"A patriot must always be ready to defend his country against his governement"
(Edward Abbey)

venerdì 17 giugno 2011

Gaianews - Orso marsicano, intervista a Franco Zunino: le aree Wilderness


Franco Zunino, foto by Indio

N.B: a questo link trovate l'intervista in formato audio!
Indio
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Domanda: Siamo con il dottor Franco Zunino segretario dell’Associazione Nazionale per la Wilderness.
Può dirci quando e in quali occasioni si è occupato dell’Orso Marsicano?
Franco Zunino: Sì, io mi sono occupato dell’Orso Marsicano nei primi anni 70, praticamente dal 1970 quando mi trasferii dal Parco del Gran Paradiso al Parco d’Abruzzo. Venni incaricato di una ricerca per conto del WWF e dell’Ente Parco anche con i contributi di un’associazione inglese. Erano piccoli finaziamenti: era fondamentalmente l’Ente Parco che mi alloggiava e mi pagava vitto e alloggio, per cui la spesa maggiore era quella. Quella che ho fatto io fu la prima ricerca “ scientifica” diciamo così, sull’orso, perchè prima di questa mia ricerca non era mai stato fatto nulla a parte relazioni tecniche di enti o di guardie o di gente che lavorava per il parco.
Venni incaricato io e con me venne incaricato un professore canadese che però venne a coordinare l’ultima fase della ricerca, quella della pubblicazione dei dati definitivi che poi apparvero sia in italiano in una pubblicazione ormai introvabile edita dal WWF e sia in una versione inglese pubblicata su Biological conservationuna rivista che allora era fra le più prestigiose a livello mondiale, pubblicata in Inghilterra.
La ricerca sull’orso negli anni ’70
Domanda: Può spiegarci l’argomento? Perchè si decise di studiare l’Orso Marsicano? Qual era il problema?
F.Z.: Non che c’era un problema, era un momento, come nei successivi quarant’anni, in cui l’Orso Marsicano nel Parco d’Abruzzo era minacciato d’estinzione. E quindi ci fu questo rilancio del Parco d’Abruzzo perchè si doveva bloccare la speculazione edilizia scoppiata a fine anni 60 e quindi ci fu questa esigenza, da una parte di salvare il parco e dall’altra di puntare sulla salvaguardia di questo animale, l’Orso Bruno Maricano che era, ed è rimasto, a rischio di estinzione.
E quindi una delle prime iniziative fu proprio quella di fare uno studio scientifico che potesse stabilire esattamente quanti orsi erano rimasti, dove vivevano, di cosa vivevano e quindi quali erano le necessità per potere salvaguardarli e farli aumentare di numero.
Il fenomeno della dispersione degli orsi
D:. Quali furono i risultati negli anni 70?
F.Z.: Nelle mie indagini, ora sono passati 40 anni, stabilii , feci delle stime, naturalmente allora molto empiriche perchè non c’erano i mezzi che esistono oggi, (in base all’osservazione, in base ai ritrovamenti di tracce) e stimai una presenza minima di circa 100 orsi nella zona del parco nazionale e dei suoi stretti circondari, quelli che adesso sono il parco nazionale e la sua zona di protezione esterna.
E al di fuori di questa zona non c’erano orsi allora, questo fatto è importantissimo. Gli orsi all’epoca vivevano solo in quel territorio. Poi iniziò un processo di disgregazione che io segnalai da allora e lo chiamai fenomeno emigratorio dispersivo, nel senso che c’erano delle ragioni per cui l’orso incominciò ad allontanarsi dal parco, sempre di più e cominciarono ad apparire le prime segnalazioni alla Majella, al Gran Sasso, al Monte Sirente e a Matese, verso sud. E allora io stabilii, ovviamente era una mia opinione, non potevo avere prove scientifiche di questo, però avevo una serie di dati, di intuizioni, conoscendo benissimo sia l’animale sia il territorio, secondo me era dovuto proprio al boom del turismo di massa che si era scatenato proprio a partire da quegli anni al Parco d’ Abruzzo.
D: Quindi questo fenomeno di dispersione dell’orso dipendeva dal turismo?
L’orso è un animale che ha bisogno di luoghi quieti, dove starsene in pace. E’ un grosso animale, con grosse esigenze, e il Parco d’Abruzzo, a di là dell’impressione che possono avere molti, visto dall’esterno appena lo vedono, appena arrivano, è piccolissimo, cioè son piccole zone. Lei passando in macchina nella Valle del Sangro vede una valle e pensa che sia immensa, ma in realtà dall’altra parte c’è un’altra valle, con un’altra strada che convoglia altra gente, quindi in pratica non c’è tutto questo spazio che il turista può avere l’impressione che ci sia, o se non il turista il non esperto di natura, ecco.
D.: Lei ha parlato di una stima di 100 esemplari, secondo lei che margine di errore c’è, che oscillazione poteva esserci?
F.Z.: Guardi, le posso dire solo questo, difficile stabilire il margine di errore, difficile, però quando ci fu la grande strage degli anni ’80, i primi anni ’80, cioè 10 anni dopo la mia stima, ci fu nel giro di 4 anni, 80, 81, 82 e 83  fino all’85, si stimò la morte o per uccisione o per incidenti di almeno 50 esemplari. Io allora stabilii e lo scrissi anche da qualche parte che probabilmente la mia stima, che tutti ritenevano esagerata, quella dei 100 orsi, probabilmente in realtà era sottostimata, perché altrimenti non si poteva spiegare solo 10 anni dopo la perdita di 50 orsi e nonostante questo di orsi ce n’erano più di 50, ce n’era allora negli anni ’80 più di 70, 80 orsi almeno. Questo significava che negli anni ’70 gli orsi erano molto di più di 100, anche se questa cifra può sembrare incredibile, ma altrimenti non poteva esserci spiegazione. Non ci poteva essere una mortalità di 50 orsi dopo 10 anni ed avere ancora così tanti orsi nella zona.
