"A patriot must always be ready to defend his country against his governement"
(Edward Abbey)

sabato 18 febbraio 2012

L'evoluzione del concetto di Parco


L’idea originaria di Parco Nazionale e la sua evoluzione: le finalità di un parco tra conservazione, funzione ricreativa e sviluppo delle comunità locali *
 
pino loricato - foto by Indio

L’idea di Parco Nazionale ha ai suoi albori una connotazione nettamente protezionista. L’espansione della civiltà capitalistica industriale di fine ‘800, con l’aumento della popolazione e della pressione antropica sull’ambiente, metteranno a rischio specie ritenute culturalmente ed etologicamente rilevanti, nonostante la creazione delle prime riserve di caccia[1]. Già dal 1850 numerosi zoologi avevano cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla decimazione e l’estinzione di numerose specie animali. Sono gli Stati Uniti i veri precursori del conservazionismo, che si affermerà in quegli anni con realizzazioni di grande portata storica e sociale: già nel 1864 la vallata di Yosemite veniva dichiarata area protetta, mentre nel 1872 viene ufficialmente  istituito il primo parco nazionale: lo Yellowstone National Park, a cui seguiranno i parchi di Mac Kinac Island (1875) di Sequoia, Yosemite e General Grant[2]. Sebbene i parchi nazionali nascono alla fine dell’ 800,  abbiamo esempi “arcaici” di aree protette: in molte culture tradizionali queste aree rappresentavano luoghi di culto che mostravano un legame spirituale con la Natura e un ponte tra l’umano e il divino[3]. La concezione americana dei parchi nazionali era caratterizzata da due elementi fondamentali: quello del valore scenico e panoramico e l’uso turistico ricreativo. Tale concezione com’è stato rilevato, in America è ancora attuale. Per molti anni “gli intendimenti della conservazione avranno come oggetto le bellezze naturali e quindi la preservazione di grandi ambiti di eccezionale valore estetico dalle alterazioni umane, ma soprattutto è da notare come essi siano già dal principio finalizzati al ‘beneficio e godimento del popolo’ ”[4].
Nonostante l’evoluzione dell’idea di parco, soprattutto in relazione all’adattamento che essa ha avuto in contesti sociali come quello italiano ed europeo in generale, marcare l’accento verso questa finalità è ancora oggi imprescindibile, proprio alla luce della motivazione originaria che ne fu alla base. In effetti, se conservare la bellezza dei luoghi è un’esigenza importante anche ai fini del godimento estetico, ricreativo, spirituale e la preservazione degli habitat naturali, l’ipotesi da cui si parte è che questa esigenza dovrebbe avere effetti positivi anche sull’esperienza del turista moderno (o meglio su certi target di turisti) e la qualità della sua “immersione nella natura”. Ne discende che la finalità prioritaria della conservazione, che portò all’istituzione delle aree protette è estremamente attuale e sfida la le trasformazioni della società tardo-moderna. Essa rimanda in qualche modo a quell’imprescindibile  “valore in sé” della natura selvaggia, che fu all’origine del conservazionismo americano, ben espresso nelle idee del preservazionista John Muir, fondatore del Sierra Club e pioniere della creazione dei primi parchi americani: “per Muir le aree naturali vanno preservate perché dotate di valori (scientifici estetici, spirituali) che non possono essere misurati in termini di vantaggi economici e utilitaristici per l’uomo. Le aree naturali non sono merce di scambio da vendere, contrattare e sfruttare, ma luoghi da tutelare nel loro aspetto selvaggio e incontaminato”[5]. Natura selvaggia che ha una doppia valenza quindi, che si rifà a quel concetto di “Wilderness” intraducibile in italiano e che rimanda sia ad una condizione geografica che ad stato d’animo, secondo la celebre ( e anonima) definizione apparsa su un numero dello United States Forest Service[6].
Le “tendenze istitutive” conservazioniste e ricreative permarranno in tutta l’evoluzione dell’idea di parco ma, soprattutto in contesti territoriali totalmente diversi da quelli americani, ad esse se ne aggiungeranno presto altre. Fondamentalmente  il processo di creazione dei parchi rimane legato alle fisionomie territoriali dei diversi paesi[7]. “Nel contesto europeo il concetto di parco e, più in generale di area protetta, si è necessariamente precisato in relazione alle caratteristiche di un territorio densamente popolato e diffusamente assogettato alla proprietà privata. Soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, alla finalità originaria della conservazione della natura intesa prevalentemente come wilderness, si sovrappone l’obiettivo della ricerca di un uso antropico del territorio, compatibile con la salvaguardia dei processi ecologici, dei valori estetici e storico-culturali”[8]. L’ Italia arriva tardi nel processo di protezione pubblica della natura: i primi parchi (Gran Paradiso, Parco d’Abruzzo, Parco Nazionale dello Stelvio, Circeo, Calabria) “vengono solitamente definiti in letteratura come ‘parchi storici’ e ciò a sottolineare non solo un ordine temporale ma anche al fine di mettere in risalto l’avvio di un nuovo corso del movimento protezionista ed una nuova stagione delle politiche pubbliche ambientali”. La data a cui fare riferimento è quella dell’ottobre del 1980, quando si tenne il noto convegno a Camerino indetto dal Comitato per i parchi e le riserve analoghe, dove fu elaborata quella strategia per la conservazione che portò alla designazione di nuovi parchi nazionali[9]. In Italia le finalità dei primi parchi saranno la tutela della fauna, del paesaggio e delle formazioni geologiche nel caso del Gran Paradiso, ex riserva reale di caccia, mentre nel caso dello Stelvio “occorre rammentare che esso fu ideato e istituito con intenti e criteri certamente più vicini alle concezioni del Touring Club, che non a quelle delle osservazioni scientifiche, e si poneva nettamente in contrasto con i parchi scientifici di tipo svizzero, a favore della concezione estetico-ricreativa di vaga impostazione americana”. Accanto alle impostazioni turistiche e estetico-ricreative Giacomini ne individuava una mista, che già negli anni ’30 considerava degna di protezione anche l’azione modificatrice dell’uomo (tipica di Inghilterra, Germania, Giappone, Olanda ecc.)[10]. La questione delle finalità del parco chiama in causa direttamente le questioni della sua definizione, anche a partire dalla richiamata evoluzione che il concetto ha attraversato. Giacomini e Romani in Uomini e Parchi richiamavano sostanzialmente la questione di allargamento del parco ai territori antropizzati e lo sviluppo socioeconomico delle popolazioni locali, prefigurando il parco più come modo d’amministrare[11] che come area naturale sottoposta a vincolo, vista la peculiarità dei paesi europei di contenere territori permeati dall’uomo dove ogni azione di conservazione non può prescindere dalla considerazione dell’elemento umano[12]. E’ questa un’acquisizione importante, perché al di là della questione dei problemi e delle contraddizioni che può presentare una promozione dello sviluppo grazie al parco, ogni serio protezionista deve evidentemente tenere conto delle esigenze e dei problemi delle comunità locali che vivono nelle valli montane. Più che la conformazione di un’area geografica quindi,  il parco assumeva la connotazione di un’istituzione volta a conservare i valori naturali con l’uomo e per l’uomo, distinguendolo dal concetto di “riserva” e rifiutando di inibire l’utilizzazione del territorio: il