"A patriot must always be ready to defend his country against his governement"
(Edward Abbey)

venerdì 28 gennaio 2011

Guide ufficiali del Pollino: una riflessione di Emanuele Pisarra


LA TRISTE FINE DELLE GUIDE UFFICIALI DEL PARCO NAZIONALE DEL POLLINO

            di Emanuele Pisarra
Una mattina di gennaio percorro in macchina il Corso Principale di Rotonda quando mi supera una moto delle poste guidata con maestria da una abile guidatrice, tutta imbardata nella divisa ufficiale con tanto di casco e cartellino appeso al collo .
Rallento per guardare meglio questa novella pilota e mi accorgo che si tratta di Angela, una Guida Ufficiale del Parco.
Ma come?
Una Guida Ufficiale che fa la postina.
La fermo e dopo i saluti di rito, chiedo spiegazioni di questo suo improvviso cambio di mestiere; “come mai hai cambiato lavoro? Ti sei stufata di andare in giro per le nostre montagne? “
Ma quando mai … mi risponde Angela.
Solo che il lavoro di Guida non mi permette di portare avanti la famiglia e allora ho accettato a malincuore di lavorare come postina a tempo indeterminato.
È amareggiata Angela. Per come vanno le cose al Parco e nel Parco; per come sono considerate le Guide del Parco: cioè nulla. Zero!
Eppure siamo stati nei momenti di grande disagio e abbandono del territorio delle punte d’avanguardia nella promozione, conservazione e tutela del territorio.
Quante volte abbiamo - a causa del nostro continuo servizio nel territorio - denunciato scempi, abusivismi vari e quant’altro.
Questo è il ringraziamento.
Sono molto amareggiata per tutto ciò!
In ultimo gli auguri del direttore del parco per il nuovo lavoro. Invece di preoccuparsi della perdita di una guida, si complimenta.”
Purtroppo il lavoro di consegna della posta ci costringe a interrompere la conversazione.
Mi rimetto in macchina e rifletto sulle parole di Angela.
Come in un flashback mi ricordo i primi tempi di quanto ho conosciuto Angela. Era l’autunno del 1989 e avevo pianificato un’uscita come docente del corso per aspiranti guide del Parco organizzato dalla gloriosa cooperativa I° maggio di Rotonda.
Come il solito ero troppo pignolo e puntuale per aspettare i soliti ritardatari. Bisognava raggiungere il Colle dell’Impiso e salire fino ai Piani del Pollino e rientrare prima che arrivasse il buio.
Angela non arrivò in orario e noi partimmo senza di lei.
Appena giunti al Colle dell’Impiso, stavo facendo le solite raccomandazioni per l’escursione che ci apprestavamo a compiere; all’improvviso il silenzio fu interrotto dal roboante motore “a palla” di una panda bianca che stava arrivando a tutto gas.
L’auto si ferma a pochi centimetri dietro al nostro pullmino tra uno stridio di freni e una sgommata; dato il bordo strada senza protezioni, temetti il peggio.
E finalmente tutti vedemmo la temeraria pilota scendere di corsa, afferrare dal sedile posteriore lo zaino e raggiungerci, scusandosi per il ritardo.
In quella circostanza capii che Angela sarebbe divenuta un’ottima guida.
Gli anni successivi sono stati intensi di attività escursionistiche sia come liberi professionisti sia come collaboratori ingaggiati dalla Proloco di Rotonda.
In quegli anni portammo in giro migliaia di persone.
Qualche anno dopo facemmo tutti insieme il corso per Guide Ufficiali del Parco.
Eravamo una bella squadra, animata da una grande volontà di conoscere e far conoscere il Pollino ad un pubblico sempre più ampio.
Abbiamo iniziato un cammino di pubblicizzazione del territorio che ancora oggi non ha eguali in tutta Italia.
Poi Angela e gli altri decisero di creare l’Associazione delle Guide (io ne stetti fuori), con a capo in una prima parte, da Pino Di Tomaso, poi sostituito da Gaetano Lofrano.
I continui cambi ai vertici del Parco non garantirono una partenza “giusta”. La politica di Gaetano mirava a trovare un ruolo delle Guide nel contesto dei meccanismi gestionali dell’area protetta. Come dire che anche noi possiamo partecipare all’avvio di questa macchina.
E da questo punto incominciarono i primi dissidi con l’Ente Parco.
Da un’iniziale posizione troppo filo-governativa si passò all’opposizione. Criticando molto duramente l’operato dell’Ente che non mostrava molta attenzione nei confronti delle Guide.
Dopo una serie di sovvenzioni a pioggia mascherati con pseudo obiettivi che vanno dal monitoraggio all’educazione ambientale, si giunse all’epilogo dello scorso anno allorquando l’Ente decise di non finanziare più l’associazione delle Guide.
Come per incanto essa si dissolse.
Poi ne nacque una seconda – a detta di molti – per gestire i fondi messi a disposizione dalla Fondazione Sud.
Di conseguenza anche la vecchia associazione diede qualche cenno di rinascita.
Oggi, entrambe le associazioni, vivacchiano, stentano a decollare. Anche per mancanza di … soci.
Infatti, dopo la scomparsa di Beppe Scutari, che in più occasioni cercò di rilanciare il ruolo della Guida Ufficiale, tutti si diedero ad altri lavori.
Tutti questi pensieri funesti mi accompagnano verso San Severino Lucano.
Se Sparta piange Atene non ride.
Cerco Giorgio e mi dice che si trova sul Frido ad aprire un sentiero.
Lo raggiungo.
Racconto l’incontro della mattina e lui dice: “ ma come? Anche tu ti stupisci?
Vedi anch’io per sopravvivere lavoro come operaio forestale e sto qui a pulire dai rami superflui questi vecchi alberi che stanno lungo la riva del Frido  … qui verrà un bel sentiero naturalistico facile da raggiungere a pochi minuti dal Campo Avventure e dalle strutture di bosco Magnano.”
La semplicità di Giorgio è contagiosa.