D.: Allora, quindi rifacendo un attimo i conti, negli anni ’70 lei stima 100 esemplari, fra l’80 e l’84 mi ha detto…
F.Z.: Sì dall’80 all’85 ci fu la grande strage che è rimasta storicamente registrata, in 5 anni morirono accertati, nel senso che furono trovati resti o segnalazioni certe, mi pare una ventina di orsi, però se si considera che statisticamente, almeno questo è quello che dicono quelli che studiano la statistica, se si trova un esemplare a caso, perché tutti i ritrovamenti furono per caso, questo significa che quanto meno ce ne deve essere un altro non trovato, per cui io stimai almeno 50 orsi morti dall’80 all’85.
D.: E nell’85 gli esemplari erano una settantina…
F.Z.: Sì, erano ancora moltissimi. Non era come adesso, adesso si stima una quarantina e invece allora erano molti di più, quindi minimo erano 70-80. Infatti anche le autorità per anni cercarono di smentire questa perdita di esemplari, continuavano a parlare sempre di 100 orsi comprese le autorità e compreso il WWF, non volevano smentirsi in pratica.
D.: Con “le autorità”, le intende le autorità del Parco?
F.Z.: Del Parco,  sì, l’Ente Parco. E continuavano a parlare di 100 orsi. Poi cominciarono a scendere e capirono che questi 100 orsi non c’erano più e cominciarono a parlare di 90, di 80, di 70 e siamo scesi fino ad arrivare alla stima attuale in cui si parla di 40 orsi, 40-50 ma la cosa strana qual è? Non sono 40 o 50 nel Parco e zone esterne, ma sono 40-50 nell’Appennino centrale, cioè dispersi dai monti Sibillini a Nord al Matese a sud a tutte le montagne, la Maiella verso est e addirittura alcuni esemplari sono arrivati ai monti Lucrezi fino a Roma. Quindi una dispersione notevole c’è stata.
D.: Lei questa dispersione l’ha definita strana? Quindi non è normale che gli orsi si disperdano?
F.Z.: Strana perché di solito gli animali si disperdono quando una popolazione cresce, non quando diminuisce, invece in questo caso qua c’è stata una dispersione e una diminuzione della popolazione nella zona centrale. Questa è l’anomalia. Infatti le autorità di allora, non certo quelle che stanno governando il parco adesso, tentarono di sostenere che questa dispersione era dovuta alla crescita della popolazione, tentarono, però poi i fatti dimostrarono che non c’era nessuna crescita, anzi c’era una riduzione della popolazione. E quindi significava che questa dispersione era quantomeno anomala. Era dovuta a dei fattori che si continuano a negare ma secondo me i fattori furono prima di tutto il boom turistico, e per turismo intendo il turismo escursionistico, quello che va in montagna e quindi dà fastidio all’orso, non certo quello urbanistico. Come ho avuto modo di scrivere, il turismo urbanistico, intendo dire i residence, le case, queste cose qua, hanno fatto danno al paesaggio del parco, però non è che hanno poi inciso in fine dei conti ai danni dell’orso. Il disturbo è avvenuto, purtroppo bisogna dirlo, da gente che ama l’orso, che va in montagna perché lo vuol vedere, lo vuol fotografare, quindi gente che gli vuole bene e che non si rende conto che deve avere il coraggio di cominciare ad accontentarsi di sapere che esiste e di vederlo magari attraverso qualche filmato, fotografia, ma non si può pretendere che tutti vadano in Abruzzo per vedere l’orso.
D.: Ci può raccontare nel corso degli anni quali furono le misure adottate per evitare l’estinzione dell’orso?
Sì, semplice, nessuna. E’ quella la mia rabbia, la grande rabbia che ho diffuso anche in vari comunicati stampa, perché son passati 40 anni e le autorità non hanno fatto nulla, cioè hanno fatto solo danni e non hanno fatto nulla. Cioè hanno fatto grandi pubblicità, grandi proclami, grandi ricerche, hanno fatto solo grandi studi, ricerche, però vanno bene anche gli studi e le ricerche, sono stato io il primo a fare una ricerca, non è che posso criticare del tutto le ricerche, però non possiamo continuare a ricercare e non prendere provvedimenti. Io già nel ’70 indicavo tutta una serie di provvedimenti da prendere, non ne è stato preso nessuno.
Le proposte per salvare l’orso. Il problema delle risorse alimentari
D.: Ci può indicare quali erano questi provvedimenti, cioè cosa era necessario fare negli anni ’70?
F.Z.: Quello che andava fatto negli anni ’70 era praticamente quello che andrebbe fatto ancora adesso, e le cose son semplicissime. La prima cosa, bisognerebbe creare delle zone, più grandi possibili, da riservare all’orso, da chiudere assolutamente al turismo. O al limite si protrebbero chiudere nelle zone più delicate, non c’è bisogno di chiuderle tutto l’anno. Però ci sono dei momenti in alcune zone in cui bisogna dire, lì ci deve andare l’orso e non ci deve andare nessun altro. Tra l’altro io questa proposta non è che la lancio così, è stata fatta anche perché ci sono state delle esperienze da altre parti. Le faccio un esempio che è un classico, sia nel parco di Yellowstone che in un’Area Wilderness vicino al parco di Yellowstone, dove avevano un problema simile. A Yellowstone istituirono una serie di Aree Wilderness in cui il turismo era assolutamente vietato o controllato, e quest’altra riserva, che tra l’altro è gestita dai pellerossa, per tre mesi è chiusa assolutamente a tutti, perché sanno che in quel momento dell’anno c’è una concentrazione di orsi che vanno a cercare un insetto particolare e quindi il disturbo sarebbe notevole. Quindi ci devono essere delle zone che sono importanti per l’orso che vanno chiuse. Questo non significa bloccare il turismo nel parco,  significa riservare delle zone all’orso bruno, e lì non ci deve andare nessuno. Poi bisogna riprendere a coltivare i campi, perché già 40 anni fa c’era un declino dell’agricoltura, ormai non è più un declino, c’è l’abbandono totale. E l’orso era abituato da generazioni e generazioni ad andare a mangiare il granoturco, l’erba medica, il grano, tutto quello che veniva seminato dall’uomo, e bisogna riprendere a seminare questi campi. E se non lo fanno i privati, cosa che non fanno perché hanno abbandonato l’agricoltura, lo deve fare l’Ente Parco, lo deve fare lo Stato. Devono affittare terreni, devono comprare terreni agricoli e seminarli per ricreare questa situazione.