parco diventava perciò un modello di convivenza compatibile fra ecosistema naturale ed ecosistema umano[13]. Il concetto che prendeva corpo, almeno in questo libro pionieristico, era quello di una tutela che prendesse piede dalla valorizzazione: “si propone una politica diversa, la quale promuove lo sviluppo al pari della tutela, insistendo su quello come espressione costruttiva di questa”. Una finalizzazione che “delinea l’istituto stesso [del parco] come un’operazione non priva di ambizioni economiche in senso produttivo, specialmente nel voler tendere ad una condizione di autosufficienza finanziaria, generatrice a sua volta di occupazione e di economie indotte”. Questo modello del parco generatore di reddito e occupazione inoltre avrebbe potuto “eliminare all’origine eventuali problemi di indennizzo e compensazione”[14]. Questa accezione di parco  in lavori successivi, assume esplicitamente la connotazione di “modello di sviluppo sostenibile” e di “laboratorio di sviluppo”: “tutto questo a partire da un parco? Sì, perché un parco si pone come reale e concreto modello di sviluppo sostenibile, che inoltre, in esso assume una doppia lettura: sostenibile per gli ambienti naturali e per le popolazioni residenti”[15]. Guardare al parco come strumento di sviluppo non è comunque privo di rischi e ambiguità, come sottolineava giustamente il sociologo dell’ambiente Fulvio Beato: “ si deve tuttavia osservare che il dibattito italiano conferisce questa valenza strategica al rapporto tra parchi ed economia […] anche se si può registrare un ‘uso politico’ della tematica nel senso che essa ha costituito talvolta la porta d’accesso alle aree protette per i partiti politici”. In sé questo ingresso della politica nel tema della conservazione non era negativo, ma solo se, come sottolineava l’autore, non avesse comportato  “uno scadimento dei grandi ideali ambientalisti ed una gestione particolaristica delle aree naturali protette”.[16] Secondo tesi che qui si sostiene, è comunque da tenere ben salda, contro i rischi che comporta un uso del concetto di parco che svii o ponga in secondo piano la finalità storica della conservazione,  l’autorevole definizione di parco che ne ha dato la IUCN (International Union for Conservation of Nature): “area naturale terrestre o marina, designata per: (a) proteggere l’integrità ecologica di uno o più ecosistemi per le presenti e future generazioni, (b) escludere sfruttamento o occupazione incompatibili con le esigenze di tutela (c) fornire i presupposti per attività scientifiche, educative, spirituali e ricreative purché ecologicamente e culturalmente compatibili[17]. L’obiettivo dello sviluppo economico attraverso il turismo è inserito nell’ordine dei restanti obiettivi: obiettivo importante anch’esso ma diremmo quasi indiretto, nel suo porsi come ridimensionato rispetto alla tutela della natura[18]. Del resto era la stessa legge 394 che affermava decisamente la priorità conservazionista nella definizione di un parco nazionale: i Parchi nazionali sono costituiti da aree terrestri, fluviali, lacuali o marine che contengono uno o più ecosistemi intatti o anche parzialmente alterati da interventi antropici, una o più formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche, biologiche, di rilievo internazionale o nazionale per valori naturalistici, scientifici, estetici, culturali, educativi e ricreativi tali da richiedere l'intervento dello Stato ai fini della loro conservazione per le generazioni presenti e future”[19]. Le finalità sono precisamente enucleate nella stessa legge, e anche qui le attività economiche sostenibili non assumono un aspetto prioritario:  a) conservazione di specie animali o vegetali, di associazioni vegetali o forestali, di singolarità geologiche, di formazioni paleontologiche, di comunità biologiche, di biotopi, di valori scenici e panoramici, di processi naturali, di equilibri idraulici e idrogeologici, di equilibri ecologici; b) applicazione di metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare una integrazione tra uomo e ambiente naturale, anche mediante la salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali; c) promozione di attività di educazione, di formazione e di ricerca scientifica, anche interdisciplinare, nonché di attività ricreative compatibili; d) difesa e ricostruzione degli equilibri idraulici e idrogeologici. 4. I territori sottoposti al regime di tutela e di gestione di cui al comma 3 costituiscono le aree naturali protette. In dette aree possono essere promosse la valorizzazione e la sperimentazione di attività produttive compatibili”[20].
La disamina delle questioni relative alla definizione e alle finalità di un parco nazionale e il relativo dibattito che ne è scaturito evidentemente chiariscono come il parco sia prima di tutto un concetto umano, più che una porzione di spazio delimitabile secondo parametri oggettivi. Il parco nazionale a bene vedere è un concetto poi tipicamente moderno, perché è con la modernità che alcuni gruppi sociali hanno individuato l’esigenza di conservare alcune porzioni di territorio per strapparle ad un destino di sfruttamento ed urbanizzazione. Siamo nel campo di quella modernizzazione riflessiva teorizzata da Urlich Beck: dove la riflessività è il processo attraverso il quale la modernità giunge ad esaminare criticamente se stessa, fatto che non consiste in un ripudio della modernità ma piuttosto in una disponibilità della società a confrontarsi con se stessa[21]. Principalmente tramite l’azione di alcuni gruppi sociali (e quando parlo di gruppi sociali mi riferisco più che altro al movimento ambientalista) è la stessa società che di fronte ai pericoli di catastrofi ambientali ha voluto porre un argine tramite azioni attive di conservazione. Da un punto di vista strettamente sociologico ne deriva che, come osservava in maniera lungimirante Beato, il parco è innanzitutto uno spazio sociale: “un’area protetta da chi è protetta? Utilizzando una formula di massima sintesi si può asserire che essa è protetta da possibili azioni umano-sociali negative. Si tratta di una dinamica autoriflessiva: la società regola se stessa attraverso lo Stato al fine di regolare le proprie relazioni con la natura. Uno spazio protetto allora, pur nella sua prorompente naturalità, è innanzitutto uno spazio sociale”[22]. La raccomandazione di Beato era di non vedere questa socialità solo nei processi fondativi istituzionali, ma anche nei modelli di fruizione sociale e nelle finalità che ad esso si assegnano. Del resto l’esposizione di diverse concezioni delle finalità che un parco dovrebbe avere dimostrano pienamente questo assunto. E’ necessario allora, per Beato, non limitarsi al ruolo dello Stato e del diritto, in un contesto analitico di pura giurisdizione,  ma anche alle “strutture e le culture della società con i suoi attori e le sue organizzazioni”.  Questa considerazione rimanda ad evidenti implicazioni analitiche: “pare quindi più consono e scientificamente aderente ai tratti caratterizzanti un oggetto come quello degli spazi protetti un modello analitico che denomineremo delle dimensioni sociali, o della sociologia delle politiche pubbliche ambientali[23]. E’ una conclusione che mi sento di condividere pienamente e che conduce inevitabilmente ad approfondire il dibattito su finalità, obiettivi e prospettive dell’istituzione del Parco Nazionale. Sono chiamati ad intervenire funzionari ed esperti, le associazioni, le comunità locali, i fruitori delle aree protette e in generale l’intera “società civile”…

