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Le variazioni casuali in Darwin



Le variazioni casuali

Le implicazioni metodologiche e filosofiche di un concetto centrale della teoria darwiniana*


Saverio De Marco

Introduzione

Il concetto della variazione casuale è alla base dell’impianto teorico darwiniano sulla selezione naturale. In questa tesi vorrei descriverne la sua genesi e le sue implicazioni, avendo come riferimento l’opera più importante di Darwin, L’origine delle specie, rilevarne le critiche a cui fu sottoposta e mettendo in risalto il carattere di innovazione metodologica profonda. Consapevole di addentrarmi in un campo vasto e complesso, una parte di questo lavoro tenterà una breve rievocazione degli studi sulla genetica successivi a Darwin, che consentirono di scoprire le cause della variazione, problema che Darwin aveva lasciato insoluto. Fu però proprio l’ammissione dell’inconoscibilità delle cause che consentì a Darwin di superare gli ostacoli che si frapponevano alla sua teoria e che ne determinò il suo carattere “aperto” alle integrazioni successive, cosicché essa poté in questo modo restare valida fino ad oggi. “Così avvenne che essa fosse integrata e reinterpretata in seguito alle nuove acquisizioni della biologia ed anche emendata in alcun i suoi presupposti fondamentali (come l’‘eredità per mescolamento’ e l’ ‘ereditarietà dei caratteri acquisiti’), senza però mai perdere la propria identità[1]. Oltre al discorso metodologico e storico-scientifico, dedicherò una parte anche sul concetto di “caso” in Darwin e le sue implicazioni filosofiche, le quali conducono ad una filosofia della natura nettamente contrapposta alle visioni creazionistiche ed antropocentriche.

