"A patriot must always be ready to defend his country against his governement"
(Edward Abbey)

domenica 27 marzo 2011

Boitani e Zunino su orso bruno marsicano


COMUNICATO STAMPA

ORSO BRUNO MARSICANO: PIU CHE MAI A RISCHIO ESTINZIONE!

Questa volta l’allarme lo ha lanciato il Prof. Luigi Boitani del Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo dell’Università “La Sapienza”. Ed è un triste allarme. Gli orsi marsicani forse non sono più di 40, con una bassa presenza di femmine in età riproduttiva (si dice una decina).
Il problema della loro sopravvivenza è ormai drammatico, e ciò nonostante i milioni (si dice più di 12, e di Euro!) spesi in ricerche che definire inutile è forse eccessivo, ma definire utili è altamente esagerato se lo scopo era quello di stabilire dei provvedimenti da prendersi per far sì che la popolazione aumentasse di numero. Ma di provvedimenti non ne sono mai stati presi, se non proclami sulla stampa, e quei pochi presi si sono rivelati dei semplici palliativi, fumo negli occhi di chi dava fiducia alle autorità, per far credere che qualcosa si stava facendo. Lo stesso PATOM, lanciato in pompa magna qualche anno fa, come reazione ad una situazione già allora definita disastrosa, come ha sostenuto il Prof. Boitani, “a prodotto poco o nulla”; un organizzazione che unì tutte le autorità pubbliche, dai Parchi alle Province alle Regioni al Ministero dell’Ambiente. Tante parole, incontri, promesse, piani, ma poco costrutto. Ed allora cosa propongono ancora le autorità e gli studiosi? Finalmente azioni pratiche e concrete? No! Un altro progetto: “Life Arctos” con soldi dell’Unione Europea! E quindi avanti con altri studi e ricerche ed inutili conteggi. E avanti con le solite, trite, teoriche proposte vecchie di quarant’anni: ampliare il Parco e chiudere la caccia! Ma il Parco non ha mai impedito l’uccisione degli orsi, quindi non è ampliando il Parco ed impedendo la caccia al suo esterno che si evita il bracconaggio, ma eliminando le cause che spingono alcuni a farsi giustizia con le proprie mani. Il bracconaggio è tale proprio perché viola le leggi, e non sono quindi le leggi che lo fermano!
Proposte di interventi che sono solo e sempre teoria, senza mai andare alla radice del problema. Che di orsi ne siano morti tanti negli ultimi quarant’anni è notorio. Ma il problema vero è stabilire il perchè di queste morti: bracconaggio verso cervi e cinghiali (e di cervi e cinghiali nel Parco e sue aree esterne è pieno zeppo e nessuno dice di ridurne il numero); rivalsa di pastori ed allevatori (e nessuno dice mai che bisogna indennizzare bene queste categorie per evitare il loro stato di disagio verso l’orso); turismo escursionistico che disturba l’orso in tutte le stagioni (e nessuno dice mai che bisogna avere il coraggio di riservare grandi aree naturali all’orso); carenza di risorse alimentari “artificiali” da agricoltura (e nessuno dice mai che bisogna incrementare quest’attività). Boitani affronta questi problemi solo alla lontana, quasi con fastidio, per accentrarsi verso il vero obiettivo “politico”: la solita chiusura della caccia ed il solito ampliamento del Parco (lo chiedeva già Franco Tassi quarant’anni fa, e senza aver speso 12 milioni di euro in ricerche!). Erano necessari tutti questi studi e questo sperpero di danaro pubblico per avanzare due proposte che non servono a risolvere il problema, perché le affermazioni del Professor Boitani sono sì veritiere (la morte di troppi orsi), ma affrontano il problema prendendolo alla metà e non già alla radice. Gli orsi sono stati sì spesso uccisi da cacciatori e bracconieri (di cinghiali) o da pastori (e più spesso nel Parco che non fuori), ma vengono uccisi per i motivi suddetti. Quindi la radice del problema è il fatto che gli orsi si sono dispersi in mezzo Abruzzo (problema che riduce la possibilità di incontri tra i due sessi), non il fatto che poi qualcuno ogni tanto viene ucciso (a dire il vero meno di quanto si vuole far credere). Se si cercasse di mantenere gli orsi nei Parchi, ecco che non vi sarebbe necessità di ampliarli (tanto più che di Parchi è pieno l’Abruzzo). Ma su questo Boitani non dice nulla. Ed allora eccola la soluzione che propone: continuare a fare ricerche!
Non è mistificando o nascondendo i problemi che si salverà l’orso, ma è affrontandoli alla radice, di petto, e con autorità. Ed allora ecco le semplici cose da fare, già dette e ridette tante volte: controllare il turismo in modo severe nelle aree critiche (chiudendole a tutti, e non riservandole ai soli “amici dell’orso”); indennizzare seriamente (100%, compresi le perdite indirette) tutti i danni, senza distingui, che pastori ed allevatori subiscono da orsi e lupi; favorire la pastorizia ovina ed il suo ritorno là dove è scemata, a costo di farlo in modo “artificioso” con greggi di pubblica proprietà; coltivare massicciamente le terre incolte di fondovalle (a costo di doverlo fare come pubblica autorità); bloccare tutti i progetti, di ogni natura, che stanno “frammentando” il territorio di vita dell’orso nel Parco Nazionale e nei sui circondari (anziché favorirli con la scusa di produrre energia “ecologica”, quando il problema, almeno in Abruzzo, è salvare l’orso, non produrre energia da rinnovabili!).