Saverio De Marco

*(tratto e riadattato da: Turismo naturalistico e conservazione della natura. Il caso studio del PNALM, tesi di Master in: Gestione dello sviluppo locale nei parchi e nelle aree naturali - Geslopan, Università di Teramo)





[1] Giuntarelli, Parchi, politiche ambientali e globalizzazione 2008,  p.14
[2] Giacomini-Romani, Uomini e parchi 2007, p. 15
[3] Giuntarelli, Parchi, politiche ambientali e globalizzazione 2008,  p.12
[4] Giacomini-Romani, Uomini e parchi 2007, p. 16
[5] Schroeder-Benso, Pensare ambientalista 2000, p. 159
[6] Braschi, Sui sentieri del Pollino 1993,  p. 17
[7] Giacomini-Romani, Uomini e parchi 2007, p. 16
[8] Rota-Rusconi, I Codici tecnici - Ambiente 2007, p. 172
[9] Fulvio Beato, Parchi e società. Turismo sostenibile e sistemi locali 2000, p. 42 - 45
[10] Ibid. p. 19
[11] Giacomini-Romani, Uomini e parchi 2007, p.55
[12] Ibid. p 47
[13] Ibid. p. 64 - 69
[14] Ibid. p. 71-72
[15] Giuntarelli, Parchi, politiche ambientali e globalizzazione 2008,  p.14
[16] Fulvio Beato, Parchi e società. Turismo sostenibile e sistemi locali 2000, p. 23
[17] State of the world’s protected areas,  IUCN, 2003
[18]  Category II, National Park - www.iucn.org
[19] Classificazione delle aree naturali protette - www.minambiente.it
[20]  Legislazione - www.ambientediritto.it
[21] Lupton, Il rischio. Percezioni, simboli, culture 2003,  p. 73
[22] Beato, Parchi e società. Turismo sostenibile e sistemi locali 2000, p. 40
[23] Ibid. p. 40-41

venerdì 17 febbraio 2012

Zunino: salvare i Parchi, non gli stipendi dei Presidenti!


COMUNICATO STAMPA


HANNO SALVATO LO STIPENDIO AI PRESIDENTI DEI PARCHI

E DICONO DI AVER SALVATO I PARCHI!

Questo è l’ambientalismo italiano: tutto meno che conservazionista!

Forse qualcuno stenterà a crederlo, ma è proprio così: l’ex Ministro Tremonti aveva tagliato lo stipendio ai Presidenti dei Parchi Nazionali perché riteneva, noi crediamo giustamente, che queste cariche fossero e siano da intendersi quasi onorifiche; l’attuale Ministro Cini con l’appoggio di alcune associazioni ambientaliste (certamente quella del WWF) ha ribaltato la decisione nel decreto Milleproroghe, che ha abrogato tale divieto almeno fino al 1 gennaio 2013 (ma sicuramente prima di quella data il provvedimento di veto sarà definitivamente abrogato o il diritto riprorogato).

Ora, perché la nostra opposizione? Semplice. Innanzi tutto i comunicati di “vittoria” diffusi dalle agenzie di stampa, tutto ci dicono meno quanto sia l’ammontare di tali stipendi (e già ciò, e le stesse lamentele dei Presidenti, la dicono lunga!). Ci fanno anzi credere che grazie ad essi si “siano salvati i Parchi”, come se i Parchi non potessero funzionare senza lo stipendio di persone, quasi tutte (o forse proprio tutte) funzionari pubblici in pensione o politici trombati che godono di laute pensioni o comunque laute pubbliche prebende, per cui nessun bisogno avrebbero di stipendi per le loro cariche presidenziali. Tanto più che oltre agli stipendi tutte queste persone godono (giustamente in questo caso) anche di rimborsi spese  per tutte le loro iniziativa, dagli spostamenti per viaggi di missione e per i soggiorni ad ogni altra spesa che debbano sostenere ai fini delle loro presidenze.