Le variazioni individuali come fulcro della teoria darwiniana
Nella sua opera fondamentale, L’origine delle specie, Darwin precisa cosa debba intendersi per variabilità, un concetto che propone un modo di pensare “popolazionistico” e si dissocia da un approccio tipologico ed essenzialistico alla nozione di specie, quell’approccio tradizionale che aveva per esempio caratterizzato scienziati come Linneo. La specie è caratterizzata da individui diversi, che possono presentare variazioni individuali importanti: “Nessuno pensa che gli individui di una stessa specie siano tutti conformi ad un solo modello. Queste differenze individuali sono importantissime per noi, in quanto forniscono materiali che possono essere accumulati dalla selezione naturale nello stesso modo in cui l'uomo può accumulare, secondo una direzione qualsiasi, le differenze individuali che compaiono nelle sue produzioni domestiche.[2]” In tale passaggio c’era il nucleo della teoria dell’evoluzione. L’ osservazione da cui partì Darwin poteva apparire quasi piuttosto banale e forse altri l’avevano fatto prima di lui, senza però darle la dovuta importanza: in ogni popolazione esiste sempre qualche individuo diverso dagli altri. Tutto il processo evolutivo trae origine dal fatto che in ogni generazione nascono individui diversi, varianti, sia nelle popolazioni naturali che in quelle artificiali creati dall’uomo. Proprio la selezione artificiale viene operata dall’uomo sulla base della predilezione di alcune variazioni. La seconda osservazione da cui mosse la teoria darwiniana, oltre a quella relativa alla variabilità, riguarda proprio l’efficacia della selezione artificiale che l’uomo compie su piante e animali. L’idea che sorse spontanea in Darwin riguardava la possibilità che anche la natura si comportasse come un allevatore o un coltivatore che sceglie alcuni individui da far accoppiare e impedisci ad altri di generare figli (non a caso usò il termine selezione naturale per distinguerlo da quello di selezione artificiale).[3]
Darwin evitò quindi qualsiasi ridefinizione delle specie. La sua posizione è che il termine specie non poteva essere distinto sul piano della definizione dal termine varietà. Darwin anzi sottolineava proprio le difficoltà, per il naturalista, nel distinguere tra specie e varietà, avvalorando la tesi secondo cui le varietà non sono altro che specie incipienti.[4] Il processo evolutivo, come lo immagina Darwin, consiste proprio nell’accumulazione graduale e lentissima in tempi lunghissimi, di piccole variazioni, che Darwin chiama appunto “casuali”. Le variazioni, oltre ad essere casuali nel senso che le loro cause non sono note, sono casuali in quanto di per sé non sono “adattative”, non si producono necessariamente come risposta alle condizioni ambientali; anzi, nella maggioranza dei casi, sono inutili o indifferenti. Se la variazione possa essere utile o meno viene stabilito dalla complicata rete delle relazioni ecologiche di un determinato ambiente.[5] La parola “casuale” ha molti significati e va prima di tutto chiarito qual è quello che le si attribuisce. Può significare: “non determinato da cause”, e questo è il significato che a tale parola si dà nella meccanica quantistica. Ma il significato che le si attribuisce e è il più delle volte diverso: quello che corrisponde alla parola random, La teoria darwiniana assume le variazioni fenotipiche come casuali nel senso di random: nel passaggio da una generazione ad un’altra il fenotipo può subire una piccola variazione tra quelle possibili. La casualità significa che non ci sono direzioni di variazioni privilegiate. Sarà la selezione naturale a scegliere, a introdurre una direzionalità. [6] Come afferma Pievani: “il fatto che la variazione fosse «casuale» era allo stadio di mera intuizione osservativa: le cause interne della variazione gli apparivano oscure, ma la condizione stringente affinché la selezione naturale non perdesse il suo valore di meccanismo direttivo era che la variazione derivasse da un’insorgenza spontanea e autonoma, non istruita direttamente dall’ambiente”.[7]
Darwin stesso precisava subito cosa dovesse intendersi per casualità: il fatto che la variazione sia causale non vuol dire che non abbia cause; semplicemente le cause per Darwin sono inconoscibili: “nei capitoli precedenti, parlando delle variazioni — così comuni e multiformi nei viventi allo stato domestico ed in minor grado in quelli allo stato di natura — mi sono espresso come se fossero dovute al caso. Naturalmente si tratta di un'espressione assolutamente scorretta che, però, serve a far capire chiaramente la nostra ignoranza delle cause di ciascuna variazione particolare.[8]
Ricapitolando, “ogni popolazione mostra al proprio interno una notevole variabilità dei  caratteri. Alcune caratteristiche si rivelano più favorevoli di altre, in quanto permettono all’individuo che le possiede  di  adattarsi  all’ambiente e di sfruttare meglio le risorse naturali che ha a disposizione”[9].
In ciò si coglie la differenza con le teorie di Lamarck. Famosa è rimasta la differenza tra le “giraffe” di Lamarck e quelle di Darwin.  Nelle parole dello stesso Darwin, Lamarck: “quanto alle modalità delle mutazioni, egli le ha attribuite in parte all'azione diretta delle condizioni fisiche di vita, in parte all'incrocio con forme già esistenti e, in larga misura, all'uso ed al non uso, vale a dire alle conseguenze delle abitudini. Si direbbe che egli attribuisca proprio a quest'ultimo fattore tutti i mirabili adattamenti osservabili in natura, come, per esempio, il lungo collo della giraffa, che serve all'animale per brucare tra i rami degli alberi.[10]” Darwin, come osserva Pievani: “per dare più incisività alla variazione stessa non disdegnò di recuperare a più riprese le idee di Lamarck sugli effetti ereditabili dell’uso e del disuso, sulla trasmissione di caratteri acquisiti e sul possibile ruolo delle «condizioni di vita» nel modulare la variabilità degli organismi (per quanto sottoposta comunque, è bene ricordare, al vaglio della selezione naturale). Nonostante questi e altri tentennamenti circa l’ereditarietà, l’idea che la variazione emergente nelle popolazioni di organismi fosse «non direzionata» nel senso di priva di un piano preordinato”[11].
Nella concezione di Lamarck ovvero, la variazione “allungamento del collo” serve per raggiungere il ramo dove si trova il cibo: quindi fin da subito a rendere possibile la sopravvivenza dell’individuo. La “giraffa darwiniana” invece allunga anche lei il collo a questo scopo, ma fa parte di una popolazione di giraffe che hanno il collo più lungo e il collo più corto, ma solo quelle che hanno una lunghezza sufficiente a raggiungere i rami sopravvivono e trasmettono così ai discendenti la caratteristica vantaggiosa “collo lungo”.[12]
“… In natura, quando cominciava ad apparire la giraffa, gli individui capaci di brucare più in alto e di arrivare, durante le siccità, anche solo un paio di pollici più su degli altri, in molti casi saranno sopravvissuti, perché avranno potuto vagare per tutto il territorio in cerca di alimenti. Che gli individui appartenenti alla stessa specie molte volte differiscano leggermente quanto alla lunghezza relativa di tutte le loro parti è cosa che si può controllare in molte opere di storia naturale, ove vengono fornite precise misurazioni. Queste leggere differenze nelle proporzioni, dovute alle leggi dello sviluppo ed alla variazione, per la maggior parte delle specie non hanno la minima utilità od importanza. Però le cose saranno andate altrimenti con la giraffa primordiale, tenendo conto delle sue probabili abitudini di vita; infatti quegli individui che avevano qualche parte o parecchie parti del corpo alquanto più allungate che di norma, in linea di massima saranno sopravvissuti. Essi si saranno incrociati fra di loro lasciando una prole che avrà ereditato le stesse caratteristiche corporee o che avrà avuto la tendenza a variare nella stessa maniera; per contro, gli individui meno favoriti sotto questo profilo avranno avuto una maggiore tendenza a scomparire”[13] .