Murialdo, 27 Marzo 2011                                                           IL SEGRETARIO GENERALE
                                                                                                                 F.to Franco Zunino

venerdì 18 marzo 2011

Pizzo Deta: nasce la prima vera area wilderness in Abruzzo!


Il Pizzo Deta
COMUNICATO STAMPA


PIZZO DETA: prima vera Area Wilderness d’Abruzzo!
SI AMPLIA L’AREA WILDERNESS DEI MONTI ERNICI

Sono poche le montagne appenniniche che possono vantare di essere “vere”, nel senso di assimilabili alle Alpi per la loro imponenza e lo svettare delle cime. Una di queste è il Pizzo Deta, a cavallo tra l’Abruzzo ed il Lazio. Una delle poche montagne appenniniche con un portamento apicale da Monviso piemontese, che lo stesso toponimo evidenzia: “Deta”, ovvero “dito” nel dialetto locale. Il Pizzo Deta, la seconda vetta dei Monti Ernici (2.041 m. s.l.m.) può infatti ritenersi il “Monviso del Sud”, almeno per chi lo osserva dalla Valle Roveto (o alta Valle del Fiume Liri) sulla quale precipita con un dislivello di ben 1.690 metri su di una distanza lineare di soli 3,5 chilometri dalle rive del Fiume Liri, poste a 350 m. s.l.m.: forse un primato su tutto l’Appennino! Nonostante questo, sul versante laziale il Pizzo Deta domina invece su di un altopiano (Prato di Campoli) posto a soli 1.143 metri di quota, cioè a soli 898 metri di quota dalla vetta. Una montagna spettacolare, quindi, che alla sua bellezza scenografica aggiunge la selvaggità dei suoi circondari, con valloni impervi rivestiti da una densa foresta di faggi, querce e carpini neri; un luogo che ancora preserva gli antichi cippi di confine tra lo Stato Pontificio ed il Regno Borbonico, e dove anche si svolsero alcune delle azioni della banda del Brigante Luigi Alonzi “Chiavone”. Luoghi rimasti così come sono sempre stati, e regno di pregevoli presenze naturalistiche botaniche e faunistiche, tra le quali non mancano avvistamenti di Orso bruno e dell’Aquila reale.
Oggi il Pizzo Deta può ritenersi la prima vera Area Wilderness della Regione Abruzzo. Essa è stata designata con decisione unanime del Consiglio comunale di S. Vincenzo Valle Roveto (L’Aquila) nella seduta del 15 marzo 2011. L’Area Wilderness Pizzo Deta, di circa 800 ettari - che di fatto costituisce l’ampliamento della quasi limitrofa Area Wilderness Monti Ernici Orientali designata dal Comune di Sora - contribuisce a dare forma a quella che un domani potrebbe divenire la vera grande Area Wilderness del Monti Ernici. Un’area protetta per autonoma, libera e democratica scelta dei Consigli comunali, che pur non essendo un Parco ne ha tutte le caratteristiche, anche se assicura alle collettività locali il continuo utilizzo delle risorse naturali rinnovabili. Un’area protetta che rispetta tutti i richiami delle Direttive emanate dall’Unione Europea che ha inventariato questo territorio come area ZPS, ovvero da preservare come campione dell’ambiente appenninico e per la difesa dell’habitat della fauna e della flora più rare.
Una moderna concezione di area protetta che si distingue dai Parchi per la snellezza amministrativa, l’assenza di una gestione verticistica e poco rispettosa dei diritti degli abitanti locali e che pure ha una funzione di richiamo turistico che la fa distinguere da tutte le altre aree protette, addomesticate e soggette a sfruttamenti di massa che spesso ledono è gli interessi della natura e quelli delle popolazioni locali, e dove la ruralità dei luoghi si preservi ancora originaria.
L’Associazione Italiana per la Wilderness auspica che la lodevole decisione del Comune di S. Vincenzo Valle Roveto possa presto essere seguita anche da tutte le altre amministrazioni comunali che hanno competenza amministrativa, gestionale e catastale, sui cosiddetti Monti Ernici abruzzesi, ovvero sul versante della Val Roveto di queste montagne.