D.:Le faccio una domanda a proposito di questo. Quindi è stato provato che c’è un problema alimentare, cioè che gli orsi soffrono la scarsità di risorse alimentari?
F.Z.: Sì, su questo però va precisato un aspetto. Gli attuali ricercatori tendono a dire una cosa che avevo stabilito anch’io negli anni ’70, cioè dicono, no,  nel Parco d’Abruzzo, l’ambiente naturale è molto ricco di risorse alimentari per l’orso. Ed è verissimo, l’ho scritto anch’io negli anni ’70. Il problema qual è? E’ che l’orso è abituato a mangiare da generazioni risorse cosiddette artificiali, nel senso i campi di mais o il grano. E perché? Perché se chiede ad un ragazzino qualsiasi se di fronte al gelato o alla pastasciutta cosa preferisce, mangerà il gelato. E quindi è chiaro che l’orso, abituato a trovarsi questo cibo buonissimo, che è il mais, abbondante, il grano ed altre risorse, è chiaro che l’orso è ormai abituato a quelle risorse. Non gli si possono togliere immediatamente e pretendere che l’orso non si sbandi. E’ chiaro che l’orso si sbanda e va sempre a cercare da altre parti, pur avendo, e io sono stato il primo a scriverlo, grandi quantità di risorse naturali, ma meno appetitose. Se non è costretto va a cercare quello che gli piace di più. E con l’abbandono dell’agricoltura c’è stato l’abbandono della pastorizia. Cioè la pastorizia ovina è quasi sparita, mentre la presenza delle pecore è indispensabile per l’orso. E’ vero, ci sono i cervi, ci sono i caprioli, ci sono i cinghiali, ma l’orso ha difficoltà. Come ogni animale predatore punta sempre all’animale più debole, e il punto più debole di una catena alimentare è sempre l’animale domestico, non è mai l’animale selvatico, per cui è vero, mangerà anche il cervo il giorno che riuscirà a prenderlo o perché lo uccidono i lupi e lui mangia i resti, però la facilità di prendere una pecora o altri animali domestici è molto più elevata, e quindi lui cerca queste cose qua, che non ci sono più.  Ecco, sarebbe molto meglio se l’Ente Parco anziché pagare tanti dipendenti inutili pagasse un pastore, uno, due, tre, dieci pastori assunti, a limite, o comunque stipendiati, facendo comprare addirittura le pecore dallo Stato, che le lascia pascolare, lasciando che l’orso le possa predare liberamente. O comunque bisogna pagare i danni in maniera veramente integrale, ma non so come definirlo questo termine…
Gli indennizzi ai pastori
D.: I danni: ci spieghi questo problema degli indennizzi agli allevatori e coltivatori perché magari non tutti conoscono il problema.
F.Z: Guardi, adesso la pastorizia ovina è quasi estinta, è subentrato l’allevamento bovino, perché i bovini hanno meno esigenze della pecora, quindi li lasciano liberi, e questo ha una sua utilità anche per l’orso, ma molto meno che la pecora. Ad ogni modo questo non si può impedire, cioè si potrebbe impedire, l’Ente Parco affitta tutti i terreni e lo impedisce a quel punto. Però finchè i comuni hanno il diritto di far pascolare questi animali, i danni che subiscono gli allevatori vanno pagati, ma il 100% è poco, nel senso che se un vitello vale cento, bisogna pagato 120, perché il pastore comunque ha dei danni indiretti. Perché fino a quando noi avremo dei pastori arrabbiati che subiscono dei danni, questi danni non gli vengono pagati, perché magari c’è la scusa che magari non l’ha ucciso l’orso ma l’ha ucciso un cane, non importa, va comunque pagato perché il pastora avrà sempre il coltello dalla parte del manico, non potremo mai mettere dietro il pastore una guardia 24 ore su 24 che controlla. Quindi pastore arrabbiato significa orso morto, quindi i pastori quando subiscono dei danni vanno indennizzati sempre e comunque, anche se questi danni fossero fittizi, perché comunque va visto come un incentivo al mantenimento della pastorizia che comunque è utile per gli animali selvatici, per il lupo, per l’orso e per tutta la fauna.
D.: Ma attualmente qual è la normativa per gli indennizzi invece?