Fig. 1: “Le giraffe di Lamarck”[14]




.2: “Le giraffe di Darwin”[15]




Il metodo di Darwin
Le critiche a Darwin successive alla pubblicazione de L’ origine delle specie furono tante e riguardano diversi argomenti e nodi problematici. Per gli scopi di questo lavoro, vanno ricordate le critiche e gli attacchi che Darwin ricevette rispetto alla legge della variazione e al concetto di “casualità” che essa necessariamente implicava. Darwin come si è già accennato, trattava la questione dell’origine delle specie prescindendo da una spiegazione dell’origine delle variazioni. La nozione della causalità delle variazioni sembrava insostenibile. Questa obiezione si basava su un’immagine della scienza fisica che proprio in quegli anni mostrava i primi segni di crisi e che sarebbe stata sostituita da una concezione probabilistica dei fenomeni naturali.[16]Questo discorso ha come si può notare implicazioni anche sul fronte della storia della metodologia scientifica, proprio perché, come si è detto, l’impostazione di Darwin rinunciava a spiegare le cause delle variazioni, concentrandosi sul dato empirico prioritario della loro permanenza. La casualità inoltre agiva su un doppio binario; non solo riguardava la natura delle variazioni individuali ma anche il loro rapporto con l’ambiente, che le selezionava decretandone l’utilità o meno nel processo evolutivo delle specie. Quello di Darwin “è un complesso di idee tanto semplice quanto difficile da digerire, per una ragione precisa: l’incontro contingente di due catene causali indipendenti (la variazione individuale nelle popolazioni e le condizioni esterne di esistenza, tra specie e specie, o tra specie e ambienti) esclude che il cambiamento evolutivo possa essere direzionato da spinte interne, o canalizzato verso un fine, o tantomeno progettato da una mente intenzionale.”[17]
A questo punto bisognerà affrontare brevemente il discorso sul metodo scientifico utilizzato da Darwin per l’edificazione della sua teoria, proprio perché come si è esplicato sopra, se ciò che nell’impianto teorico darwiniano poteva apparire come una grossa lacuna (l’aver evitato di occuparsi delle cause delle variazioni) si rivelò un vantaggio, frutto di un’abile mossa metodologica. In primo luogo, come si è accennato, Darwin rifiuta un approccio tipologico ed essenzialistico, e ciò sarà decisivo, perché gli consentirà di afferrare in tutta la sua portata la questione delle variazioni: “[Darwin] attraverso l’estrapolazione dalla selezione artificiale, ha così descritto il propellente necessario per far girare il motore della selezione naturale, rovesciando i presupposti dell’essenzialismo: la variazione individuale è il fattore centrale della realtà naturale, è onnipresente e rende sfumate le distinzioni fra varietà e specie. La nozione di queste ultime come «tipi ideali» viene abbandonata a favore di una definizione meramente convenzionale delle specie come etichette provvisorie e arbitrarie per nominare «gruppi di individui molto somiglianti fra loro». Non c’è soluzione di continuità tra varianti individuali, popolazioni divergenti, sottospecie e specie incipienti.”[18]
Seguendo le osservazioni di Michael T. Ghiselin si può affermare che il principale contributo scientifico di Darwin non sta nell’aver affermato che gli esseri viventi sono soggetti a evoluzione (un’idea che era già stata espressa più volte prima di lui), ma nell’aver proposto una teoria scientifica dell’evoluzione, in termini di selezione naturale. La nozione centrale è quella di una dialettica fra un fenomeno biologico che potremmo definire ‘inerziale’ (cioè, un fenomeno che tende a proseguire in maniera uniforme fino a che una causa esterna non intervenga a modificarne o contrastarne la realizzazione) e una condizione ambientale che lo viene continuamente a limitare: nel caso della selezione naturale, infine, la produzione all’interno delle popolazioni di variazione ereditabile e la diversa fitness (cioè il diverso successo nella sopravvivenza e nella riproduzione) che è associata, in un determinato ambiente, a ciascuna delle varianti individuali: nel caso della selezione naturale, la produzione all’interno delle popolazioni di variazione ereditabile e la diversa fitness (cioè il diverso successo nella sopravvivenza e nella riproduzione) che è associata, in un determinato ambiente, a ciascuna delle varianti individuali. Ciascuna delle teorie viene sviluppata da Darwin secondo un impianto logico ipotetico-deduttivo, che qui si analizza brevemente a riguardo della teoria dell’evoluzione per selezione naturale. Si parte dalle quattro ipotesi seguenti:
1. all’interno delle popolazioni animali e vegetali esistono differenze individuali (variazione)
2. queste differenze sono, almeno in parte, ereditabili
3. le diverse varianti presenti all’interno della popolazione sono diversamente abili nel superamento di un problema (ad es., nel procurarsi il cibo, nello sfuggire ai predatori, nell’allevare la prole)
4. il livello di successo nel risolvere quel problema è rilevante nel determinare la sopravvivenza (e la possibilità di riprodursi) nel particolare ambiente in cui al momento la popolazione si trova a vivere.
Il ragionamento prosegue, affermando che se (dove) le quattro ipotesi elencate sono applicabili, allora (lì) varrà la tesi seguente: la selezione naturale produce un cambiamento evolutivo. Questo impianto logico è quello proprio del metodo ipotetico-deduttivo. Ciò che rende scientifica l’ipotesi formulata (in questo caso, ciascuna delle ipotesi 1-4, o il loro insieme) è la capacità della teoria in cui sono inserite di generare predizioni che possono essere verificate ed eventualmente ‘falsificate’ nel mondo reale. In altre parole, è attraverso una verifica empirica che possiamo determinare se la selezione naturale è la causa, o no, dell’evoluzione dei viventi. articolando sul piano logico il principio dell’evoluzione per selezione naturale, Darwin non afferma che i viventi sono soggetti a evoluzione. E’ la teoria della selezione naturale che spiega il meccanismo dell’evoluzione; l’esistenza di questa è provata dai fatti – e Darwin ne presenta, metodicamente, un grande numero nei successivi capitoli dell’Origine: la variazione negli animali domestici e nelle piante coltivate, la variazione in natura, la successione stratigrafica dei fossili, la distribuzione geografica degli organismi, le omologie, la somiglianza fra gli stadi precoci dello sviluppo etc.”[19].
Oggi, dopo molti studi, esiste un consenso pressoché generalizzato sul fatto che quella di Darwin fu un’applicazione coerente e rigorosa del metodo ipotetico-deduttivo e i suoi successi, più che dipendere dalla raccolta di dati, furono dovuti alla sua capacità di sviluppare una teoria e di formulare ipotesi da sottoporre a verifica[20]. “Il naturalista inglese decise di presentare prima analiticamente il nocciolo esplicativo della sua teoria e poi i fenomeni che ne derivavano (…) La mossa fu ben ponderata perché in questo modo egli sottolineò fin dall’inizio che la selezione naturale doveva essere un processo necessario date certe circostanze (le variazioni ereditabili e la lotta per l’esistenza) e che la trasmutazione delle specie nella discendenza comune poteva essere intesa solo alla luce di quel meccanismo. Subito la novità teorica, insomma, e poi la panoplia di evidenze che la corroborano: non una massa di fatti prima e poi un’ipotesi esplicativa fra tante altre. (…) Così facendo, sembra voler scongiurare un’evenienza puntuale: che il lettore possa sì accettare l’evoluzione come un insieme di dati di fatto, ma non la sua spiegazione causale centrale, cioè la selezione naturale”[21]
Le acquisizioni della biologia e della genetica al problema della causa delle variazioni
Darwin “rimane di fondo un naturalista e, pur ponendosi il problema della trasmissione dei caratteri biologici da padri e figli, non fa di questo il centro della sua riflessione. Ciò contrasta nettamente con la visione moderna, per la quale l’evoluzione è essenzialmente evoluzione di geni, o meglio di genomi. (…) I suoi studi si basarono in sostanza sul solo aspetto esterno e sulle caratteristiche biologiche degli organismi già formati”[22].
Come si è detto, variazione casuale e successiva selezione naturale sono i cardini del darwinismo. Il modello per spiegare la trasmissione dei caratteri ereditari fu proposto da un contemporaneo di Darwin, il monaco benedettino Gregory Mendel, il quale suggeriva che il materiale sul quale lavora la selezione naturale fosse composto da elementi discreti, che lui chiamava fattori e e che dal 1909 in poi sarebbero stati chiamati geni, trasmessi secondo regole prevedibili e, cosa più importante, suscettibili di mutamento. Le mutazioni non sono adattative ma eventi casuali. La selezione invece non è affatto casuale”[23].