Lo spettacolo del Frido, in questo punto, è davvero spettacolare. Grossi massi di roccia  di vari colori, squadrati, quasi una massa cerebrale fluttuante nelle acque gelide del fiume ti rilassa, ti fanno dimenticare i problemi del giorno.
Le radici di un grosso pero selvatico, plasmate dalla violenza dell’acqua, dallo strofinio dei pietroni che rotolano di qualche centimetro dopo ogni piena, appaiono come tanti tentacoli di una piovra che cerca di avvolgere il mondo intero.
A me questo lavoro piace molto. È come tornare ai tempi di quando lavoravo sullo Stelvio – racconta Giorgio – con la portantina a trasportare pietroni per costruire sentieri.
Un’esperienza che ora mi è utile qui per coordinare gli operai forestali che lavorano con me nella pulizia e recupero di questi vecchi sentieri.”.
Tuttavia Giorgio è felice. Lo trovo dimagrito, sempre con il suo entusiasmo; mi racconta di quando indossa i pantaloni rossi per avventurarsi lungo i sentieri dei pescatori del Frido, oggi completamente abbandonati e coperti da rovi, per cercare una traccia da poter recuperare per quel turista che stenta ad arrivare.
Ritorno sul problema delle Guide.
E lui mi racconta che se Angela fa la postina gli altri non navigano meglio. Narduzzo, fa l’imbianchino, raccoglie e vende legna, Luigi fa l’elettricista, Quirino fa il musicista e costruisce zampogne, Gaetano  si occupa di arte contemporanea, Peppino gestisce il rifugio, Primo ha problemi con la dentiera, Peppe studia inglese, Silvio progetta fattorie didattiche e Alba non si sa cosa faccia.
È ora di pranzo  e la giornata è finita.
Giorgio raccoglie gli attrezzi di lavoro, però prima mi fa vedere come si è ingegnato, con cordini e scalette, moschettoni e discensori, casco e guanti, tronchesina e seghetto da potatore e sale su di un tronco per recidere l’ultimo ramo del giorno.
Recupera il vecchio zaino che ricorda il lavoro in Trentino, carica gli attrezzi, si toglie l’imbrago, sistema il cordame , i moschettoni e ci avviamo lungo il sentiero per raggiungere la macchina.
Vedi come ho pulito questo spuntone di roccia ? Ho perfino passato la spazzola di ferro per togliere i residui di terra; guarda che vista da questo promontorio! Vedi come quel pero è riuscito a nascere in mezzo alle rocce. È pazzesco, come la natura riesca a sopravvivere in ambienti così severi”.
Saliamo lungo il sentiero ben gradinato tra grandi querce e rovere, in un manto di foglie dal colore arancio, con il sottofondo del rumore dell’acqua.
Vista l’ora, ci facciamo un piatto di pasta all’antica Baita, splendido locale a pochi metri dalla statale, a Bosco Magnano.
Incominciamo con un ottimo e abbondante antipasto a base di prosciutto, soppressate e salsiccia lucana.
Il tutto innaffiato con una caraffa di ottimo vino aglianico rosso, di corpo, molto tannico che si fa bere a meraviglia.
Inevitabilmente il discorso cade sulla realtà delle Guide, sul loro patrimonio di saperi, sulla loro passione per la montagna; concordiamo sul principio che siamo sottovalutati e non presi in considerazione.
Che non partecipiamo a nessun processo decisionale dell’Ente nel governo del territorio.
E qui il discorso cade sull’Ente parco.
Mai come ora al completo nell’organico, nel consiglio e in tutti i suoi meccanismi. Tuttavia è privo di propositi, d’idee, di progetti e di cose da fare subito. È senza una lira. Anzi: un euro! Nonostante ciò progetta grandi opere faraoniche destinate a diventare le nuove cattedrali nel deserto.
A interrompere il nostro “pessimismo della ragione” arriva una splendida bistecca di vitello, ben cotta, al limite del bruciato, con contorno d’insalata verde.
Dissento solo sull’insalata: non sono mica un erbivoro!
La bistecca richiede silenzio.
Fuori il tempo si annuvola.
Arriva ancora qualche avventore ritardatario e chiede se c’è ancora qualcosa da mangiare.
Dopo un primo boccone “selvaggio” della bistecca il nostro discorso cade sempre lì: la figura della Guida che in più occasione ha salvato la faccia al territorio, mettendoci una pezza quando il turista chiedeva come mai da anni il rifugio De Gasperi è chiuso,così come sono chiuse le altre venti strutture; così come non funziona nessun centro visita.
Evidenzio come ci pervade un certo “pessimismo della ragione”, tipico del meridionale che si lamenta sempre, che è rassegnato fin dalla nascita, che “tutto deve andare così e non si può far niente.”
Ma se noi siamo rimasti sul posto come l’ultimo dei Moicani qualcosa vuol dire.
Non riusciamo a darci una risposta.
Forse è meglio innaffiare il tutto con una grappa barricata!
Ma il discorso si avvita e diventa sempre più complesso. Proprio come quando uno non riesce a trovare il bandolo di una matassa che a prima vista sembra facile da dipanare.
All’improvviso ci balena in testa un’idea peregrina, bizzarra e di scarsa possibilità di concretezza.
E se l’Ente ci assumesse?
Con pochi soldi non manderebbe a puttane un patrimonio di conoscenze e ci potrebbe utilizzare nei periodi morti come educatori nelle scuole come avevamo pensato in uno dei tanti corsi con i lavoratori socialmente utili.
L’Ente naviga in brutte acque.
Non ha una lira.
Figuriamoci se prende in carico dei vecchi catorci come noi.
Ne ha già più di cento ereditati dai veterani LSU buttati da qualche parte a far nulla.
Certo noi non vogliamo fare la stessa fine.
Alla fine sarebbe dare un mezzo stipendio a quattro o cinque persone.
Che vuoi che sia?
Ci alziamo e usciamo nel freddo di Bosco Magnano.
Meglio stare con i piedi per terra.
Saluti e convenevoli di rito e poi ci promettiamo che la prossima volta ci vediamo in montagna su uno dei nostri sentieri, ad arrancare verso qualche cima, così, sotto pressione, con il cuore in gola per la fatica, non ci vengono strane idee.
Riprendo la strada per tornarmene a casa, sotto una pioggia battente che impedisce di vedere la via e se non fosse per il fatto che la conosco a memoria, converrebbe fermarsi e aspettare che passi la tempesta.
La radio parla delle figure professionali in campo ambientale: mi verrebbe voglia di telefonare per raccontare la storia di una Guida Ufficiale di un Parco in Italia.
Poi penso alla domanda di un funzionario del Parco che qualche mese fa mi chiese cosa ne pensassi del fatto che l’Ente parco vorrebbe bandire un corso per nuove guide e mi viene in mente la mia risposta secca:
volete ancora creare dei morti di fame?
Eravamo in quarantacinque e siamo rimasti in sei.
Il segnale radio “va e viene” e in un tornante nei pressi di Viggianello mi arriva forte e chiara la voce di una speaker di radio tre, la quale conclude un discorso del quale ignoro i contenuti con una frase famosa di Woody Allen : Dio è morto, Marx è morto … e anch’io oggi non mi sento molto bene!
Sottoscrivo in pieno!                  
Emanuele Pisarra

giovedì 27 gennaio 2011

La Repubblica: vota l'inchiesta sulla centrale Enel del Mercure!

Pollino Wild invita tutti gli amici del Pollino a partecipare ad un sondaggio indetto da Repubblica.it per la prossima inchiesta su temi ambientali.
Tra i temi proposti vi è la Centrale del Mercure che è al momento in testa! Cliccate su Biomasse
 





il link è il seguente:
 
http://temi.repubblica.it/repubblica-sondaggio/?pollId=2448

mercoledì 26 gennaio 2011

"DIO SALVI L'ORSO ... (E L'AMBIENTE NATURALE DEL PARCO D'ABRUZZO) DA CHI DICE DI AMARLO!"