F.Z.: Ma la normativa c’è, ma siamo sempre lì. La normativa dice che bisogna pagare i danni se è veramente dimostrato che è il lupo o l’orso. Arrivano le guardie, il veterinario e dicono, mah secondo me non è lupo, è cane e non pagano, e il pastore si arrabbia, perché poi a volte succede che sbagliano anche le guardie, e il pastore si arrabbia e poi succede quello che è successo negli anni passati e che abbiamo visto, che mettono il veleno , e li uccidono. Quindi bisogna evitare di fare dei sofismi e quando ci sono dei danni bisogna pagare il più rapidamente possibile, e pagare bene, se vale 100 bisogna pagarli almeno 100, ma anche di più, perché il pastore che perde un animale lo deve comunque andare a ricomprare, quindi ha delle altre spese, oppure è una femmina che poteva partorire e quindi ha perso anche il vitello o l’agnello o quello che è. Tutte cose che vanno previste, cioè i pastori devono diventare degli amici dell’orso, non dei nemici. Ci restano male quando subiscono dei danni, però se sanno che questi danni gli vengono pagati e pagati bene finisce la rabbia contro questi animali, perché fino a quando manterremo la rabbia di questa gente contro questo animale, noi non lo salveremo più. Perché lo stato per quante persone voglia mettere, no può controllare i movimenti di una persona che magari di notte vuole mettere delle trappole, dei veleni. Quindi bisogna evitare che queste persone siano spinte a fare questi atti di rivalsa.
D.: Secondo lei qual è il rapporto tra la popolazione del parco nazionale d’Abruzzo e l’orso e con le limitazioni che impone una convivenza con questo animale?
F.Z: Lei intende gli abitanti locali?
D.: 
F.Z.: Ma guardi, agli abitanti locali mi tolgo tanto di cappello perché se c’è gente che ha sempre amato l’orso sono gli Abruzzesi, e l’ho anche scritto in passato, se gli Abruzzesi avessero voluto sterminare l’orso non sarebbe mai arrivato a noi, sarebbe già sparito 100 o 200 anni fa. E hanno un particolare affetto verso questo animale che è anche dimostrato, e penso sia l’unico caso, dove l’orso in Europa ha diversi nomignoli,  che nascono da una simpatia, perché altrimenti non si spiega perché a Pescasseroli gli danno un nomignolo, a Villavallelonga gliene danno un altro, ma nomignoli vezzeggiativi verso questo animale. E quindi allora è chiaro che l’orso quando faceva dei danni dava fastidio perché faceva dei danni, però non l’hanno mai odiato, hanno sempre avuto una certa simpatia verso questo animale. E questo fatto qua non solo si distingue dalle Alpi, ma dai Pirenei, dalla Spagna, da tante altre zone dove c’è l’orso. Comunque è una risorsa turistica, io questo non lo nego, non è che dico, blocchiamo il turismo, no. Dobbiamo bloccare il turismo escursionistico dove fa danno all’orso, ma l’orso è un grandissimo, anzi forse l’unico richiamo per il turismo, quindi quello va mantenuto. Bisonga gestire questa attività, questo flusso turistico che viene per l’orso, mantenere l’orso, perché se l’Abruzzo, se il Parco Nazionale d’Abruzzo dovesse perdere l’orso, perderebbe la cosa principale che ha per attirare il turismo verso questi paesi montani.
D.: Al di là della motivazione turistica, secondo lei perché è importante protegger l’orso dall’estinzione?
F.Z.: Guardi, è importante proteggere l’orso dall’estinzione come è importante proteggere qualsiasi specie animale. Non c’è ragione per cui l’uomo per vivere su questa terra debba far sparire delle specie animali, potrebbe benissimo vivere alimentandosi anche di questi animali senza farli sparire. E’ un problema scientifico, culturale, anche spirituale per chi lo ama. Per me la soddisfazione di vedere un orso, di sapere, sono felice all’idea che esista, ecco per dire. Sono motivazioni che trascendono tutta una serie di sfaccettature e di aspetti. Fondamentalmente è l’aspetto culturale e scientifico, cioè che è una specie che esiste su questa terra da sempre e che non c’è ragione di farla sparire.
La frammentazione del territorio e le Aree Wilderness
D.Lei ci ha indicato delle iniziative che andrebbero attuate con urgenza, ma secondo lei quali sono i problemi pratici?
F.Z.: Un’altra cosa importante per la quale io recentemete ho fatto delle critiche alle autorità
è la cosiddetta perdita di territorio, gli stessi studiosi l’hanno definita la frammentazione del territorio. Cioè non c’è comune che non abbia progetti per il fotovoltaico e per l’eolico.
Ora non si può salvare l’orso e poi pretendere nella stessa area dell’orso di realizzare questi progetti: quindi nella zona dell’orso questi progetti andrebbero proibiti, questo è il principio. Poi è chiaro che ci sono altre iniziative che possono essere prese, ma si tratta di valutare tante cose.
D: Per aree del parco intende anche quelle limitrofe?
F.Z.: Sì il parco e tutta la zona esterna . Diciamo che nei sogni dell’Ente Parco ci sarebbe quello di ingrandirsi, però secondo me, ingrandire il parco significa scatenare una serie di polemiche con le popolazioni locali. Noi proponiamo ad esempio le Aree Wilderness che sono delle aree tutelate dai comuni. Tutelate molto seriamente checchè se ne dica, e restano aperte all’uso delle risorse e quindi i comuni le accettano. Può sembrare assurdo, ma noi come associazione Wilderness riuscimo a far deliberare ai comuni un vincolo sulle loro montagne, cosa che non riesce a fare l’Ente Parco.
D.: Mi spiega qual è la differenza, perchè lei dice: “Riusciamo a creare delle zone di tutela , ma senza vincolare l’uso delle risorse”. Che differenza c’è con l’eventuale ampliamento del parco?