I Parchi Nazionali sono in crisi per mancanza di fondi da utilizzare per la conservazione dei loro territori, della loro fauna, dei loro ambienti, delle loro montagne e delle loro foreste; invece si è pensato agli stipendi dei Presidenti dei tanti inutili enti che provvedono alla loro gestione (perché sarebbe meno costoso avere un unico Servizio Parchi statale come avviene in quasi tutto il resto del mondo, anziché tanti enti politicizzati conseguenti ad una legge sbagliata che istituisce Parchi con metodi di fatto impositivi, lesivi di troppi diritti e forse anche antidemocratici)!

Come il dire reso famoso dall’ex Presidente Oscar Luigi Scalfaro, noi non ci stiamo! I Parchi Nazionali hanno bisogno di budget vincolati ad essere utilizzati per l’indennizzo dei danni della fauna ad allevatori e pastori, per l’acquisto ed affitto di boschi e montagne o per rimborsi per indennizzi a Comuni e proprietari privati per mancati redditi conseguenti ai vincoli.  Così si salvano i Parchi Nazionali, non pagando stipendi anche ai loro Presidenti, oltre a quelli di tutti i loro dipendenti; stipendi che divorano forse l’ottanta e più per cento dei loro budget. Per non dire dei folli progetti di alcuni Parchi per potenziare il turismo ma danneggiando i valori paesaggistici e ambientali degli stessi Parchi! Altro che eredità da lasciare a posteri come sta scritto nella legge americana: da noi, business da sfruttare subito per politici e loro amici appaltatori!

Da un governo “Monti” ci aspettavamo di meglio di quanto già non fece il Ministro Tremonti. E’ la natura che ha bisogno di soldi, non chi la natura gestisce e per gestirla gode di lauti stipendi!
         
Murialdo, 17 Febbraio 2012                                                  IL SEGRETARIO GENERALE
                                                                                                           F.to Franco Zunino

Siamo noi "les montagnards"! (1979)


 Casolari dell'Herbetet, Parco nazionale del Gran Paradiso (fonte: http://camminando.otforum.it/index.php/escursionismo/23-val-cogne-gran-paradiso/18-casolari-dellherbetet-2440-m-e)





L'articolo che qui si ripropone fu pubblicato originariamente per la Rivista del Club Alpino Italiano nel 1979. Scritto da Franco Zunino (oggi Segretario Generele dell'Associazione italiana Wilderness), che nel Parco Nazionale del Gran Paradiso era stato guardiaparco, intenso e bello anche dal punto di vista letterario,  questo scritto induceva ad una riflessione sulla simbiosi che esisteva in passato tra la cultura contadina e la natura selvaggia delle montagne.  Il moderno sviluppo industriale e l'avvento della società di massa avrebbero trasformato tante aree montane in meri luoghi di svago per il turista cittadino. Baite e villaggi di montagna sarebbero state sostituite da veri e propri centri urbani e nel cuore della natura selvaggia sarebbero sorti alberghi, strade, funivie e skilift... L'appello di franco Zunino richiamava  alla memoria invece quelli che erano gli antichi montanari, quelli che amavano (magari senza mai dirlo) quelle valli e quei monti, percorse solo da sentieri e dove "le baite, le tante baite dei pastori che punteggiavano i pascoli non erano altro che rocce, sassi squadrati, ma rivestiti anch'essi di licheni e fusi nel paesaggio". L'appello di Zunino, che dava anche il titolo all'articolo, "Siamo noi 'les montagnards'!" era rivolto a tutti i conservazionisti sinceri che condividevano con l'antica cultura contadina la ricerca di un rapporto armonico con la natura, contro la moderna deriva "sviluppista", che soggiogava la montagna alle esigenze della cultura consumistica delle città. Se anche i moderni montanari si piegavano a questo ricatto allora era compito di ogni sincero conservazionista lottare per la difesa di quelle montagne e della "Istituzione" del  Parco Nazionale.  Sono i conservazionisti allora "les montagnards", "siamo noi i montanari, siamo noi i veri eredi di quelle genti. Siamo noi i soli che ancora apprezzano il valore di quell'eredità ambientale...".
Indio