COMUNICATO STAMPA
"DIO SALVI L'ORSO ...
(E L'AMBIENTE NATURALE DEL PARCO D'ABRUZZO)
DA CHI DICE DI AMARLO!"
E' ormai notoria la situazione drammatica in cui versa la popolazione di Orso bruno sopravissuta fino ai giorni nostri nelle montagne del Parco Nazionale d'Abruzzo e suoi circondari. Così come è notorio il fatto che uno dei problemi più drammatici connessi alla sua capacità di poter ancora continuare ad esistere e, magari (tutti lo sperano!), aumentare di numero per portarsi ad un limite di sicurezza - limite che invece si allontana sempre più di anno in anno - sia la possibilità per gli individui che ancora compongono la popolazione (si dice, sì e no, attorno al numero di 50) di trovare quelle fonti alimentari di cui ha goduto per migliaia di anni: pecore ed altri armenti, campi coltivati (a granoturco, grano, lupinella, ecc.). Fonti alimentari che nel volgere degli ultimi decenni sono praticamente sparite da gran parte del suo areale di vita a causa della drastica diminuzione e sparizione delle pratiche agricole da parte degli abitanti locali.
Ebbene, anziché provvedere a sopperire a questa mancanza con semine "artificiali" (culture a perdere) da parte dell'Ente Parco e di quelle organizzazioni che da anni dicono di battersi per la salvezza di quest'animale, non solo l'Ente Parco, ma anche associazioni cosiddette "ambientaliste" (ma in realtà con finalità piuttosto di promozione turistica) non fanno altro che andare a piantare alberi di mele domestiche nella speranza che prima o poi comincino a fruttificare (anche se la maggior parte di quelle piantate negli ultimi dieci anni sono semplicemente morte); ciò per aumentare le potenzialità trofiche per l'orso (solo per il periodo autunnale, bene che vada!).  Come sostiene l'ex Guardiaparco Gerardo "Lillino" Finamore, "nel Parco d'Abruzzo ci sono già migliaia e migliaia di alberi di mele selvatiche in grado di fruttificare e di soddisfare ampiamente quei "quattro" orsi rimasti!"
Oggi leggiamo con enfasi che si è proposto, e si sta anche attuando, la pratica di innestare alberi di mele selvatiche con mele domestiche! Questo dove? Nell'ambiente naturale dell'Orso bruno, quindi con un'operazione non solo e non tanto inutile (perché appena quegli alberi cominceranno a fruttificare saranno proprio gli orsi a distruggerli nel volgere di una sola stagione), ma arrecando danno anche alla biodiversità naturale di quei luoghi! Ora, che lo facciano dei privati  privi di conoscenze e pieni solo di buona volontà è comprensibile. Che lo esalti l'Ente Parco sprecando mezza pagina del suo notiziario, è solo estremamente deplorevole, soprattutto alla chiusura del 2010 anno che l'ONU ha dedicato proprio alla salvaguardia della Biodiversità. E' un voler far credere di fare qualcosa, quando di fatto non si fa nulla e, peggio, si aggiunte danno a danno. Quando ben altre sarebbero le cose da fare ed i provvedimenti da prendere.
Se si vuole aiutare l'orso, oggi - perché è oggi che l'orso ha bisogno di risorse alimentari - si provvedesse a seminare con granoturco, grano e carote almeno qualcuno delle migliaia di campi abbandonati, non già piantare mele o, peggio, innestare gli alberi selvatici. Oppure, se proprio si vuole essere ancora più direttamente concreti, si distribuiscano qua e là nei boschi (mai nello stesso posto, però, per evitare forme di addomesticamento) sacchi di mele a diretta disponibilità dell'Orso. Frutti che, o mangerà l'orso (o il suo competitivo cinghiale, per ridurre il quale nessuna fa nulla!) o se non altro finiranno per marcire al suolo creando humus; ma non arrecheranno danni ambientali.
Franco Zunino
SEGRETARIO GENERALE AIW
Già studioso dell'Orso Bruno Marsicano

lunedì 24 gennaio 2011

Ultimissime dal Fiume Argentino...

Cari amici
Quello che sta succedendo in questi ultimi mesi nel fiume Argentino-Orsomarso (CS) una delle più spettacolari aree Wilderness del sud Italia ha dell’incredibile. Dopo la creazione del Parco Nazionale del Pollino pensavamo che questa valle con il suo spettacolare fiume fosse ormai al sicuro da ogni rischio di manomissione ambientale. Purtroppo, proprio dall’Ente creato “ad hoc” per la sua protezione, è arrivato il colpo di grazia, un progetto per la costruzione di 10 anzi 11 ponti (fin’ora) in cemento armato la cui realizzazione rientra in un progetto dal titolo innocuo “ripristino sentieristica luogo il Fiume Argentino”. La realizzazione di questo ha creato un cantiere a cielo aperto lungo circa 3,5 chilometri su un tratto di fiume praticamente intatto, meta fino ad ora di naturalisti provenienti da tutta l’Europa. Ora: una strada sterrata, ottenuta sfondando un sentiero che costeggia il fiume, camion che arrancano sulla camionabile portando materiale, vengono edificati piloni in cemento e calati tubi nell’alveo del fiume per l’attraversamento dei mezzi pesanti. Una massicciata con “gabbioni” compare lungo un argine per evitare il collassamento e la frana nel fiume. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Il responsabile del procedimento, nonché direttore dei lavori è l’Arch. Giuseppe Bruno, funzionario del parco del Pollino. Ora sulla camionabile ricavata da antichi sentieri percorribili fino a ieri solo a piedi, quando il cantiere è fermo, è usato da suv, fuoristrada, auto 4x4, principianti che pensano di surrogare le emozioni della Parigi-Dakar arando terreni impervi. Anche qui, non l’avremo mai creduto, è iniziata la penetrazione degli automezzi preludio alla trasformazione di quest’area annoverata dai padri fondatori dell’AIW Italia negli anni ’80 come una delle aree Italiane assolutamente da salvaguardare. Grazie ad un progetto ideato e messo in opera dall’Ente Parco Nazionale del Pollino che, ironia della sorte, dovrebbe tutelare, difendere, salvaguardare, tutte parole che sono state sostituite da una sola: “valorizzazione” e che inevitabilmente finirà per collocare una bella “pietra tombale” su quella che “era, la Valle dell’Argentino”.
Quella che per noi naturalisti del sud è sempre stata fonte di forti emozioni per i suoi scenari mozzafiato si avvia a diventare, se tutto va bene, grazie ai fondi europei, una banale area pic-nic.
Il delegato dell’AIW Salerno
Alfonso Apicella


- segue l'esposto inviato a: Soprintendenza Beni Ambientali, Regione Calabria - Dipartimento Politiche dell’Ambiente, Commissione Europea. 
che trovate anche in allegato.



Salerno, 22 gennaio 2011
                                                                                  Soprintendenza Beni Ambientali,
                                                                                  Architettonici e Artistici
                                                                                  Piazza Valdesi, 13
                                                                                  87100 Cosenza

                                                                                  Regione Calabria
                                                                                  Dipartimento Politiche dell’Ambiente
                                                                                  Viale Isonzo, 414
                                                                                  88100 Catanzaro

                                                                                  Julio Garcia Burgués
                                                                                  Commissione Europea
                                                                                  Direzione Generale dell’Ambiente
                                                                                  Unità A2 Infrazioni
                                                                                  200 Rue de la Loi
                                                                                  1049 Bruxelles, Belgio


Oggetto: Continua la lenta agonia del fiume Argentino – Orsomarso (Cs).