F.Z.: Guardi, c’è solo un’unica differenza, in realtà intendiamoci anche nel parco si usano le risorse, non si dice, ma si usano anche nel parco. L’unica differenza è che nel parco non si caccia mentre in queste aree in certe zone una caccia controllata si può continuare a mantenere. I comuni che hanno deliberato queste Aree Wilderness, sono già cinque almeno sul versante laziale, adesso ce ne è anche uno sul versante abruzzese anche se è appena fuori dal parco si impegnano a non fare più nessuna opera di urbanizzazione in questi territori e però viene consentito comunque il pascolo, per quanto riguarda il taglio dei boschi chiediamo che nelle zone più selvagge più scoscese rinuncino al taglio dei boschi e lo facciano senza avere nulla in cambio oltretutto ed è un tipo di vincolo che è il comune stesso a mettersi. Con una delibera comunale si vincola, formalmente, è un atto formale, non è semplicemente un impegno così a chiacchiere. Questo tipo di scelta viene accettata. Mentre non viene accettato il vincolo che gli arriva dall’alto, dallo Stato o dalla Regione, che poi loro non posson più gestire e non possono più controllare, vengono comuqnue soggetti a tutta una serie di altre vessazioni gli abitanti locali. Poi noi ci proponiamo di inserire in queste aree solo le parti veramte naturali e selvagge, mentre lasciamo fuori tutte  le parti agricole e urbanizzate che non ha senso mettere in un‘ area prottetta. E questo viene accettato dai comuni, mentre l’ampimento di un parco non viene visto di buon occhio, nonostante la promessa dei contributi che poi non arrivano mai
D: La creazione di un’area o di alcune Aree Wilderness ai confini del parco potrebbero essere uttili perchè l’orso trovi più spazio per vivere?
F.Z.: Certo. Poi c’è un atro aspetto: che la definizione di Area Wilderness già presuppone anche un controllo sul turismo perchè nello spirito di queste areee come si sono create in America e si stanno diffondendo un po’ in tutto il mondo c’è proprio quello del mantenimento dello stato di solitudine dei luogh.i E quindi si presuppone che un’area Wilderness nel momento in cui deve essere gestita bene non può accettare un turismo di massa  E quindi anche questo può essere un motivo in più per dire “quella zona lì è molto selvaggia, è Wilderness, appunto perchè è Wilderness secondo il criterio internazionale: chiudiamo al turismo o perlomeno consentiamo solo un turismo molto limitato che non faccia danno all’orso. Poi si può chiamare anche diversamente: l’importante è  che vengano fatto delle grandi aree di oasi da riservare all’orso in modo che non venga disturbato. Mentre adesso è un fuggi fuggi da una valle all’altra perchè l’orso va in una valle e viene disturbato, svalica   trova e trova i turisti, e svalica ancora…ed ecco perchè è avvenuta la dispersione. E quello che è assurdo, che io continuo a dire, è assurdo, è che le autorità continuano a proporre tre soluzioni che sono tutte e tre inutili: uno, continuare a fare le ricerche, quando è ora di smetterla con queste ricerche, ormai si sa tutto dell’orso, quindi non ha senso e alla fine diventa anche un disturbo, due ampliare il parco che poi di fatto l’orso lo ammazzano comunque nel parco, muore comunque nel parco, nel parco ce ne sono sempre di meno e quindi non si capisce che senso abbia allrgare il parco, quando allargare il parco significa irritare le poplazioni locali e prendersela con la caccia, quando in realtà è storiacamente di mostrato che sono decine di anni  che non c’è un orso volutamente ucciso dai cacciatori. Il cosiddetto bracconiere in realtà è il pastore arrabbiato che per vendetta mette il veleno o mette la trappola. Oppure ci sono stati dei casi di bracconaggio vero di cacciatori, che mettevano i lacci per i cinghiali e nei lacci dei cinghiali ci restava l’orso, ma questo non verrebbe comuqnue impedito allargando il parco perchè quello è bracconaggio, non guarda se è parco o non è parco.
D.: In un’area Wilderness una cosa del genere non accadrebbe?
F.Z.: Non è che non accadrebbe, accadrebbe di meno perchè prima di tutto non cè la rabbia della popolazione locale che si vede chiusa la caccia, quindi rischiamo di trasformare in bracconieri gente che non lo è mai stata solo per vendetta e per rivalsa, cioè rabbia perchè gli hanno chiuso il territorio.
Cioè non si può pretendere di salvare l’orso facendo proclami, dicendo l’orso è a rischio di estinzione, bisogna fare qualcosa, proponendo soluzioni che sono leggi, tipo il divieto di caccia o ampliare il parco che sono leggi, ma poi dopo la legge va rispettata, non è quella la soluzione. Bisona cominciare ad operare concretamente e si opera concretamente coltivando i terreni, incentivando l’agicoltura, pagando i danni seriamente. E se non lo fanno i privati lo deve fare lo Stato, lo deve fare l’Ente Parco altrimenti l’orso non lo salviamo.
E speriamo solo di arrivare in tempo perchè ormai siamo ai limiti, è un momento veramente critico, lo dicono anche agli studiosi e loro sanno più di me in questo campo, nel campo della biologia, se perdiamo ancora qualche femmina arriviamo veramente all’estinzione totale di questo animale. E guardi che gli Abruzzesi ci tengono, non è che qualcuno potrebbe dire, rimettiamo gli orsi, come hanno fatto nelle Alpi, certo diventa una soluzione, avremmo comuque l’orso, ma non sarà più l’orso abruzzese e la popolazione abruzzese, come le dicevo prima, ci tiene ad avere l’Orso Marsicano. Anche perchè si sta discutendo, si sta studiando per capire se sia una sottospecie, io non so se sia una sottospecie, ma sicuramente l’Orso Marsicano ha un comportamento diverso dagli altri orsi europei, è molto meno cattivo, molto più mite, è molto più buono. E’ un animale a sè stante poi se sia sottospecie o meno questa lo stabilirà la scienza. Però la diversità c’è e questa diversità va preservata non possiamo semplicemnte dire, di orsi ce n’è di meno, ne portiamo altri da fuori, con tutti i problemi che poi si creerebbero perchè lo vediamo nelle Alpi dove li hanno reintrodotti e si stanno creando una serie di problematiche che non finiranno mai ecco.