Sessant' anni or sono un re ci donò i suoi possedimenti e i suoi diritti di caccia su alcune montagne del suo regno e con esse gli animali che le abitavano, i fiori, gli alberi, le rocce, i limpidi ruscelli.
Ci donò il perenne diritto alla vita di un altro re - lo stambecco - e del suo incomparabile reame, affinché là il tempo continuasse il suo ciclo immortale, là ogni giorno il soffio del vento fosse lo stesso di cento anni prima e il suono di acque profonde nei canaloni non avesse mai fine.
Un dono fatto a noi, allora sui sudditi.
A noi come  italiani, gente di uno stesso popolo e di una stessa nazione. Non fu un dono ai piemontesi o ai valdostani, i soli che allora conoscevano quell'eredità di cui noi tutti venivamo in possesso, ma un dono fatto a tutto un popolo, anzi all'umanità intera.
Quel dono ci fu offerto a una precisa condizione: "per il caso che lo Stato credesse di costituire presso il gruppo del Gran Paradiso, nelle Alpi Graie, un Parco nazionale". E fu la prima pietra del primo Parco nazionale italiano.
Voluto dal governo e dal Parlamento democratico, poco avanti la parentesi fascista e voluto una seconda volta dal governo e dal Parlamento democratico subito dopo.
Lassù quella vita intensa legata alle rocce non aveva mai subito mutamenti violenti per mano dell'uomo: le baite, le tante baite dei pastori che ne punteggiavano i pascoli non erano altro che rocce, sassi squadrati, ma rivestiti anch'essi di licheni e fusi nel paesaggio.
L'eco dei campanacci di mucche pascenti era armonia che si univa ad armonia e l'alternarsi dell'uso dei pascoli per gli animali domestici e per quelli selvatici era dato dallo scandire della luce e della notte. Allora anche il chiamare di un un uomo era armonia in quelle solitudini. Oggi non più. Alcune strade sono avanzate con i loro orrendi sfregi, quasi marchi di proprietà su quei monti e i pascoli si sono riempiti di gente venuta da lontano.
Sfregi sono anche le funivie e gli skilift, gli alberghi, i paravalanghe metallici o a gradoni fatti con la ruspa, le dighe, tutte costruzioni volute senza amore per la propria terra anche da coloro che si credono ancora "montagnards" solo perché quei monti al catasto risultano loro, ma che non conoscono e non amano più, avendo dimenticato i gli antichi sentieri e i siti delle baite, in rovina per l'abbandono.
Dove sono quei montanari che amavano i loro pascoli come solo si ama la terra natia, quella terra che ci ha visti giovani e che ha accolto le ossa dei nostri padri?
I montanari che conoscevano nell'intimo la montagna e che ne amavano le forme e i colori come le pareti della propria casa?
Sono forse quelli che affermano: "Il parco è nostro", o "Giù le mani dal nostro Parco", o "Gran Paradis enefer des montagnards"?
No! Oggi siamo noi i montanari, siamo noi i veri eredi di quelle genti.
Siamo noi i soli che ancora apprezzano il valore di quell'eredità ambientale che fu alla base della nascita del Parco.
Siamo noi i veri proprietari delle vecchie donazioni reali di Bocconère e di Leviola, del Nequedè e del Sort.
Siamo noi "les mntagnards", che torniamo lassù ogni stagione ad alpeggiare nella luce dei ghiacciai, che ci dissetiamo a quei ruscelli immutati, che calpestiamo gli stessi antichi sentieri e che ci riempiamo gli occhi della stessa bellezza e degli stessi colori e le orecchie del suono del rotolare di sassi e del gridare di marmotte.
Che godiamo della linea frastagliata delle creste, che abbassiamo lo sguardo al tremulo fiore del genepì sulle instabili morene o all'anemone vellutato nel freddo albore dei pascoli.
Siamo noi "les montagnards".
Siamo noi che vibriamo d'estasi al suono di nomi antichi come il tempo, nomi che ci sussurriamo esaltandoci nei ricordi di giorni trascorsi nell'aria pura e nella luce del sole, là dove essi indicano un pascolo, un monte, una baita: Peradzà, Bardoney, Valmiana, Lauson, Herbetet, Nomenon, Arolla, Moncorvé, Lavassey, Meyes, Entrelor, Orvielles, Bioula, Chamoussière, Chaussettaz, Vaudala, Nivolet, Ciamosseretto, Noaschetta, Valsoera, Ciardonei, Torre di Lavina, Rosa dei Banchi...
E tanti altri luoghi, che oggi si vorrebbe violare per frivolo divertimento di chi li considera solo come un diversivo alla noia, o scenari per una breve parentesi di vita; e che si vorrebbe svendere per soddisfare la futile esigenza di una seconda casa.
Questi uomini dimenticano che i loro padri li amavano così come erano allora, così come noi li vogliamo, così come noi li sapremo conservare, nell'integrità delle linee del paesaggio e dei suoni della natura. Non violati da strade, non imbrigliati da funivie e skilift, non sfregiati da paravalanghe metallici; così essi li amavano, così li amiamo noi.
Quelle mani che hanno vergato lungo la Valsavaranche, le valli di Rhemes e di Cogne scritte che violentano i loro monti già col pensiero, non sono più mani di "montagnards".
Sono di altra gente.
Siamo noi, i conservazionisti di tutto il mondo, che prendiamo il loro posto: tutti quelli che spenderanno almeno qualche parola per difendere questa terra dalla violenza di eredi che non sanno apprezzare i loro padri, saranno i veri "montagnards". Queste montagne appartengono in spirito anche a noi, col diritto di chi le ama!

Franco Zunino (ex guardia del Parco Nazionale del Gran Paradiso, Segretario Generale Associazione Italiana Wilderness)


nella foto Franco Zunino (su gentile concessione)

domenica 5 febbraio 2012

Arte Pollino: quando l’arte pubblica fallisce




di Margot Villebon

tratto da:  http://potatopiebadbusiness.com/2012/02/02/arte-pollino-quando-larte-pubblica-fallisce/

 