   La Valle del fiume Argentino “era” una delle aree Wilderness più interessanti del Sud Italia, senz’altro la più bella della Provincia di Cosenza. Oggetto di studi da parte di questa Sezione AIW-Campania, viene periodicamente visitata da nostri soci e appassionati di natura per scattare foto, ripulirla dai rifiuti lasciati da escursionisti, per studiare l’avifauna.
   L’allarme scatta a fine settembre 2010, veniamo a conoscenza che sono in corso “lavori” non meglio specificati. Vengono visti camion risalire e attraversare il fiume su piste camionabili ottenute allargando i vecchi sentieri, vengono scattate numerose foto.
   Il 5 ottobre 2010, parte un esposto al Comando Stazione del Corpo Forestale dello Stato di Orsomarso (Cs) segnalando la messa in opera lungo il fiume di piloni in cemento armato (ne conteremo ventuno per un totale di dieci ponti da costruire) nell’alveo del fiume Argentino vengono collocati pesanti tubi per consentire l’attraversamento di camion. Viene fotografata una strada di cantierizzazione parallela al fiume.
   Il 6 ottobre 2010, su segnalazione al Parco Nazionale del Pollino (di cui la Valle del Fiume Argentino fa parte) da parte di “Italia Nostra del Pollino” il signor Annibale Formica direttore dell’Ente Parco dichiara testualmente “le preoccupazioni espresse da Italia Nostra e da altre associazioni ambientaliste sono già all’attenzione del mio ufficio”. Purtroppo da ricerche fatte dall’AIW Campania scopriamo che il progetto “Ripristino dei sentieri nella Valle del fiume Argentino, Comune di Orsomarso, (Cs), è dello stesso Parco.
   8 ottobre 2010, viene inviata una informativa al Capo del Corpo Forestale con sede in Roma, ing. Cesare Patrone, sulle gravi manomissioni che stanno avvenendo nell’Argentino, visto che l’Ufficio per la Tutela della Biodiversità (UTB) di Cosenza è a conoscenza dei lavori e che la Valle dell’Argentino è Riserva Naturale dello Stato in gestione ai competenti uffici del CFS (Corpo Forestale dello Stato). Le ruspe intanto avanzano sempre più nell’interno.
   11 ottobre 2010, un dossier particolareggiato viene inviato al Ministro per l’Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare, on. Stefania Prestigiacomo, da parte dell’AIW Campania. I lavori proseguono frenetici e l’area denominata “Povera Mosca “ ormai è un cantiere a cielo aperto.
   15 ottobre 2010, il progetto di sfasciare l’Argentino è dell’arch. Giuseppe Bruno, funzionario dell’Ente Parco Nazionale del Pollino.
   26 ottobre 2010, il Ministero per l’Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare – Ufficio Protezione della Natura nella persona del dr. Alessandro La Posta si interessa al caso e chiede informazioni su cosa stia succedendo.
3 novembre 2010, l’AIW di Salerno, Sezione da sempre presente nel Parco Nazionale del Pollino, anche per i gravissimi danni inferti al fiume Argentino chiede al Ministro per l’Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare il commissariamento dell’Ente Parco Nazionale del Pollino.
17 novembre 2010, in risposta al Ministero (26 ottobre 2010) l’Ente Parco risponde in merito ai lavori e rimanda alla relazione del responsabile del procedimento, funzionario dell’Ente, arch. Giuseppe Bruno.
3 dicembre 2010, a seguito dell’ennesimo sopralluogo vediamo che nulla è stato fatto e che addirittura i piloni sono stati edificati anche su un affluente del fiume Argentino.
13 dicembre 2010, un ulteriore sopralluogo evidenzia come i tubi collocati nell’alveo del fiume per consentire il passaggio di camion sono stati rimossi creando grosse voragini, di fatto i pesanti automezzi ora attraversano direttamente l’alveo del fiume rimuovendo la ghiaia, danneggiando la bentofauna e intorbidendo l’acqua, questa da sempre cristallina oggi presenta un colore grigio sporco.
27 dicembre 2010, ormai il cantiere si sviluppa su una lunghezza di oltre 3,5 chilometri, il vecchio sentiero a tutti gli effetti è ormai una strada, vediamo tracce di fuoristrada ovunque, ormai la presenza umana con questi mezzi è incontrollabile. Questo aumento di presenza umana rende fortemente a rischio la presenza della coppia di Aquile reali nidificante a breve distanza dai lavori.
6 gennaio 2011, il cantiere è fermo, le ferite inferte sono sempre più visibili, è stata realizzata una sponda artificiale con gabbioni in rete metallica al fine di contenere lo smottamento della riva del fiume prima intatta. Continua la lenta ma costante penetrazione dei fuoristrada in aree prima accessibili solo a piedi.
   A tutt’oggi nessuno di questi Enti da noi allertati ci ha comunicato nulla in difesa di quella che era l’Area Wilderness meglio conservata e tra le più belle del Sud Italia, tanto da essere inserita nella documentazione statutaria dell’Associazione Italiana per la Wilderness (AIW), Ente Morale ed ONLUS, al punto 3 è citata espressamente.
   A nostro avviso a prescindere dalla conformità o meno dell’intervento alle misure di salvaguardia e di tutela ambientale è da verificare se sia stata autorizzata la cantierizzazione delle opere nel modo scellerato in cui è stato effettivamente realizzato. A tale proposito si allegano foto relative ai vari momenti di operatività del cantiere come la messa in opera nell’alveo del fiume dei tubi, dei piloni e degli sbancamenti causati da tali opere. Proprio sulla cantierizzazione è stato inoltrato l’esposto al Comando Stazione Forestale di Orsomarso. Resta il fatto che per come vengono condotti i lavori vi è una incidenza negativa sull’ambiente tutelato.

                                                                                  Il Delegato AIW Campania

                                                                                              Achille Cristiani

giovedì 20 gennaio 2011

Dossier Orso Bruno Marsicano - Franco Zunino

Difendiamo l'orso da chi dice di amarlo!
Franco Zunino 
da: www.wilderness.it


Ancora un appello in difesa dell’Orso marsicano da parte di chi quest’animale per primo studiò in modo “scientifico” oltre quarant’anni or sono,

ed una critica, anch’essa ennesima, alla continua inerzia delle autorità tutte.

ENNESIMA ANALISI DEL PROBLEMA

Qualche anno fa ricevetti una lettera da una persona che si diceva un amico dell’orso, una persona (Marco Novelli) che poi finii per stimare per il suo impegno in difesa di questo animale, tanto più essendo egli originario di uno dei paesi del Parco. In quella lettera stavano però racchiusi tutti i problemi del perché l’Orso marsicano sia sempre più a rischio di estinzione. Eccola, leggermente adattata alla situazione di oggi:

«Il disturbo turistico non è il problema principale per l’orso, o meglio forse è quello che più facilmente può essere decisamente ridimensionato. Certo, ci vuole coraggio a impedire che anche d’estate la seggiovia di Pescasseroli sforni in quota pedoni pigri a ciclo continuo. Se si ritiene che in determinati periodi  si possano chiudere dei sentieri si può fare (come da qualche anno avviene per le creste Iorio-Tranquillo), il fenomeno turismo escursionistico (escluso magari ferragosto), se si volesse, e sarebbe controllabile. Nel passato le nostre montagne non erano meno frequentate, anzi! I miei antenati pastori e boscaioli non credo fossero più innocui dei pur insopportabili escursionisti. Sarò di parte, ma non vedo il turismo escursionistico come la più grande minaccia per l’orso. Mi preoccupa piuttosto lo sviluppo delle strade di penetrazione forestale, sempre più ampie e sempre più “trafficate” (non dai turisti!), mi preoccupa la banalizzazione delle sponde del lago di Barrea, il randagismo canino fuori controllo, il disinteresse e l’insofferenza di gran parte dei locali, gli incendi dolosi degli anni scorsi, la mancanza di sostegni economici per colture “a perdere”, il carico eccessivo di bestiame in alcune località, la leggerezza con la quale si ricorre al bracconaggio di rivalsa, la competizione spazio/alimentare con cervi e cinghiali ecc. ecc.. Mi rendo perfettamente conto, tuttavia, che non è semplice attuare misure di gestione per una specie vagabonda ed esigente quale è l’orso, anche nei parchi nazionali che ormai lo sostengono, perché nessuna categoria di fruitori vuole fare rinunce di sorta. Continuiamo a fare ricerca e poi ce li avvelenano incollarati e in pieno Parco!».

Sembrerebbe, questa, una tesi condivisibile. Peccato che sia vecchia forse quanto è vecchio il Parco Nazionale d’Abruzzo. Tutte motivazioni, salvo per alcune che dirò, che salvano la capra ma non i cavoli. Garantiscono tutti i diritti agli uomini, e specie agli uomini di città, i turisti, ma raramente quelli dell’Orso.

Un’analisi, quindi, affatto condivisibile. Essa è la stessa (di comodo) che tanti sostenevano quaranta e più anni fa (e sappiamo come è andata a finire: da oltre 100 orsi a non più di 40/50 circa, se tutto va bene), con tutte le ragioni citate, comprese quelle che sembrano arrecare danno all’orso ma che sono solo dei danni all’ambiente, e non certo le cose che fanno fuggire l’Orso dal Parco. Come ho avuto altre volte modo di scrivere, non sono state la speculazione edilizia o le sciovie a far fuggire l’Orso, ma il turismo escursionistico; il turismo di chi dice di amare l’orso e  che dice di amare le sue montagne, ma che pertanto non rinuncia o non vuole rinunciare a visitarle e ad incontrare l’orso.