Intervista a cura di Federica di Leonardo

lunedì 13 giugno 2011

Natura e archeologia sul Pollino: Pietra Capanna e la Carta archeologica della Valle del Sinni. Intervista all’archeologo Vincenzo Tedesco.

Pietra Capanna -  by Indio

Grazie all’archeologo dott. Vincenzo Tedesco che ci ha fornito la documentazione relativa,  si è  appreso che su Pietra Capanna, in località Casa del Conte, esiste un importante sito archeologico. Come molti sapranno per questa località era in progetto l’installazione di un’opera dell’artista Nils Udo, consistente in cinque uova di pietra giganti, collocate sulla sommità di Pietra Capanna. Molti ambientalisti e appassionati del Pollino ritengono che questa località, per il suo alto valore naturalistico e paesaggistico debba essere tutelata da moderni progetti (seppure bollati come artistici) di invasione urbanistica; la scoperta di un sito archeologico, inoltre, rende ancora più prezioso questo sito: alla bellezza naturalistica di Pietra Capanna si aggiungono le suggestioni di arcaiche culture, che anticamente popolarono le valli del Pollino  Il valore paesaggistico del sito si fonde così con il suo valore storico-culturale: un duplice valore dunque, che va divulgato e conservato così com’è per le generazioni future.
Per avere qualche informazione in più non solo su Pietra Capanna, ma in generale sui dati archeologici delle valli lucane del Pollino, si è intervistato il già citato archeologo dott. Vincenzo Tedesco, laureato alla Sapienza di Roma con una tesi sulla civiltà rupestre della Valle del Mercure, e prossimo alla specializzazione presso la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici della stessa Università.
Vincenzo, intanto ti ringrazio in anticipo per le informazioni preziose che ci darai. L’archeologia è una materia complessa, e per i “non addetti ai lavori” risulta non sempre di facile comprensione. Credo che studiosi  come te siano indispensabili per accrescere tra la nostra gente la consapevolezza degli immensi beni archeologici,  storici e culturali del Pollino; tesori spesso dimenticati o trascurati,  e che dovrebbero invece essere studiati e tutelati, anche per la promozione di un “turismo culturale” di qualità nelle nostre valli e nei nostri paesini.
Per cominciare vorrei che tu ci offrissi una panoramica e una sintesi dei risultati dello studio di Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli sugli insediamenti e i resti archeologici relativi alle località della Valle del Sinni e alla Valle del Sarmento.
“Negli anni che vanno dal 1996 al 2003  la cattedra di Topografia antica della Seconda Università di Napoli e la cattedra di Topografia dell’Italia antica dell’Università di Bologna, grazie all’affidamento da parte del Consiglio Nazionale delle Ricerche, in accordo con il Ministero per i Beni e le attività culturali, sono stati impegnati nella realizzazione della Carta Archeologica della media e alta Valle del Sinni. Il territorio oggetto dell’indagine si estende dalla stretta del Sinni presso il comune di Valsinni, fino alle vette del Pollino e del monte Sirino, ai valichi di Frascineto sul Coscile e di Lauria sul Noce, per un totale di 750 kmq complessivi ricadenti in ben 31 territori comunali, divisi soprattutto tra le province di Potenza e di Matera. Una valle assai ampia e favorevole al popolamento, influenzata dalla presenza di due grossi centri, nella regione di foce del Sinni, come Siris ed Heraclea. Città che in antico hanno esercitato una grande forza economica e di acculturazione anche nelle vallate più interne sulle popolazioni indigene e italiche. La vallata, al momento della ricerca, si presentava arretrata nei processi di urbanizzazione e presentava aree ancora in larga parte integre dal punto di vista archeologico-monumentale, condizioni queste molto favorevole alla ricerca. L’obiettivo primario della ricerca è stato quello di realizzare un modello operativo finalizzato alla individuazione dei beni archeologici nel territorio e alla loro conoscenza, ma la novità più importante fu la realizzazione di una Carta Archeologica “nuova”, quindi non solo una sterile registrazione e catalogazione di beni, ma uno strumento per fornire una conoscenza capillare e sistematica del territorio. Lo studio, rivolto principalmente all’analisi delle fasi storiche che vanno dalla prima età del ferro alla tarda antichità, ma anche alle fasi precedenti e a quelle successive, ha  fornito una migliore conoscenza dell’evoluzione del territorio”.
Ci puoi illustrare brevemente il sito archeologico di Pietra Capanna (Timpa di Capalba nel testo citato)? A che età storica risalgono presumibilmente gli insediamenti e chi erano le popolazioni che edificarono quegli edifici?