Arte Pollino: quando l’arte pubblica fallisce


Il Parco Nazionale del Pollino è la più vasta area protetta del nostro paese nonché la seconda in Europa. Sviluppandosi tanto sul versante lucano che su quello calabro, interessa le province di Potenza, Matera e Cosenza per un totale di circa 193.000 ettari (considerate che il Gran Sasso ne conta 141.000, il Gran Paradiso 71.000 e il Circeo solo 5.000).
Parco Nazionale Pollino
Il Parco Nazionale del Pollino
Nonostante il valore naturalistico e vegetale intrinseco al verde del parco, per anni ormai la conservazione, gestione e manutenzione dell’area ha subito sempre più noncuranza e disaffezione generando povertà, degrado, abbandono del territorio. Non solo da parte delle comunità locali, ma anche dal punto di vista turistico e del settore terziario per anni non si è riusciti a fare del parco e delle sue ricchezze una meta prestigiosa non solo dal punto di vista naturalistico ma anche archeologico,
antropologico-culturale e storico. E dunque, come valorizzare questo territorio dalle enormi potenzialità, così vasto, vario e complesso?
Ebbene, camminando a ritroso nell’infelice storia di quest’area naturale, si scopre che il 12 ottobre 2010 il presidente della regione Basilicata Vito De Filippo, sottoscrisse una convenzione con il direttore generale dell’Agenzia di Promozione Territoriale (Apt) Gianpiero Perri – entrambi ancora oggi in carica – e i sindaci dei Comuni di Senise, Terranova del Pollino, Viaggianello e San Costantino Albanese, per la realizzazione dei cosiddetti  “grandi attrattori” del Pollino, già approvati dalla Giunta Regionale della Basilicata.
Di quanto è l’importo? 10 milioni di euro.
Apperò.
“Grandi attrattori” mi suona come un binomio tipicamente italiano, generico, non pertinente e che in buona sostanza non significa assolutamente nulla, non indica niente e lascia intendere ancora di meno. Leggendo tra i numerosi articoli che vennero pubblicati, si evince come, ritenendo il patrimonio naturale del parco non sufficiente allo sviluppo economico, turisti e quindi territoriale dell’area, si rende necessario realizzare quattro interventi “particolarmente innovativi e originali” – quanta superficialità mi viene da dire – con lo scopo di suscitare interesse, curiosità. Si tratta di scivoli, passerelle, pavimentazioni di cemento raccolti pragmaticamente sotto il titolo di Progetto Integrato Sistema Locale di Offerta Turistica Pollino Lucano: appunto Pollinolandia. I progetti: l’arrivo dei Greci in Occidente sulla scena dell’invaso di Montecotugno, uno scivolo di montagna a Piano Ruggio Viggianello, un percorso tra gli alberi a Terranova del Pollino, uno skyflier a San Costantino Albanese. Insomma, progetti capaci – secondo il governatore lucano - di “perforare” la domanda  turistica per un nuovo “brand” del Pollino. Ovviamente e per fortuna – forse si può ancora salvare qualcosa – gli interventi sono in fase di realizzazione e le informazioni, da quassù, sono davvero scarse.
Se tutto questo vi lascia perplessi, bene tenetevi forte perchè non è che l’inizio. Ciò che è stato detto sin qui, ci aiuta a comprendere lo scenario e le condizioni in cui il progetto Arte Pollino si era GIA’ installato. Ebbene sì, avete capito bene. Dato che le bellezze del Pollino non bastavano alla promozione turistica del territorio, perchè non ideare un bel progetto di Arte Pubblica, che coinvolga le persone, doni nuova identità al territorio e ai cittadini attraverso l’arte? (ma poi cosa è arte? non è forse già un giacinto, un faggio o un ulivo?). Leggiamo la presentazione illuminante del progetto e dei suoi obiettivi, direttamente dal sito: «L’obiettivo primario del progetto è quindi quello di trasformare il modo di considerare il parco sia da parte degli abitanti, sia da parte dei visitatori e rendendo evidente che proprio qui è possibile costruire “un altro Sud“. Partendo dalle migliori risorse umane che già operano su questo territorio e mettendole in contatto con realtà internazionali altamente qualificate è possibile infatti valorizzare le potenzialità che già esistono in questo magnifico territorio migliorando la qualità della vita di chi lo abita, creando una nuova “identità competitiva” capace di distinguere questo contesto di pregio in un panorama internazionale e trasformando la visita al Parco del Pollino nell’opportunità di poter “vivere un sogno” che non si limiti alla sola contemplazione passiva dei panorami e dell’ambiente naturale ma che prevede anche una partecipazione attiva resa possibile dalla fruizione delle opere contemporanee che saranno realizzate».
Gasp!
Arte Pollino è stato fortemente voluto dalla Regione Basilicata, finanziato dall’Unione Europea, promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali oltre al Ministero per lo Sviluppo Economico. Un milione di euro, di cui una metà provenienti dai Fondi del Programma Operativo Regionale del sestennio 2000-2006 sotto le voci “cultura” e “promozione turistica” e l’altra metà erogati come Fondi Aree Sottoutilizzate, ai quali andrebbero aggiunti parte dei 5 milioni dei FAS 2007-2013 per il mantenimento delle strutture, dei laboratori didattici e l’eventuale ampliamento del progetto.
Nei mesi di novembre e dicembre 2008 vennero compiuti i primi sopralluoghi con gli artisti per prendere confidenza con il territorio, entrare in contatto con l’ambiente locale e quindi iniziare a progettare le singole installazioni. Con notevole zelo, le prime tre giganti opere sono state realizzate nel corso dei mesi successivi per essere finalmente inaugurate nell’estate del 2009.
Un artista italiano, Giuseppe Penone (Garessio, 1947), poverista in stretto e vitale contatto con la natura, la vita degli alberi e il respiro delle foglie. L’artista propone la costruzione di un teatro vegetale, dal diametro di 125 metri, nei pressi di Fiumara del Sarmento, Noepoli (PZ). Solo pietre, cespugli, alberi. L’istallazione è concepita come un work in progress dove in occasione dell’inaugurazione era stata realizzata solo la parte del così detto “cervello di pietra”. Ad oggi, personalmente, non vi so dire se l’opera sia terminata. Sinceramente dubito e credo che, se mai sarà portata a termine, lo verremo a sapere dato l’interesse mediatico e positivo e negativo che continua a generare questa vicenda.