Il fatto che un tempo ci fosse più gente di oggi in montagna è anche questa una vecchia diceria, che però non ha confronto con il turismo, dalla primavera all’autunno (ma anche all’inverno, in certi casi). I pastori, come i boscaioli, si facevano i fatti propri e per pochi mesi all’anno. I turisti invece vanno proprio a cercare l’orso, a “sfruculiare” nel suo mondo, a cercarne le tracce, a volerlo vedere e fotografare. C’è un abisso tra i due tipi di presenze. Meglio cento pastori che dieci turisti!

Le strade, sì, sono proprio quelle che favoriscono il turismo, perché non sono certo stati i bracconieri a distruggere l’orso; bracconieri che non ci sono mai stati, perché in tal caso lo avrebbero fatto estinguere cento e più anni fa (gli avvelenatori di orsi o il pastore che spara per difendere il suo gregge, non possono essere annoverati tra i bracconieri). La banalizzazione del Lago è una brutta realtà, ma, anche, non è questa che danneggia l’Orso: non sono gli sviluppi urbani ed antropici nelle vallate che disturbano l’orso: questi disturbano noi, caso mai, e rovinano lo scenario naturale in cui l’orso vive, e solo per questo andrebbero proibiti (come le centrali eoliche e fotovoltaiche che oggi quasi ogni Comune del Parco vorrebbe realizzare). Né sono i cani randagi a minacciare l’orso, e meno ancora gli incendi (che spesso creano biodiversità). Fino a quando puntiamo a sanare queste cose per salvare l’orso,  miglioreremo certamente il Parco, ma l’orso non lo salveremo mai.

E’ noto che gli escursionisti non si sentono in colpa: nessuno si sente in colpa, perché sentirsi in colpa significherebbe dover rinunciare ad andare a vedere l’orso e frequentare le sue montagne. E’ una posizione autoassolvente di molti. Specie dei naturalisti che per il proprio egoismo giustificano tutto. Ed è proprio questo il problema. Difende più l’orso chi da anni non lo va a cercare e si accontenta di saperlo vivere lassù tra le sue montagne e nei suoi boschi, che quelli che dicono di amarlo ma poi per soddisfare il loro amore egoistico gli vanno a rompere le scatole in ogni dove ed in ogni momento. Addirittura anche chi ne studia il comportamento e ne inventaria ogni luogo, ogni tana, ogni sito sensibile, con la giustificazione di una protezione che poi raramente viene applicata (perché se lo fosse, almeno avrebbe un senso fare tutto ciò) incide negativamente sulla sua vita. Negli anni è una giustificazione che ho sentito da tanti, troppi, amici e amanti dell’orso e delle montagne, amici che non vogliono rinunciare ai propri piaceri, e poi si chiedono (e mi chiedono) come mai l’orso le abbandoni!

Tutti cavillano per dimostrare di non averlo disturbato. Io sinceramente non me la sento di dire la stessa cosa nei passati casi del mio incontro con l’orso: il più delle volte per motivi poi peraltro rivelatisi un disturbo. Ora, se questo disturbo è solo occasionale, come poteva essere ai miei tempi, non è una grave cosa. Ma se questo disturbo si verifica spesso, come avviene oggi, che mi dicono esserci la fila a cercare di vedere l’orso, e in una valle e nell'altra, e da una montagna all’altra, ovvio che prima o poi l’orso si sposti fino a trovare luoghi dove nessuno lo disturbi: è così che si è verificato il fenomeno emigratorio-dispersivo.

Certe zone vanno chiuse a tutti, almeno in certe stagioni, non aperte a numero chiuso (per di più a pagamento, favorendo così solo i turisti benestanti!). In certe zone non deve andarci nessuno, neppure i guardaparco o gli scienziati, a meno che per ragioni motivate. Perché le montagne del Parco non sono così ampie e selvagge come sono spesso descritte: sono un piccolo eden. E in molti posti basta molto poco, anche una sola persona, per creare disturbo.

I cinghiali, ed i cervi? Ecco un problema reale. Belli da vedere per i turisti, animali da spettacolo lungo le strade, ma che da troppi anni si sono rivelati tra i maggiori depauperatori dell’habitat dell’orso senza che se ne proponga un ridimensionamento. Eppure proprio i cinghiali sono tra i maggiori competitori con l’orso, per il saccheggio metodico che fanno delle risorse di vita, specie quelle di cui un tempo l’Orso ricercava in autunno prima del letargo ed in primavera appena lasciava le tane d’inverno. Nonostante questo oggi è proibito uccidere il cinghiale anche fuori Parco!

La stessa piantagione di meli è una delle tante cose inutili fatte (più per soddisfare chi vuole contribuire a salvare l’orso che non per una reale necessità); perché nel Parco ci sono migliaia di alberi che producono mele (“ampiamente sufficienti ai quei pochi orsi rimasti”, dice l’ex Guardiaparco Lillino Finamore), e quelli piantati produrranno frutti, se mai lo faranno, tra decine di anni; cioè quando l’orso forse non ci sarà più. Sono queste le cose inutili che si fanno. Granoturco bisogna seminare, non piantare meli! E invece proprio quelli che oggi studiano l’orso ci vengono a dire che di queste coltivazioni l’orso non ha bisogno, scoprendo l’acqua calda delle ampie risorse alimentare naturali presenti nel Parco (cosa già da me segnalata quarant’anni or sono!), ignorando tutto l’aspetto comportamentale, quasi un imprinting, che caratterizza gli individui di questa popolazione, alcuni vecchi di decine di anni ed abituati a queste risorse “artificiali”, più gustose di quelle naturali, e più abbondanti.

Voler ricreare, con questo metodo, un orso “selvatico” in Abruzzo, come vorrebbero gli attuali studiosi, vorrà dire creare di fatto, come sta già avvenendo, la sindrome di Yellowstone, con orsi sempre più domestici, sempre più presenti nelle vicinanze dei paesi e nelle vallate agricole alla ricerca di cibo facile ed appetitoso, altro che renderli selvatici veri! 

I cani randagi? Un problema inesistente e ritenuto tale solo da chi capisce poco di comportamento animale. Per gli orsi i cani non sono altro che “lupi”; cioè animali del loro mondo, a cui sono abituati, anche se fuggono quando attaccati: li conoscono da centinaia se non migliaia di anni, come conoscono i pastori che se ne stanno accanto al gregge o vicini allo stazzo. Sono gli “uomini turisti” che gli orsi non conoscono, a cui non sono abituati da generazioni. I pastori hanno il pregio di portare le pecore, i turisti portano solo disturbo. E anche se ai turisti gli orsi si abituassero, essi (i turisti) non farebbero altro che creare un fenomeno di addomesticamento, quel fenomeno che non per nulla si è creato negli ultimi decenni, e mai si era verificato prima. “Ho visto gli orsi e pur avvertendo la nostra presenza non davano segni di disturbo”, dicono molto turisti. Ma è proprio così che si crea il fenomeno di addomesticamento! Nell’immenso Yellowstone, uno dei primi provvedimenti per salvare il Grizzly è stato quello di chiudere al turismo ampie aree selvagge da riserva solo a loro.

Laggiù ora gli orsi sono triplicati e li cacciano anche. Da noi (che non siamo certamente uno Yellowstone) si continua a cavillare per giustificare il nostro “diritto all’ambiente”, fregandosene del diritto degli orsi. Ecco perché, come ho già scritto altre volte: Dio salvi l’orso da chi dice di amarlo!