“Il sito archeologico di Timpa di Capalba sorge sul lato meridionale della rupe omonima, a 1192 m s.l.m. Il luogo è caratterizzato dalla presenza di ambienti costruiti con muri a secco, addossati alla rupe. Questi resti sono stati interpretati, nello studio a cura di Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, come pertinenti ad uno stazzo per bestiame. Proprio sotto queste strutture l’autore riconosceva altri muri, costruiti con pietre a secco. Muri che, al momento dell’indagine sul terreno, erano appena riconoscibili sull’interro e si presentavano costruiti con pietre montate a doppia cortina e andavano a chiudere un ambiente di forma rettangolare. L’ambiente aveva uno sviluppo 7 m di larghezza x 8 di lunghezza. Il piano davanti la costruzione, terrazzato, presentava le tracce di un ulteriore muro in massi con lo stesso orientamento dell’ambiente rettangolare. Il terreno, attorno all’ambiente rettangolare purtroppo pare aver restituito pochi frammenti ceramici. I dati a disposizione non permettono un’analisi completa ed esaustiva ma solo preliminare, anche se l’antichità degli ambienti sembra essere confermata dalla sequenza stratigrafica che vede lo stazzo sovrapporsi a quest’ultimi, quindi indicandone la certa anteriorità, e dall’ulteriore obliterazione di una frana. La frana infatti deve essersi verificata con molta probabilità in epoca remota. I muri, ritenuti dall’autore antichi, si sono conservati e resi oggi visibili probabilmente perché posti a riparo della rupe e sulla dorsale del terreno che le si addossa dal lato a monte, per cui questo suolo dovrebbe essere l’ultimo a subire sollecitazioni di scivolo verso valle. I materiali ceramici, che per gli studi archeologici rappresentano il “fossile guida” nel tentativo di fornire un inquadramento cronologico, ci permettono per il sito di Capalba di fornire una datazione riferibile ad epoca ellenistico-lucana, così come viene riportato nel testo”.
Mi ha colpito, sebbene da profano, la conclusione suggestiva a cui sono giunti il Quilici e la Quilici Gigli: ovvero che l’insediamento era probabilmente un luogo di culto. E’ un’ipotesi che aggiunge un tocco di fascino in più a questa località (del resto già nota per la sua bellezza paesaggistica e il suo valore geologico-naturalistico), e la circonda quasi di un’ aura di spiritualità… tu sei d’accordo con questa tesi?
“Nell’interpretazione funzionale di un sito bisogna prestare la massima cautela, tanto più in mancanza di indagini stratigrafiche sistematiche, con evidenze archeologiche poco visibili e resti ceramici poco numerosi. Comunque il sito, di sicuro valore storico archeologico, è meritevole a mio avviso di ulteriori approfondimenti per meglio comprendere le sue dimensioni, le sue caratteristiche strutturali e il suo ruolo nell’ambito territoriale analizzato. Le informazioni preziose raccolte dall’indagine in situ per la realizzazione della Carta Archeologica della Valle del Sinni, devono rappresentare il punto di partenza per ulteriori analisi, che un giorno magari permetteranno di portare alla luce una parte di storia ora custodita gelosamente dalla rupe di Capalba.”
Concludo con una domanda generica, sulla situazione degli studi archeologici nel versante lucano del Pollino. Secondo te c’è molto da fare ancora, quello che è stato fatto è sufficiente  e nel concreto cosa si potrebbe fare di più?
“Il nostro territorio presenta delle grandissime carenze conoscitive a fronte delle potenzialità che verosimilmente poteva offrire nell’antichità. Poche sono le analisi territoriali realizzate, quasi inesistenti le indagini archeologiche. Bisognerà impegnarsi molto affinché si sviluppi in primis una coscienza storica e culturale nelle istituzioni poste a tutela del territorio del Pollino, per poter poi dare il via ad uno studio scientifico e capillare di questa area. Nonostante ciò, comunque esistono dei lavori in itinere, anche chi scrive è impegnato nello studio di una parte di territorio compreso nel Parco Nazionale del Pollino. La speranza è quella che un giorno questi  studi possano contribuire a fare maggiore luce su questi luoghi e sui suoi beni da troppo tempo dimenticati e mai valorizzati”.                                                                                                                                                                             
Vincenzo,  ti ringrazio molto per le importanti informazioni che ci hai dato. Speriamo davvero che il paesaggio delle nostre valli, frutto spesso di un’unità tra “cultura” e “natura”, e con esso le testimonianze archeologiche delle civiltà del Mediterraneo,  siano davvero tutelati e contribuiscano alla promozione dello sviluppo socioeconomico e culturale delle popolazioni del Pollino.