L’indiano Anish Kapoor (Bombay, 1954), ormai conosciutissimo in tutto il mondo e da anni ormai in scuderia a San Gimignano, presso la Galleria Continua, ha progetto un Earth Cinema. Letteralmente un solco nel terreno, un taglio nella terra lungo 45 metri e profondo 7 che consente al pubblico di entrare e sentirsi avvolto, intrinsecamente parte della natura circostante.
Carsten Höller (Bruxelles, 1961) cerca di produrre e regalare emozioni al pubblico delle sue opere. Ama provocare e disorientare lo spettatore ricreando delle situazioni che hanno spesso le caratteristiche di un gioco, di un’atmosfera allegra e spensierata.
La caratteristica dei suoi lavori è quella di richiamare il pubblico alla partecipazione diretta, prendendo parte del meccanismo da lui innescato. Per Arte Pollino, l’artista belga ha pensato di collocare una giostra gigantesca, con 12 braccia supportanti doppi seggiolini, per un totale di 24 possibili passeggeri, proprio sulla cima di una collina. Una vista mozzafiato per RB Ride, questo il titolo di questo enorme carosello dal diametro di oltre 16 metri, che ruota lentissimo (è in grado di compiere 4 giri all’ora).
L’ultima installazione che avrebbe dovuto completare l’operazione è stato la più sfortunata e oggetto delle nuove polemiche di ambientalisti, frequentatori del parco e sostenitori dell’inutilità di un progetto quale Arte Pollino oltre che dello spreco di denaro pubblico.
L’opera avrebbe previsto il posizionamento di cinque uova giganti per opera dell’artista Nils Udo (1937), sulla cime di un altro belvedere del parco naturale. «L’Associazione Italiana Wilderness si oppone e si opporrà sempre a questi inutili e costosi scempi al paesaggio e all’integrità dell’ambiente naturale del Pollino, e lotterà assieme a tutti quegli abitanti del Pollino che vogliono difendere la dignità e la bellezza della propria terra!» sono parole di Saverio De Marco, Consigliere Nazionale Associazione Italiana Wilderness (AIW).
Dopo tutte le considerazioni fatte negli articoli precedenti sul pubblico, l’arte partecipativa, l’importanza dei processi e delle relazioni non solo con il territorio, ma anche con il fruitore stesso dell’opera, che voto dare al progetto Arte Pollino nella sua complessità? Se nella fase preparatoria numerosi giovani delle comunità locali sono stati coinvolti in un processo di “riappropriazione culturale” e sostanzialmente di ripensamento geografico-culturale-territoriale del parco, nella pratica questa fase di brainstorming e di esperienza comune è andata totalmente a perdersi. Infatti sono stati chiamati i grandi artisti, i nomi di fama internazionale a realizzare le opere. Non i cittadini. Non i frequentatori del parco, gli amanti della natura e le associazioni botaniche, sportive, albergatori, ristoratori che conoscono, vivono e lavorano in quella zona. Sostanzialmente dall’alto, come delle vere proprie astronavi, questi lavori sono stati collocati nel territorio – non senza un grande dispendio economico si è visto – senza essere contestualizzati. Privi di un humus in grado di accoglierli e restituirli a chi li vede. Un artista con committenze in tutto il mondo quale Anish Kapoor come volete che interpreti la richiesta di ideare un progetto da parte del comitato scientifico di Arte Pollino? Lo avranno pagato profumatamente.
Lui stesso, la produzione, le spese di viaggio, ospitalità e quant’altro. Una richiesta come un’altra. Forse Anish avrà trovato la location mozzafiato, come forse anche Penone avrà pensato che sarebbe stato bello trascorrervi alcuni giorni a passeggiare e meditare. Secondo voi Carsten Holler ha pensato a chi avrebbe acceso e spento la sua giostra? Ha riflettuto su quanto sarebbe potuta costare la manutenzione del suo mega-aggeggio? Considerando la sua esperienza e le innumerevoli istituzioni con il quale ha lavorato, spontaneamente mi viene da dire «si, certamente ci avrà riflettuto». Ma forse in questo caso la responsabilità è piuttosto di chi sceglie di invitare Holler in qualità di artista e di accettare un’installazione simile – pura follia – senza pensare al domani. E badate bene, non si tratta unicamente dei quibus.
Inoltre, possiamo tranquillamente parlare di “presunzione“. Infatti, a seguito di quanto ci siamo detti, come è possibile definire Arte Pollino un progetto di arte pubblica? Suvvia. Nulla di ciò che è stato fatto, dal momento in cui sono stati chiamati gli artisti elencati, afferisce alla sfera della partecipazione attiva e del coinvolgimento delle comunità locali. Di nuovo, questi artisti – che piacciano o meno da un punto di vista concettuale ed estetico – hanno portato a termine ciò che gli è stato richiesto e non possiamo biasimarli. Per altro, nessuno di questi è mai stato conosciuto, interessato o coinvolto dall’arte pubblica nei propri lavori. E allora? Questo progetto è partito con un budget di oltre 1 milione di euro..e pensate quanto potrebbe essere fatto, di pubblico e di arte, con questi finanziamenti.
Vorrei sottolineare come, a differenza di molti degli articoli che si leggono su Arte Pollino e sul Progetto Integrato Sistema Locale di Offerta Turistica Pollino Lucano in senso più ampio, io non mi oppongo alla possibilità di creare modi alternativi di valorizzazione un territorio che esulano dalle ricchezze esistenti. Non si intende cancellare o dimenticare la pastorizia, la natura, l’agricoltura, la storia, il patrimonio archeologico, le tradizioni.
Credo, piuttosto, che si possa pensare ad innescare un processo. Sviluppare un approccio differente e alternativo alla realtà esistente. Per chi non l’avesse ancora capito, è proprio con l’arte che si riesce a compiere questo piccolo miracolo. L’arte riesce a svincolarsi dai sistemi esistenti e viaggiare “sopra le righe”, senza sottostare necessariamente all’impianto istituzionale, politico, comunicativo vigente. Per attivare simili meccanismi servono più persone, occorre un apparato di competenze artistiche, sociali, relazionali, curatoriali, antropologiche – che chiaramente variano a seconda dei contesti – in grado di non solo di dare avvio ad operazioni di coinvolgimento e produzione, ma anche di coordinamento e gestione. Dei soggetti partecipanti, dei processi oltre che dei risultati finali. Solo così possiamo provare, nel tempo e grazie al tempo, ad arricchire un territorio di valori che prima non possedeva, teneva nascosti e che certamente non possono emergere attraverso le installazioni-ufo di Arte Pollino.