ANCORA E SEMPRE CONTEGGI E CENSIMENTI

Dopo decenni di indagini e ricerche durante i quali sono stati spesi, secondo una stima diffusa dal quotidiano La Repubblica, ben 12 milioni di euro! (ci si poteva comprare quasi tutto il Parco d’Abruzzo - perché questo avrebbero fatto gli americani se avessero potuto decidere loro come spendere tutti quei soldi!) può sembrare una buona notizia quella data quest’anno dalla Presidenza del Parco, sulla decisione di bloccare le attività di cattura degli Orsi bruni marsicani; catture che sono durate anni e che hanno lasciato molti dubbi sulla loro effettiva utilità ai fini della conservazione della popolazione (e anche qualche strascico mai ben chiarito in merito al fenomeno dell’addomesticamento di sempre nuovi individui e sulla presenza di orsi menomati), se non per un più accurato censimento. Quarant’anni di tentativi di censimento che hanno caratterizzato le ricerche, iniziate nel 1970 e non ancora concluse. Ci si chiede mai che senso abbiano questi infiniti censimenti? Che senso abbia dire oggi che abbiamo solo più 40 orsi, se poi non si fa niente per impedire che diminuiscano ancora? Tra vent’anni ci sarà chi parteciperà ai censimenti per stabilire che gli orsi sono solo più 20! Quarant’anni di censimenti durante i quali si è passati dagli oltre 100 individui stimati nel 1970 nella zona del Parco e sue strette vicinanze, ai forse meno di 40 individui stimati oggi secondo le ultime notizie, e distribuiti su gran parte dell’Appennino centrale. Addirittura, secondo gli studi recenti, oggi si vorrebbe far credere che la sostenibilità ottimale sia di soli 50 orsi nel Parco Nazionale d’Abruzzo e suoi dintorni; un’indicazione che sembra voler trasformare in vittoria una sconfitta, se teniamo presente che fino a quarant’anni fa nel Parco e sue zone circostanti di orsi ne vivevano oltre 100.

In realtà la situazione è ancora lungi dal permetterci di tirare un sospiro di sollievo, in quanto nessuna ripresa di crescita è stata ancora registrata, se non la buona (ma non eccezionale) nascita di 10 piccoli nel 2008 e di 6 nel 2009. Tutti si erano illusi che ciò fosse segno di una ripresa, quando in realtà rientrava solo nella norma, con una natalità variabile di anno in anno come sempre avviene in natura tra le popolazioni d’animali (ma anche in campo vegetale). Tutti illusi che quei 16 cuccioli (ma ora il Parco parla di 22 piccoli negli ultimi 3 anni) sarebbero giunti all’età adulta, quando è notorio l’alto tasso di mortalità giovanile di questa specie, a fronte del basso indice di natalità. Infatti, di essi forse solo la metà, o anche meno, giungeranno all’età adulta; ignorando, poi, la naturale (ma anche incidentale) mortalità di individui già adulti.

Bene hanno quindi fatto le autorità del Parco a porre fine alle inutili e pericolose catture (nel Parco oggi vagano orsi senza una delle zampe anteriori!). Il problema è che si fermano le catture, ma non le ricerche (che dureranno almeno fino a quando dureranno le batterie degli orsi muniti di radiocollari, che immaginiamo di lunga, lunga durata visti i nuovi sistemi di accumulatori se non addirittura autoricaricantisi con energia solare!), per le quali i soldi si trovano sempre, mentre sempre scarseggiano per i provvedimenti concreti. Si fermano le catture, ma continuano le ricerche e, cosa grave, non si sono mai smantellati i tanti “recinti di cattura” realizzati in varie zone del Parco, vere e proprie alterazioni ambientali che in un Parco Nazionale avrebbero dovuto essere soggette a ripristini immediati.

Ora è tempo di agire (da quarant’anni si attende questo momento!), e ci auguriamo che le autorità del Parco, dietro suggerimento degli studiosi, possano finalmente prendere quei provvedimenti ritenuti necessari per far crescere la popolazione, sperando che riguardino l’incremento delle fonti alimentari “antropiche” (colture e pastorizia a perdere) ed un controllo ancora più severo del turismo, che preveda grandi aree naturali da riservare all’orso (e non già le chiusure con ... accesso a fronte di lauti pagamenti!); e le solite richieste di ampliamento del Parco Nazionale solo per poter chiudere alla caccia ancora altri territori, territori che il Parco però non sembra poi essere altrettanto interessato a salvaguardare dai tanti progetti di centrali eoliche e fotovoltaiche che li stanno minacciando. In fondo gli impegni presi col PATOM dovevano essere volti alla difesa dell’orso bruno e del suo habitat, non solamente allo studio della sua ormai arcinota bioetologia ed alla lotta ai cacciatori, perché, da tutte le autorità, dal mondo cosiddetto scientifico al movimento ambientalista, sempre è solo di ampliamento del Parco e di chiusura della caccia si sente parlare, come soluzione atta a far aumentare la popolazione di questo animale, mentre le stesse autorità ed il mondo scientifico ritengono inutili iniziative ovvie come la ripresa delle coltivazioni o l’incremento della pastorizia ovina, un severo controllo del turistico escursionistico, una preservazione dell’habitat sempre più eroso da progetti di “consumo del territorio”, una drastica riduzione dei competitori alimentari quali sono i cinghiali (ma anche disturbatori ambientali, quale è il cervo), una incentivazione dell’allevamento ovino ed una riduzione di quello bovino ed equino quasi estraneo all’antico mondo pastorale dell’Abruzzo (e comunque con un pronto ed equo indennizzo dei danni, che invece è tale solo sulla carta). Sempre con il solito unico nemico da abbattere: il cacciatore! E sempre lì a censire, a vista o col DNA: come se il contare gli orsi servisse a far crescere la popolazione!


INDENNIZZIAMO I PASTORI E GLI ALLEVATORI

Le leggi per indennizzare i pastori e gli allevatori in genere dei danni che subiscono a causa della predazione di lupi ed orsi sono ormai vecchie di decenni. Quando furono approvate sembrò un successo, la soluzione dei conflittuali problemi che da sempre avevano diviso il mondo rurale della montagna appenninica da quello ambientalista di città, strenuo difensore di orsi e lupi e della fauna selvatica in genere. Purtroppo queste leggi hanno solo alleviato il problema, perché ci ha poi pensato la burocrazia a complicare le cose, rallentando le pratiche per ottenere i risarcimenti, consentendo un cavillare che ha spesso impedito un pronto intervento e, soprattutto, un equo rimborso dei danni subiti. Difatti, le leggi non prevedono mai i danni indiretti (esempio, la perdita di agnelli per armenti gravidi o la mancata crescita di agnelli e vitelli; per non parlare del danno affettivo, che spesso esiste anche se molti si fanno un risolino al sentirlo così definire!), né un danno da conteggiarsi secondo il reale prezzo di mercato.

Ma questo sarebbe il meno. Il problema è che spesso, per varie ragioni (ed è il caso, qui, di dire, di “lana caprina”), non tutti i danni sono indennizzati; poi ci sono i ritardi dei pagamenti, ritardi che diventano insopportabili per pastori ed allevatori che si ritengono ingiustamente danneggiati.

In Abruzzo e nel Lazio è recente la protesta, quasi un “gridare nel deserto”, di allevatori che hanno subito danni di decine di capi sbranati da lupi ed orsi e che per ignote ragioni (almeno all’opinione pubblica) non sono stati indennizzati. E’ recente la protesta di allevatori che lamentano addirittura anche il ritardo dei sopralluoghi da parte degli agenti preposti (veterinari, guardaparco e guardie forestali), con esposti finanche all’autorità giudiziaria a tutela dei loro diritti. Vero è che spesso questi allevatori non possono propriamente dirsi rigidi sul rispetto delle regolamentazioni ambientali in merito all’uso dei pascoli loro assegnati; forse è anche vero che in alcuni casi non di lupi ed orsi si tratti, ma di cani malnutriti o ipotetici “randagi o inselvatichiti”. Ma se non si vorrà presto leggere di nuove notizie di orsi e lupi avvelenati od impallinati è necessario che le autorità: mettano da parte le loro remore sull’indennizzare o meno un certo danno solo per i dubbi in merito all’animale predatore che lo ha causato o per altre ragioni; provvedano severamente a disciplinare il pascolo almeno nelle aree protette, possibilmente favorendo quello ovino (magari con incentivi) a quello equino e bovino, più impattante sull’ambiente e di minore utilità trofica per la fauna selvatica; puniscano severamente chi non rispetta le regole, ma anche rimborsino immediatamente e completamente i danni a chi li subisce.