Anche se Mendel era contemporaneo di Darwin on è chiaro se l’autore dell’Origine avesse letto i suoi scritti: “Darwin è riuscito a costruire il suo edificio ignorando quasi totalmente l’esistenza di geni, la meccanica della loro azione e l’origine delle loro alterazioni. Anche se avesse letto l’articolo fondamentale di Gregor Mendel del 1866 sui fondamenti dell’ereditarietà, il che non è stato mai appurato con chiarezza, non si sa che cosa avrebbe potuto ricavarne, dal momento che i primi veri passi di una scienza della genetica non furono compiuti che molto dopo la sua morte, a partire dal primo decennio del Novecento. Quel che è certo è che le ricerche di Mendel non hanno lasciato nessuna traccia nel pensiero di Darwin (…) Bisognerà infatti aspettare quasi cinquant’anni perché alcuni studiosi si accorgano improvvisamente del lavoro di questo monaco boemo, che diventerà la base di una nuova grande scienza”[24]. Mendel comprese, grazie ad una brillante intuizione metodologica, la necessità di prestare attenzione ad un carattere per volta – la forma dei semi, o il colore, o l’altezza della pianta, ad esempio – anziché alla pianta intera. “A questo scopo, egli ha selezionato le caratteristiche rispetto alle quali le piante presentavano una netta differenza. Prima di effettuare incroci tra le piante si era assicurato che esse fossero dei ceppi puri: si era procurato dai venditori molte varietà di piselli e le aveva coltivate per due anni, in modo da selezionare per i suoi esperimenti solo le varietà in cui i discendenti, relativamente ad un certo carattere, presentavano sempre una precisa somiglianza con i genitori”[25].
Mendel dimostrò che: 1) i caratteri si trasmettevano separatamente gli uni dagli altri (legge della "segregazione dei caratteri"), cosicché, ad esempio, i piselli erano o rugosi o lisci, mai intermedi; 2) alcune varietà dello stesso carattere prevalevano nella discendenza sulle varietà alternative, cosicché incrociando piante lunghe e piante corte di piselli si ottenevano, in proporzioni variabili a ogni incrocio, ma matematicamente regolari, soprattutto piante lunghe (legge della “dominanza"); 3) la trasmissione di uno dei due caratteri di una coppia di alternative (ad esempio della coppia liscio-rugoso) era indipendente dalla trasmissione di uno dei due caratteri di un'altra coppia (ad esempio giallo-verde): insomma, l’alternativa relativa al colore non era legata all’alternativa relativa alla forma della buccia (legge dell’ indipendenza”).
Mendel non aveva compiuto i suoi esperimenti per verificare la teoria dell’evoluzione, ma solo per appurare se gli incroci tra forme vegetali diverse potessero dar luogo a forme nuove e stabili. In un certo senso, non era alla ricerca delle leggi generali dell’eredità. Non aveva nessuna nozione del gene. Quelle che nei manuali di biologia e scienze naturali figurano come "leggi di Mendel" sono piuttosto una sintesi del risultato di ricerche e dibattiti successivi.
I primi mendeliani furono antidarwiniani. Sembrava loro infatti che se, come aveva appurato Mendel, i caratteri ereditari erano unità discrete (cioè ben definite e circoscritte), la nozione darwiniana di «variazioni infinitesimali e insensibili» dovesse essere respinta, determinando il crollo della teoria della selezione che su quella nozione si fondava. Solo negli anni Trenta del Novecento le idee di Mendel vennero definitivamente assunte come base della teoria darwiniana dell'evoluzione.[26]
Il successivo sviluppo della genetica rese possibile quindi rispondere a tre domande alle quali Darwin non seppe mai dare risposta: 1. come sono trasmesse le caratteristiche ereditarie di generazione in generazione; 2. perché le diverse caratteristiche genetiche non si mescolano nella progenie, ma possono scomparire per poi riapparire in generazioni successive (come il colore bianco dei fiori di pisello); 3. in che modo si origina la variabilità su cui agisce la selezione naturale. La combinazione della teoria di Darwin con i principi della genetica mendeliana è detta sintesi neodarwiniana o teoria sintetica dell’evoluzione. Durante gli ultimi 80 anni, la teoria sintetica ha dominato il pensiero scientifico per quanto riguarda il processo evolutivo e ha ispirato una quantità enorme di nuove idee e di nuovi esperimenti a mano a mano che i biologi lavoravano per chiarirne i particolari. Le attuali controversie, che riguardano principalmente la velocità dei cambiamenti macroevolutivi e il ruolo svolto dal caso nel determinare la direzione dell’evoluzione, non influiscono sui principi basilari della teoria sintetica; ci consentono, invece, di raggiungere una migliore comprensione dei meccanismi evolutivi attualmente in atto[27].