Saverio De Marco (Associazione Italiana Wilderness)

domenica 5 giugno 2011

A Pietra Capanna un importante sito archeologico - lettera alla Soprintendenza


Murialdo, 6 Giugno 2011                         

                                                                              Spett.le Dott. Antonio De Siena
                                                                              Soprintendente
                                                                              ai Beni Archeologici della Basilicata
                                                                              Via Andrea Serrao, 11
                                                                              85100   POTENZA
 


Oggetto:  Progetto per la realizzazione di cinque “Uova giganti” in località Pietra Capavola (Gugno dell’Acero) del Comune di Terranova di Pollino (Parco Nazionale omonimo).



Avendo appreso della presenza di un sito di estremo valore archeologico nella località di cui all’oggetto, la scrivente Associazione ritiene di interessare la Soprintendenza in epigrafe affinché intervenga per quanto di sua competenza in merito al progetto indicato per opporsi al quale la scrivente Associazione aveva già provveduto ad inoltrare un istanza in data 19 marzo 2010 che si allega in copia.

Si riporta qui di seguito quanto solo recentemente appreso dalla scrivente Associazione, facendo riferimento al seguente testo per le informazioni: Carta Archeologica della Valle del Sinni. Fascicolo 6:  Il massiccio del Pollino e le colline di Francavilla in Sinni, San Costantino Albenese, San Severino Lucano,  Agromonte, Magnano e Mileo. Edizioni “l’Erma” di Bretshneider 2001, a cura di Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli. Il volume accoglie alcuni risultati della ricerca promossa dal CNR in accordo con il Ministero per i beni e le attività Culturali della Regione Basilicata e alcune strutture della Soprintendenza archeologica di Napoli, coordinato dal dott. Marco Malavasi e svolto dall’unità operativa della Seconda Università di Napoli, cattedra di Topografia Antica. Le informazioni sul sito di “Pietra Capalba” (meglio nota come Pietra Capanna... o Capavola) si trovano a pagg. 115-118  del volume, digitalizzato su googlebooks, volume online facilmente consultabile al seguente indirizzo, dove si trovano piante e foto del sito, oltre che la sua descrizione:
Il sito è individuato con i seguenti codici: Sito 675. Timpa di Capalba (F. 221, N.O.  - 2625988-4424444) ed è indicato come: Insediamento; età ellenistico-lucana. Secondo quanto da noi compreso si tratta di resti di antiche mura di uno stazzo di pastori, a ridosso dei macigni della frana, con edifici risalenti ad epoca ellenistica-lucana: i resti del vasellame trovato risalgono anch’essi a quell’epoca. Presumibilmente doveva trattarsi di un luogo di culto.

Citazioni dal testo:
“Siamo qui a quota 1192 s.l.m e vi sono le tracce di vecchi ambiti costruiti con muri a secco, addossati alla rupe e ai macigni della frana; appartengono presumibilmente ad uno stazzo per il bestiame. Proprio sotto queste rovine e sotto i macigni della frana, schiacciati dal crollo della rupe che è più antico della costruzione delle strutture accennate, si riconoscono altri muri, ben costruiti di pietre a secco (fig.23). Sono appena riconoscibili sull’interro e sono costruiti con pietre montate a doppia cortina sulle due facce o anche a blocco unico per lo spessore, larghi 80-100 cm. Ridossano l’ambiente alla roccia viva del monte, quella anteriore alla frana, e chiudono un ambiente rettangolare aperto, per quel che ne resta, verso sud-est. L’ambiente è largo 7 m e profondo, per quanto conservato, 8.
“... non dubiterei dell’antichità degli edifici, la cui vetustà è attestata dal fatto che si sovrappone loro lo stazzo e soprattutto sono coperti dalla rovina della frana, utilizzata questa, per altro, dall’ultima costruzione. La frana, comunque, deve essere di età remota. I muri che ritengo antichi si possono  essere ben conservati e resi oggi visibili perché si trovano a riparo della rupe e sulla dorsale del terreno che le si addossa dal lato a monte, per cui questo suolo è l’ultimo a subire sollecitazioni di scivolo verso valle.
“I materiali ceramici riportano a una frequentazione del sito in età ellenistico-lucana. Da notare è l’assenza di tegole, che può far intendere l’edificio rettangolare scoperto, cioè un recinto, o fornito di tetto di tegole di legno o frasche; nel caso sarebbe stato provvisto di capriate notevoli, dovendo estendersi su di una larghezza di almeno 10 m.
“Il fatto che la rupe caratterizzi così la contrada, con l’aspetto cupo e le masse arrotondate rispetto alle rocce bianche e frastagliate della regione, lo stradello che sembra salire ad una vetta così liscia e vuota, suggestionano a proporre un luogo di culto, anche se non vi sono altri elementi a favore.” (Lorenzo Quilici pagg. 115-118)”.
Nel volume è anche evidenziata una pianta delle strutture, con l’indicazione di quelle più antiche (a, b, c…); pianta che si allega in copia.
Certi di un vostro pronto intervento a difesa di questa importante, ma anche suggestiva, località, molto distintamente si saluta.


                                                                                               IL SEGRETARIO GENERALE
                                                                                                             (Franco Zunino)


 Pietra Capanna: pianta del sito archeologico 

giovedì 2 giugno 2011

Piano del Parco. la Regione Calabria smentisce se stessa

COMUNICATO STAMPA
Nel Piano del Parco Nazionale del Pollino, approvato di recente -il primo di cui l’Ente si sia dotato, a ben 18 anni dalla sua istituzione- c’è uno specifico paragrafo, nel quale si stabilisce la incompatibilità della Centrale del Mercure con l’area protetta. Presa di posizione certamente dovuta alle incessanti lotte e mobilitazioni popolari di questi anni. Ma il fatto clamoroso è un altro: a sottoscrivere il Piano, oltre alle Istituzioni locali e sovracomunali (Comuni, Province di Cosenza e Potenza, Regione Basilicata) già in precedenza pronunciatesi ufficialmente contro la centrale, c’è la Regione Calabria, la stessa che alla centrale ha invece concesso una incredibile autorizzazione, oggetto di tante polemiche ma, soprattutto, di ben cinque ricorsi amministrativi (tuttora in corso). Insomma la Regione Calabria che smentisce…la Regione Calabria! Ed è poi paradossale che a firmare il Piano, a nome del Presidente Scopelliti, sia stato personalmente quel Giuseppe Graziano (folgorato sulla via di…contrada Pianette?), del Dipartimento Ambiente, ben noto, tra l’altro, per uno strano testa-coda amministrativo, che lo ha portato dapprima a ritirare la Valutazione di Incidenza positiva, sulla centrale del Mercure (sulla scorta del nuovo parere dell’Ente Parco) e poi a ritirare…il ritiro, dopo solo poche settimane.
Certo è, che questa schizofrenica incoerenza pretende chiarimenti non solo amministrativi ( e, per questo, ci penseranno i Magistrati competenti), ma anche politici. Il Presidente Scopelliti, che ha mantenuto, tra l’altro, la delega all’energia, da che parte sta? Con le popolazioni del Mercure, con i loro diritti e i loro interessi, o con la spregiudicata e predatoria aggressione ad una delle aree più belle, preziose e (poco) protette d’Italia?   
Giugno 2011
Forum “Stefano Gioia”
delle Associazioni e Comitati calabresi e lucani
per la tutela della legalità e del territorio