Ritardare i sopralluoghi quando sono prontamente segnalate le uccisioni di capi di bestiame, cavillare sul fatto se trattasi o meno di lupo o di cane o se si poteva o meno pascolare in certe aree è un modo perfetto per incattivire persone già predisposte a difendere i loro armenti con propri mezzi. Ed incattivire e rendere nemico dichiarato di lupi ed orsi un allevatore è il miglior modo per spingerlo ad atti di autodifesa di propri diritti ed interessi; atti che rischiano di portare all’estinzione se non il lupo, almeno l’orso marsicano. Poi sarà solo inutile, di scarsa soddisfazione e costoso, dargli la caccia giudiziaria!

I pastori e gli allevatori possono essere i migliori amici di lupi ed orsi, ma anche possono trasformarsi nei loro peggiori nemici, come si è già visto nel recente passato. Pensare solo a punire i colpevoli di misfatti dopo che questi si sono verificati serve a poco ed ha dei costi non indifferenti; soprattutto oggi che anche la sola perdita di un individuo di orso bruno marsicano mette a rischio la sopravvivenza dell’intera popolazione. Indennizzare sempre e comunque i pastori e gli allevatori per i danni che denunciano, saldando loro il prezzo reale di queste perdite è il migliore modo per ridurre quella di orsi e di lupi. Un modo anche per preservare una ruralità che sta sempre più sparendo, a danno anche della biodiversità dell’Appennino. Far divenire i pastori i migliori amici dell’orso è anche un metodo per salvarlo. Non pagare la perdita di un capo per controversie in merito sul chi lo abbia ucciso, pagare male e/o pagare in ritardo i danni subiti da un allevatore è come non pagare; perché non si allevia la sua rabbia né l’istinto di rivalsa verso gli animali predatori.


UNA SCONFITTA FATTA PASSARE PER UN SUCCESSO

Ormai ogni anno siamo rassegnati (noi ambientalisti) alle notizie in merito alla presenza di orsi sempre più addomesticati, sempre meno timorosi della presenza dell’uomo. Una sconfitta per chi ha veramente a cuore la sopravvivenza della residua popolazione abruzzese della specie Orso bruno, ma una sconfitta che molti considerano un successo, per l’attrazione turistica che questi orsi suscitano.

Addirittura una sconfitta per quei ricercatori che sognano di “rinselvatichire” tutti gli orsi del Parco Nazionale d’Abruzzo “sottraendo” loro coltivazioni e greggi di pecore. Sì, è proprio così, mentre il movimento Wilderness sta cercando di far riprendere la coltivazione di campi di granoturco in alcune zone marginali dell’habitat di questa specie (in qualche caso anche con l’aiuto dell’Ente Parco), gli studiosi sognano di far ritornare alla natura selvaggia gli orsi del Parco, potendo disporre, questi animali, di una grande quantità di risorse alimentari naturali (cosa che lo scrivente già segnalò 40 anni or sono, ma convinto anche dell’importanza di continuare a lasciare agli orsi campi di granoturco e pecore, risorse “artificiali” alle quali essi sono abituati da migliaia di anni). Ora siamo noi a dirlo: siamo in Abruzzo, non nello Yellowstone!

Quest’anno nel volgere di poco meno di un mese, cinque sono state le notizie andate sulla stampa locale ed anche nazionale, di questi orsi domestici (“problematici” li definiscono gli studiosi, i quali sembrano non porsi il problema del come mai siano divenuti tali!), prima a S. Sebastiano di Bisegna, poi in Valle di Rio del Comune di Alvito, poi ancora nella solita Scanno abruzzese (con servizi andati in onda anche su canali TV nazionali), un altro a S. Donato Val Comino e Settefrati, un quarto a Campoli Appennino, sempre nel frusinate, ed infine a Civitella Alfedena in Abruzzo. Tutti articoli e notizie laudative, volte ad evidenziare l’aspetto turistico in una luce animalistica, quella dell’orso buono, “concittadino per abitudine”, come ne ha scritto un giornale, che va a mangiare sotto casa dove ogni sera qualcuno gli prepara “una sorta di banchetto”!

E’ così che porteremo all’estinzione questa popolazione di animali selvatici, in parte uccidendoli per rivalsa a causa di danni non indennizzati, o non indennizzati equamente, in parte rendendo individui sempre più domestici, per cui alle vallate e foreste del Parco stanno sempre più preferendo quelle affatto selvatiche del Frusinate o del Fucino, dove ancora l’agricoltura e florida, quindi mettendoli anche a rischio di incontri notturni con malintenzionati, o di collisioni con automobili.

Chi non ricorda le lodi per questi addomesticamenti proferite dall’allora Presidente del Parco Fulco Pratesi? Si era all’inizio di questo processo. Le autorità avrebbero dovuto capire che si trattava di un segnale d’allarme negativo; invece si intestardirono a consideralo un utile balocco per turisti, pensando solo a proseguire gli ennesimi conteggi e gli ormai inutili studi di biologia, senza nulla fare di serio per invertire quella tendenza negativa. Sono trascorsi altri anni e tre orsi “problematici” sono stati sottratti al loro mondo selvaggio e rinchiusi in inutile cattività; e non sembra che le cose siano molto cambiate.

Si rassegnino gli ambientalisti, le genti d’Abruzzo, del Lazio e del Molise, presto leggeremo sui giornali della morte dell’ultimo orso marsicano. Poi qualcuno si chiederà, e ci dirà: come è stato possibile sterminare un’animale tanto pacioccone e domestico?!


INFINE, UNA BUONA NOTIZIA

L’estate scorsa è stato con vero piacere che molti hanno ricevuto un comunicato stampa della Presidenza del Parco Nazionale d’Abruzzo, un comunicato apprezzato e che condivido nella totalità del suo contenuto, lieto finalmente di vedere le autorità muoversi con convinzione per cercare di mantenere un poco di quiete a questo splendido animale.

Con la confortevole notizia dell’avvistamento di ben 10 orsi nella zona dei ramneti, un numero che ricorda gli avvistamenti dei primi decenni del secolo scorso, e che mi auguro sia foriero di una reale crescita della popolazione dopo un declino che dura da decenni, anche se non va nascosto il fatto che una tale alta presenza è certamente segno di un’alta frequentazione di persone dalle quali sono venute le segnalazioni, siano essi dipendenti del Parco o semplici turisti (ed è notorio che più persone riescono a censire il territorio più alta è la possibilità di osservazioni). Bene ha comunque fatto la Presidenza del Parco a ricordare a tutti che esiste un’ordinanza che se non vieta del tutto (come sarebbe il caso e come da decenni avviene - severamente applicata - nella Mission Mountains Tribal Wilderness Area da parte dei nativi americani delle tribù Salish e Kootenai), almeno limita il libero accesso alle zone delicate per quest'animale.

