".  Molto più semplicemente si tratta del normale uso del territorio da parte  di animali che esplorano abitualmente parecchie centinaia di chilometri quadrati, incontrando giocoforza attività umane, infrastrutture, residenze. Altra questione è quella di qualche esemplare cosiddetto "problematico".

Questi episodi, che sicuramente vanno attentamente seguiti, denotano – al contrario di quanti ritengono che solo con il catastrofismo si possa fare notizia – una tendenza della popolazione ad espandere il proprio territorio: si ricorda al proposito che negli ultimi 3 anni  sono state segnalate almeno 22 nascite di nuovi piccoli, a testimonianza della vitalità della popolazione di orsi.

A parte le ricerche in corso, testimoniano come le risorse alimentari a disposizione dell’orso siano più che sufficienti, l’Ente  ha comunque ripreso, anche se in misura modesta per mancata risposta da parte degli agricoltori interessati, la campagna alimentare e la piantumazione di alberi da frutta in zone strategiche per la presenza del plantigrado.  Risulta comunque abbastanza chiaro che quando qualche esemplare ha a disposizione risorse "domestiche" di facile reperibilità tende ad approfittarne.

L’Orso, storicamente,  si è sempre avvicinato ai centri abitati. Poi,  avvistare qualche esemplare al di fuori degli stretti confini del Parco non può che essere di buon auspicio per il futuro della specie.
 
Quanto al sostegno alle attività agricole e di allevamento, mai come ora il Parco è stato vicino alle categorie interessate, spesso incoraggiando e incentivando le attività e la realizzazione di strutture produttive, allo scopo di sviluppare, in modo compatibile queste attività, dando loro la precedenza rispetto ad altri settori.
 

In questo caso, quindi, sono i fatti  che parlano, e non valgono le chiacchiere di chi crede di essere, non si sa a quale titolo, il depositario del sapere assoluto.
Sul piano più strettamente scientifico verrà presto dato riscontro, confutando nel merito tutto quando di inesatto e, a volte, volutamente strumentale, è circolato e continua a circolare nei comunicati e siti di associazioni più o meno fantomatiche.  

Replica di Zunino


1. L'Associazione Italiana per la Wilderness non è un'associazione "fantomatica", ma un'associazione riconosciuta dal Ministero dell'Ambiente.

2. Gli orsi si sono sempre avvicinati ai paesi ed è vero, solo che ora lo stanno facendo in un modo assai più "vicino"; un tempo erano gli stazzi nei pressi dei paesi che venivano assaliti, o gli apiari. Mai si era verificato che gli orsi scorrazzassero per le case; mentre oggi non è un caso, ma quasi una regola (solo di recente: Scanno, Bisegna, Settefrati, ed ora Campoli).

3. Il fatto stesso che si riconosca l'esistenza di orsi "problematici" già la dice lunga su questo problema. Un problema che non esisteva (non era mai esistito!) fino a circa dieci anni or sono.

4. 22 piccoli in tre anni non è una grande novità: è un fatto naturale il cui merito non appartiene né all'uomo né tanto meno all'Ente Parco. E' semplicemente la norma, e magari forse anche no, perché significano solo 7 orsi all'anno, ai quali vanno sottratti quelli morti ed i cuccioli (circa 50% almeno) che non raggiungono l'età adulta).

5. Che le risorse naturali siano più che sufficienti lo dedusse già il sottoscritto 40 anni fa. Il problema è che l'orso va a ricercare quelle più comode ed appetitose (agricoltura ed allevamento). Ed anche questo fu già riscontrato dal sottoscritto  40 anni or sono.

6. Le tante (troppe, perché inutili!) piantagioni di mele effettuate negli ultimi anni non servono a nulla, perché se mai arriveranno alla produzione, sarà tra molti anni, e saranno subito distrutte dallo stesso orso. Di incentivi all'agricoltura non ne sono affatto stati dati, neppure nella Vallelonga dove sarebbe stato (e sarebbe ancora) necessario offrire prima che sia troppo tardi (cioè, che cessi del tutto questa pratica). La stessa iniziativa proposta dall'AIW e ad essa essa "delegata" e stata, si fa per dire, dal Parco "boicottata" semplicemente applicando la burocrazia, da altri organismi locali, pur interessati, semplicemente ignorata.

7. Anche il famoso Tassi sosteneva che gli orsi fuori Parco erano segno di una crescita della popolazione. Per favore, non si inizi anche oggi con questa manfrina, per nascondere il fatto che nel Parco di orsi ce ne sono sempre di meno!

8. Il sottoscritto non ritiene di conoscere la verità assoluta dei fatti, ma ritiene di conoscere abbastanza l'orso, le sue esigenze ed il suo territorio, tanto da poter scrivere quello che ha scritto e che scriverà ancora. La verità assoluta non è neppure quella dell'Ente Parco o degli studiosi, anzi, spesso la loro è una verità assai discutibile, con punti mai ben chiariti.

9. In quanto ai riscontri "strettamente scientifici", ben vengano. Sperando che poi si cominci (finalmente!) a fare qualcosa di veramente concreto per salvare questo benedetto orso. Il sottoscritto sarà il primo a lodare le iniziative del Parco, quando i risultati si vedranno veramente, e non siano solo dichiarati tali sulla carta (come quelli del PATOM, tanto per fare un esempio: un bel documento, ma raramente applicato, specie quando si è trattato di bloccare progetti milionari).

10. Correttezza vorrebbe che i comunicati stampa siano inviati anche ai soggetti cui essi sono rivolti. Il sottoscritto non ho mai evitato di inviare i propri all'Ente Parco o ai Comuni ancorché di critica. E' una questione di correttezza, libertà di pensiero ed espressione e di rispetto delle regole di convivenza e dialettica democratica e civile.

Franco Zunino
Segretario Generale AIW