martedì 24 gennaio 2012

Orso marsicano e Patom: ascoltare la voce della comunità locale





COMUNICATO STAMPA

Orso bruno marsicano: mettere all'opera il PATOM!

Lo hanno creato ben sei anni fa. Sembrava la soluzione di tutti i problemi che ruotano attorno all'Orso bruno marsicano. E' stata invece la solita uscita all'italiana di fronte ai problemi: stampare un libro, fare una conferenza, istituire un commissione (magari d'inchiesta!), creare un struttura. Scegliete voi. Di fronte ad ogni problema questa è sempre stata la via d'uscita del popolo d'Italia e, specialmente, dei politici e delle autorità che lo governano.
Nonostante questo, l'idea del PATOM, partorito in uno dei tanti (troppi!) momenti tragici della storia dell'Orso bruno marsicano, il solito evento che ha smosso la coscienza degli italiani e che ha fatto riempire pagine di giornali ed annunci radio-televisivi: l'avvelenamento di tre orsi, mamma e figli (ma allora qualcuno scrisse anche 5: la cosa non fu mai veramente chiarita, almeno all'opinione pubblica), non fu una cattiva idea. L'unico errore è forse stato quello di inserire in quest'organismo troppe sigle e quindi troppe persone (un altro modo che in Italia abbiamo per accontentare tutti e per non far funzionare le cose!), sempre per voler essere più democratici dei veri paesi democratici e sempre terrorizzati dal fatto che poche persone potrebbero creare una dittatura (che poi regolarmente non arriva mai!). Ma intanto, a causa di queste mega concertazioni si finisce per non concertare nulla! Ecco, il PATOM è infatti rimasto lettera morta: non si capisci neppure chi comandi!
Certo, bastava dare ascolto, non diciamo tanto a chi da anni grida nel deserto - un calarsi troppo le braghe per ammettere sconfitte inaccettabili - ma almeno a qualche pastore, a qualche contadino (o ex tale, ormai) a qualche guardiaparco (o ex guardiaparco, fa lo stesso), questo si, e qualcosa per l'orso si sarebbe fatto.
Invece siamo rimasti tutti in attesa che l'elefantiaco PATOM si decidesse di muovere i primi passi.
Ecco, oggi, il solito non esperto, non "scienziato", ha infine parlato, se non altro da un pulpito autorevole, e come un pastore, un contadino o un ex guardiaparco ha infine detto anche lui che il re è nudo: il Presidente della Comunità del Parco Nazionale d'Abruzzo e Sindaco di uno dei paesi del Parco, Alberto D'Orazio.
E cosa ha detto? Ha detto che "il PATOM non può continuare a mantenere un impegno di facciata"; ha detto che "non ha prodotto alcun risultato di rilievo". Ha detto in pratica che il PATOM non si è mai mosso, che non ha finora fatto nulla, che non è servito a nulla e che forse sarebbe infine il caso di dargli una smossa e di farlo agire prima che sia troppo tardi (per l'orso).
E' un appello che avremmo preferito lo avessero lanciato gli autorevoli scienziati che da anni campano con ricerche, analisi, catture e radiocollari, o almeno le autorità del Parco, ma fa niente. Va bene così.
L'Associazione Italiana per la Wilderness ed il firmatario di questo comunicato plaudono a quest'uscita di D'Orazio, l'appoggiano e la fanno propria: che il PATOM si muova!
Non solo; ci appelliamo a tutto il mondo dell'ambientalismo, dai naturalisti ai cacciatori, affinché mettano da parte i loro interessi particolari e lodino anche loro, appoggino e facciano propria questa presa di posizione del Presidente della Comunità del Parco.
Visto che non si è fatto altro se non creare questo PATOM, almeno che il PATOM agisca. Poi magari ci scontreremo sulle cose fatte, non sulle proposte ed ipotesi di intervento lasciate sul un bel documento, mai applicate o, peggio, non rispettate quando sarebbe stato il caso di farlo.


Franco Zunino

Segretario Generale AIW
già studioso dell'Orso bruno marsicano 
da sempre interessato alla sua protezione

giovedì 19 gennaio 2012

Orsi morti: che fare?


Comunicato Stampa

ANCORA UN ORSO MORTO!

E' morto un altro orso marsicano! E' anche normale che ogni tanto qualche orso muoia per cause "naturali"; il problema è che aggiunto ai tanti morti per cause che riportano sempre all'uomo significa un altro passo verso il baratro dell'estinzione di questa popolazione. E ancora una volta non si sentono le autorità proporre soluzioni pratiche per la protezione, per la conservazione del suo habitat e per un miglioramento delle necessità alimentari, tanto meno per un rispetto al silenzio dei suoi luoghi ed alla loro solitudine: il turismo ecologico è sempre lì, presentato come una della cose che salveranno l'orso! I cacciatori sempre lì, citati, o come ectoplasmi, fatti balenare come la causa principale della morte degli orsi. I siti SIC si citano come scusa per ottenere finanziamenti dall'Unione Europea, ma nessuno dice nulla quando sui siti SIC si costruiscono ettari di centrali fotovoltaiche. Il fantomatico PATOM che a tutto questo dovrebbe provvedere e che invece è sempre lì a dire che sì, si può autorizzare tutto quello che invece dovrebbe essere impedito. 
Intanto le autorità sminuiscono l'impatto dei cinghiali sull'habitat dell'orso e sulle sue risorse alimentari naturali ed artificiali (sarebbe interessante sapere quanti dei popolamenti di Pancacciolo esistono ancora sulle montagne del Parco, e quante mele selvatiche a primavera sono ancora lì, sotto gli alberi, in attesa che gli orsi escano dalla tane di svernamento!) e stanno iniziando una ricerca ed un conteggio della Coturnici (cosa giustissima), che ovviamente finirà col richiedere ulteriori chiusure alla caccia (cosa inutile, essendo la specie già protetta anche nelle zone esterne al Parco) ma utili per buttare fumo negli occhi all'opinione pubblica anticaccia. Si dirà che servirà migliorare i pascoli con la presenza degli antichi greggi di pecore (che per altro favorirebbero anche l'orso), come le popolazioni mantenutesi floride in tutte le montagne che fino a pochi decenni fa erano aperte alla caccia stanno lì a dimostrare (mentre nel Parco chiuso alla caccia da quasi cento anni, la specie può dirsi quasi estinta!).
Tutti però tacciono sul fatto che l'orso morto non vivesse più nel Parco Nazionale d'Abruzzo, ma in quello del Sirente (forse ritenuto più accogliente per ragioni che solo l'orso conosce, e che forse non sono molto dissimili da quelle degli emigranti che un tempo lasciavano l'Italia e che oggi in Italia arrivano!).
Ancora una volta non ci resta che pregare: che Dio salvi l'orso da chi dice di amarlo!
E, visto che già circolano voci sulla non distinzione del DNA tra l'Orso marsicano e l'orso balcanico, rassegniamoci: sentiremo presto voci ufficiali ed "autorevoli" che proporranno l'introduzione di esemplari da quella regione per rinsanguare la popolazione. Così la giostra potrà di nuovo girare a pieno ritmo!

Franco Zunino


Segretario Generale dell'AIW

già studioso e da sempre conservazionista dell'Orso marsicano

lunedì 9 gennaio 2012

Un deposito di Eternit presso la Timpa di Pietrasasso



foto di anonimo (scattate in due diverse stagioni): fonte Facebook