E particolarmente piacere mi ha anche fatto l’ultimo ammonimento del Presidente Giuseppe Rossi: dobbiamo cominciare a pensare che ci si debba accontentare dell’idea che l’orso esiste anche se non lo possiamo vedere; un pensiero che ci dovrebbe allietare a prescindere dal suo avvistamento, che è un diritto non più consentibile a tutti, se non, appunto, nell’ideale pensiero di una consapevolezza della sua esistenza là, nelle sue montagne, da mantenere le più selvagge possibile. Nelle autorità deve quindi farsi strada l’idea di Aree Wilderness, perché è in questa forma di conservazione del territorio e dell’ambiente che è racchiuso il concetto di un controllo e di una limitazione alle presenze nelle aree più selvagge dei Parchi di tutto il mondo.

L’orso bruno marsicano è anche una risorsa turistica; ma lo è preservando l’idea della sua esistenza tra quei monti ed in quelle foreste, non trasformandolo in un animale da baraccone che per forza tutti devono vedere. Diritto di tutti è preservarlo selvaggio, non osservarlo, magari addomesticato a razzolare nei cortili o, peggio, attorno ai bidoni di rifiuti dei paesi e dei centri turistici del Parco!

domenica 16 gennaio 2011

Soci giovanili Wilderness

 

 

Soci giovanili AIW... quota di 10 euro!

Novità. E' stata costituita una nuova categoria di soci AIW: per tutti i giovani fino a 20 anni e per gli studenti universitari (fino al completamento degli studi) la quota è di 10 euro e dà diritto a ricevere periodicamente il notiziario e i documenti wilderness (oltre a tessera, statuto e adesivo).
Per adesioni versare la quota su:

Conto Corrente Postale N. 10494672 (intestato ad Associazione Italiana per la Wilderness, 17013 MURIALDO, Savona).

Socio Ordinario  (almeno  €    25,00 annui)  *   
Socio Sostenitore (almeno  €    75,00 annui)
Socio Benemerito (almeno  €  250,00 annui)  
Socio Supporter & Garante (€ 125,00 annui) ** 
Socio Formale (almeno €  10,00 annui)***
Socio Giovanile (almeno € 10,00 annui) ***

 * Per gli enti (enti, istituti, associazioni, club, comitati, ecc.) la quota non dovrà essere inferiore al quintuplo della quota dei soci ordinari, e cioè di almeno € 125,00 annui.
 ** I Soci Supporter e Garanti versano una quota iniziale di iscrizione di € 150,00 (con la quale iscrivono 3 soci omaggio); essi hanno poi l’obbligo di rinnovo con la quota di Socio Sostenitori (€ 75,00) volontariamente portabile ad € 100,00 con iscrizione di un socio omaggio. Essi formano una “Consulta per la Wilderness” del Consiglio Direttivo. L’adesione dà diritto ad una spilla in argento e oro con il logo Wilderness. Dello stesso diritto godono i Soci Benemeriti che ne facciano richiesta.
 *** I Soci Formali ed i Soci Giovanili non hanno diritto di voto in Assemblea, né, i primi, quello di ricevere i periodici sociali, i quali saranno però inviati a loro gruppi, circoli o sezioni di appartenenza. I Soci Formali potranno acquisire il diritto di voto in Assemblea e quello di ricevere i periodici sociali qualora integrino la loro quota di iscrizione rendendola paritetica ai Soci Ordinari. I Soci Giovanili cessano di essere considerati tali dopo il compimento dei 20 anni o con la cessazione del periodo scolastico universitario, con l’obbligo di integrare la loro quota di iscrizione rendendola paritetica ai Soci Ordinari.

La forza delle idee è basata sul numero delle persone che le condividono

 ADERISCI E FAI ADERIRE

per sostenere i nostri successi, per farli anche tuoi, e per farli moltiplicare.

Saverio De Marco,  Consigliere Nazionale AIW

PNA. Cani randagi, lupi e indennizzi agli allevatori


COMUNICATO STAMPA

IL RANDAGISMO NEL PARCO D’ABRUZZO
COMMENTO AL RISULTATI DI UNA RICERCA

Nei giorni scorsi è circolata in Internet la relazione su di una ricerca sul randagismo nell’area del Parco Nazionale d’Abruzzo, redatta dai tecnici dell’Ente Parco; ricerca scaturita, abbiamo ragione di credere, dal noto evento dell’Orsa con piccoli aggredita da un branco di cani nel dicembre scorso nella valle del Sagittario (Comune di Villalago), ai margini del Parco Nazionale.
Una relazione ineccepibile, essendo basata su dati d’archivio ufficiali in merito ai danni agli allevatori rimborsati nel periodo 2004-2009, ma anche una relazione inficiata da una premessa fondamentale, premessa che non possiamo che considerare “politica”, nel senso di tutela della politica dell’Ente Parco, e che qui riportiamo: “Dall’analisi dei dati relativi agli indennizzi concessi dall’Ente Parco agli allevatori negli anni passati, emerge chiaramente un incremento esponenziale delle somme erogate; tale tendenza non è accompagna né da incremento della consistenza numerica dei predatori selvatici (lupo essenzialmente), né da un aumento dei domestici nella composizione della dieta dei predatori, come risulta dall’analisi degli escrementi del lupo, dalla quale risulta che i domestici compaiono con percentuali relativamente basse”.
E’ difatti notorio a tutti quanti si occupano di fauna selvatica che almeno la presenza del Lupo sia stata in continuo aumento, tanto che lo stesso Ente Parco ha ancora lo scorso anno riportato di 60 lupi nell’area del Parco (contro la decina, sì e no) del 1970. Sessanta Lupi che, per chi è a conoscenza dell’impatto predatorio di questi animali, non è cosa da sottovalutarsi, e rende ben comprensibile l’aumento esponenziale dei danni agli armenti domestici, essendo essi, nonostante l’aumentata presenza di cervi e cinghiali, sempre e comunque il punto più debole della catena alimentare. E ciò non concorda, ed è anzi in antitesi, con i risultati della ricerca!
Per quanto riguarda la presenza dei cani randagi o inselvatichiti, almeno lo scrivente può dichiarare che in trent’anni di assidua frequentazione delle montagne del Parco solo in 2 (due!) casi ha osservato cani in situazioni tali da poterli definire cani randagi o “inselvatichiti”. Nelle stesse relazioni del servizio di sorveglianza del Parco non credo esistano molte segnalazione di questi cani, che all’epoca della mia presenza nel Parco mai si parlava, perché mai ne venivano avvistati. E non c’è ragione di credere che dopo quell’epoca vi sia stato un boom di questi animali!
Non è con queste premesse che si fa chiarezza sul problema del rapporto tra Parco ed allevatori. Non è negando certe realtà per comodo e difesa “di principio” della fauna predatoria del Parco che si difende questa fauna. La verità dei fatti deve essere alla base di ogni ricerca seria, altrimenti essa risulta sempre alterata dal semplice dato di partenza, che ne altera tutti gli altri, e quindi inficia tutta la ricerca. Una ricerca del genere per avere credibilità andava innanzi tutto fatta da persone super-partes e, in ogni modo, anche se dovesse risultare veritiera, per i gestori di un Parco Nazionale dovrebbe sempre valere il principio che non è risparmiando sui rimborsi che si salvano orso, lupi ed altri predatori, ma pagando SEMPRE E COMUNQUE i danni segnalati, che siano essi stati arrecati da orsi e lupi o da cani; perché questi rimborsi, ancorché “gonfiati” in taluni casi, devono essere visti come contribuzioni a favore di un’attività fondamentale per la sopravvivenza dei predatori e per il mantenimento della biodiversità dei pascoli e delle foreste del Parco. Pretendere che siano essi (gli allevatori ed i pastori) a “pagare” di fatto per questi mantenimenti non sarebbe solo scorretto, sarebbe anche antidemocratico ed illiberale.

Murialdo, 15 Gennaio 2011                                                          IL SEGRETARIO GENERALE
                                                                                                                F.to Franco Zunino