Il concetto di casualità e le sue implicazioni filosofiche 
Come si è detto sopra, Le variazioni, secondo Darwin, sono non solo spontanee, ma anche «casuali», e ciò non solo nell’accezione di non conoscenza delle cause. Ma il termine "casuale" ha anche un altro significato, distinto logicamente ma inseparabile dal primo: le variazioni non sono orientate a favorire la sopravvivenza dell'individuo. La singola variazione non è di per sé la risposta giusta alle esigenze poste dall'ambiente, non nasce per adattare l'organismo all'ambiente, non garantisce di per sé la sopravvivenza e il successo riproduttivo; anzi, nella stragrande maggioranza le variazioni sono inutili o indifferenti, alcune perfino dannose: eliminate queste ultime dalla selezione naturale, le altre rimangono, come si dice oggi, "fluttuanti", in attesa che si pronunci l'ambiente[28]. Sono evidenti le implicazioni filosofiche di questa seconda accezione di casualità, perché inevitabilmente minano le basi della concezione creazionistica della natura, ovvero quella di un disegno intelligente che avrebbe previsto il mondo così come noi lo conosciamo. Come affermò Marx la visione di Darwin dava un “colpo mortale alla teologia”[29], cadeva la concezione di un disegno finalistico. Nelle parole di  La Vergata: “la nozione della variazione casuale o spontanea taglia alla radice ogni possibilità di equivoco sul ruolo di un grande progettista o direttore dell'evoluzione. Visto che le variazioni non sono di per sé correlate con le necessità vitali degli esseri viventi, ancora meno si può pensare che siano preordinate dal Creatore: perché questi ne farebbe nascere tante per sprecarle quasi tutte? (…) A maggior ragione è impensabile che abbia preordinato a beneficio degli allevatori e dei giardinieri tutte le variazioni delle piante e degli animali domestici, molte delle quali sono nocive per quegli organismi e inutili per l'uomo; che abbia predisposto fin dal principio dei tempi tutte le possibili variazioni del gozzo dei piccioni perché l'allevatore potesse selezionare le forme bizzarre del piccione gozzuto; che abbia destinato le qualità fisiche e «mentali» del cane a variare in modo da dare origine a una razza aggressiva e capace di atterrare un toro, per il «brutale divertimento dell'uomo».[30] Del resto alcuni passaggi dello stesso Darwin esemplificano bene la disillusione crescente di Darwin sull’esistenza di un Creatore che avesse preordinato il mondo secondo una finalità. Ciò si evince bene in una lettera indirizzata al noto botanico americano Asa Gray, nella quale Darwin sostiene che, seppur egli non creda alla necessità di un disegno nella natura, trova difficile credere che tutto sia il risultato di una “forza bruta”. Osservando, in particolare, quanto siano meravigliosi l'universo e la natura umana, Darwin conclude dicendo che tale questione è “troppo profonda per essere risolta dall'intelletto umano”: “… confesso che non riesco a vedere, chiaramente come altri e come desidererei, prove di un progetto e di benevolenza tutto attorno a noi. Mi sembra ci sia troppa miseria nel mondo. Non riesco a convincermi che un Dio benevolo e onnipotente avrebbe creato di proposito le Ichneumonidae con l’espressa intenzione che si alimentassero all’interno dei corpi vivi dei vermi, o che un gatto dovesse giocare con i topi. Non credendoci, non vedo alcuna necessità nel credere che l’ideazione dell’occhio sia stata mirata (…) Sono incline a guardare tutto come risultante da leggi mirate, con i dettagli, vuoi buoni vuoi cattivi, lasciati all’elaborazione di quello che noi potremmo chiamare caso”[31]. Questa sorta di confessione avviene però dopo l’Origine: mentre scrive la sua opera fondamentale, si può dire che la sua cornice è ancora deistica.






NOTE

[1] Di Gregorio M., Origine delle specie ed evoluzione biologica, Università de L’Aquila, p.263

[2] Darwin C., L’origine delle specie 2011, Newton Compton Editori, p. 88

[3] Boncinelli E. Perché non possiamo dirci darwinisti 2010, Rizzoli

[4] Di Gregorio M., Origine delle specie ed evoluzione biologica, Università de L’Aquila, p. 75/76

[5] La Vergata A., L’evoluzionismo, in: Filosofia, cultura cittadinanza vol. 3, La Nuova Italia, p. 207

[6] Ageno M., Le radici della biologia 1986, Feltrinelli, p. 28

[7] Pievani T., Introduzione a Darwin 2012, Laterza, p. 119

[8], p. 169

[9] http://online.scuola.zanichelli.it/LupiaSaraceni_ScienzeIntegrate-files/Zanichelli_Lupia_Saraceni_Scienze_Sintesi_UB3.pdf

[10] Darwin C., L’origine delle specie 2011, Newton Compton Editori, p. 39

[11] Pievani T., Introduzione a Darwin 2012, Laterza, p. 119

[12] La Vergata A., L’evoluzionismo, in: Filosofia, cultura cittadinanza vol. 3, La Nuova Italia, p. 208

[13] Darwin C., L’origine delle specie 2011, Newton Compton Editori, p. 245

[14] (http://online.scuola.zanichelli.it/LupiaSaraceni_ScienzeIntegrate-files/Zanichelli_Lupia_Saraceni_Scienze_Sintesi_UB3.pdf)

[15] Ibid.

[16] La Vergata A., L’evoluzionismo, in: Filosofia, cultura cittadinanza vol. 3, La Nuova Italia, p. 214

[17] Pievani T., Introduzione a Darwin 2012, Laterza, p.96

[18] Pievani T., Introduzione a Darwin 2012, Laterza, p. 95

[19] Minelli A., Darwin e il metodo scientifico, Università di Padova (http://www.unife.it/dipartimento/biologia-evoluzione/progetti/emi/39.pdf)

[20] Di Gregorio M., Origine delle specie ed evoluzione biologica, Università de L’Aquila, p.87

[21] Pievani T., Introduzione a Darwin 2012, Laterza, p. 95

[22] Boncinelli E. Perché non possiamo dirci darwinisti 2010, Rizzoli

[23] Abbondandolo A., I figli illegittimi di Darwin 2012, Nessun Dogma, p. 12

[24] Boncinelli E. Perché non possiamo dirci darwinisti 2010, Rizzoli

[25] Ayala J. Evoluzione 2012, Edizioni Dedalo, p. 67

[26] La Vergata A., L’evoluzionismo, in: Filosofia, cultura cittadinanza vol. 3, La Nuova Italia, p. 212

[27] Curtis H – Barnes N. S., Invito alla biologia 2009, Zanichelli, p. 289

[28] La Vergata A., Darwin e il caso (http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=395:darwin-e-il-caso&catid=231&Itemid=452)

[29] Ecco cosa diceva Marx in una lettera ad Engels e una a Lassalle: «...ho letto [...]il libro di Darwin sulla ‘natural selection’. Per quanto svolto grossolanamente all’inglese, ecco qui il libro che contiene i fondamenti storico-naturali del nostro modo di vedere» (Marx ad Engels, 19 dicembre 1860). «Molto notevole è l’opera di Darwin, che mi fa piace re come supporto delle scienze naturali alla lotta di classe nella storia. Naturalmente bisogna accettare quella maniera rozzamente inglese di sviluppare le cose. Ma, nonostante tutti i difetti, qui non solo si dà per la prima volta il colpo mortale alla ‘teleologia’ nelle scienze naturali, ma se ne spiega il senso razionale in modo empirico» (Marx a Lassalle, 16 gennaio 1861). (http://logos-centrologosgenova.org/darwin.pdf)

[30] La Vergata A., Darwin e il caso (http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=395:darwin-e-il-caso&catid=231&Itemid=452)

[31] Ecco alcuni passaggi dell’originale in inglese: “My dear Gray (…) With respect to the theological view of the question; this is always painful to me.— I am bewildered.— I had no intention to write atheistically. But I own that I cannot see, as plainly as others do, & as I shd wish to do, evidence of design & beneficence on all sides of us. There seems to me too much misery in the world. I cannot persuade myself that a beneficent & omnipotent God would have designedly created the Ichneumonidæ with the express intention of their feeding within the living bodies of caterpillars, or that a cat should play with mice. Not believing this, I see no necessity in the belief that the eye was expressly designed. On the other hand I cannot anyhow be contented to view this wonderful universe & especially the nature of man, & to conclude that everything is the result of brute force. I am inclined to look at everything as resulting from designed laws, with the details, whether good or bad, left to the working out of what we may call chance. Not that this notionat all satisfies me. I feel most deeply that the whole subject is too profound for the human intellect. A dog might as well speculate on the mind of Newton.— Let each man hope & believe what he can.—Certainly I agree with you that my views are not at all necessarily atheistical. The lightning kills a man, whether a good one or bad one, owing to the excessively complex action of natural laws,—a child (who may turn out an idiot) is born by action of even more complex laws,—and I can see no reason, why a man, or other animal, may not have been aboriginally produced by other laws; & that all these laws may have been expressly designed by an omniscient Creator, who foresaw every future event & consequence. But the more I think the more bewildered I become; as indeed I have probably shown by this letter.” (http://disf.org/darwin-esistenza-dio-lettere)



*tratto da una tesina per un esame postlaurea di Storia del pensiero scientifico

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