Murialdo, 17 Marzo 2011                                                                      IL PRESIDENTE
                                                                                                        F.to Dott. Germano Tomei



 
Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale (ONLUS) – Segreteria Generale

La Repubblica: articolo sulla Centrale Enel del Mercure

Dieci anni di braccio di ferro l'incredibile caso del Mercure

ENERGIA

Dieci anni di braccio di ferro
l'incredibile caso del Mercure

La vecchia centrale elettrica nel cuore del Parco del Pollino doveva essere riconvertita a biomasse nel 2002, ma la popolazione locale dopo i primi "sì" ora si batte per fermarla: "Una follia". La replica dell'Enel: "Tutto in regola" di VALERIO GUALERZI

Regione Basilicata contro Regione Calabria, Ente Parco del Pollino contro Enel, movimenti ambientalisti contro comitati promotori, Avvocatura dello Stato contro Tar, Comuni favorevoli contro Comuni contrari e alla fine anche l’intervento di Bruxelles che chiede di capire cosa diavolo succede con la centrale a biomasse del Mercure. La storia dell’impianto elettrico situato nel Comune di Laino Borgo, in provincia di Cosenza ma a una manciata di chilometri dal confine con la Basilicata, all’interno del territorio del Parco Nazionale del Pollino, è il paradigma del delirio burocratico italiano. Quasi dieci anni fa, tra il 2000 e il 2002, l’Enel, proprietaria della centrale, una struttura che risale alla metà degli anni ’60, accetta di riconvertire una delle due sezioni da olio combustibile a biomasse. Lì per lì sembra a tutti una grande idea, ma un po’ alla volta, mentre il lento e laborioso iter burocratico procede, iniziano a scoppiare grane e contenziosi. Con il risultato che ad oggi è ancora tutto fermo.

I tempi cambiano. L’altra lezione del Mercure, oltre alla denuncia di un sistema di autorizzazioni impazzito, riguarda infatti la svolta nella gerarchia delle preoccupazioni delle comunità locali. Se un tempo occupazione e sviluppo in senso tradizionale erano in cima alle priorità, ora al loro posto c’è la difesa dell’ambiente e le ricadute positive che la sua salvaguardia può avere sull’economia. "Il
contesto sociale in cui sono state rilasciate le prime autorizzazioni era completamente diverso, all’epoca contava solo l’occupazione, e anche il Parco diede il suo ok. Ora invece, a oltre sette anni di distanza, l’ambiente ha acquistato importanza e la gente ci ha chiesto di opporci", ricorda Mimmo Pappaterra, presidente del Parco Nazionale del Pollino.

Il fronte del no. Così con il tempo il movimento di resistenza contro la nuova centrale si è andato ingrossando, coinvolgendo fette sempre più grandi di popolazione locale. Ferdinando Laghi, uno degli animatori di questa rete di opposizione, definisce il progetto "una follia". "Una follia – precisa - a nostro parere illegale, ma comunque certamente distruttiva, da cui riceverebbero danni irreparabili non solo l'ecosistema del Parco, ma anche la salute e gli interessi economici, a partire dal turismo, della gente del posto".

La questione legna. Quanta e quale legna deve bruciare la centrale per produrre elettricità? Lo scontro ruota soprattutto attorno a questi due interrogativi. "Le centrali a biomasse hanno solitamente una potenza di 4 o 5 MW, quella del Mercure arriva invece a 35", denuncia ancora Pappaterra. "Per alimentarla – sostiene - serve una quantità di legna gigantesca, molto più grande della disponibilità della zona. Questo significa che occorrerà importarla da chissà dove, alimentando un continuo via vai di Tir sulle strette strade all’interno del Parco". "Bruciare circa mezzo milione di tonnellate l'anno di biomasse provenienti da tutta Europa, trasportate su strade di montagna da 150 camion al giorno, all'interno di una valle con scarsa ventilazione, utilizzando le acque di un fiume noto in tutta Italia per il rafting, è semplicemente una follia", rincara Laghi.

Nessun problema per l'Enel. Uno scenario smentito in maniera categorica dall’Enel. "Il fabbisogno medio annuo di biomassa è stimato in circa 340.000 tonnellate a fronte di una produzione della zona che si aggira sul milione e mezzo di tonnellate", replica Donato Leone, responsabile della comunicazione dell’azienda elettrica per il Mezzogiorno. "Biomassa spontanea dei boschi che da tempo non si raccoglie più per mancanza di domanda, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro: il ricorso a materiale proveniente da fuori non può essere escluso, ma lo sviluppo di una filiera corta è innanzitutto un nostro interesse", precisa ancora Leone. Quanto al problema del trasporto, anche su questo aspetto l’Enel è convinta di poter offrire tutte le garanzie necessarie. "La nostra previsione è che si possa toccare un transito massimo di 52 mezzi al giorno. Una stima sottoposta in questi anni a ripetute valutazioni di impatto ambientale, tanto alla Regione Calabria quanto alla Basilicata, ottenendo sempre l’ok perché ritenuta compatibile. Senza contare che siamo sempre stati disponibili a scegliere con gli enti locali gli itinerari meno problematici", ricorda ancora Leone.

Interviene l'Avvocatura. A fare proprie le obiezioni del movimento contro la centrale è però anche un documento dell’Avvocatura dello Stato di Potenza che denuncia la mancanza di un’adeguata "analisi del fabbisogno energetico della centrale, e del relativo disboscamento, più o meno sopportabile". Il che "fa prevedere con ogni probabilità, se non con assoluta certezza, che la centrale dovrebbe funzionare con la legna ricavata dal taglio degli alberi del bosco del Pollino, con la temibile conseguenza che nel Parco si realizzerebbe non la conservazione della natura boschiva, ma un continuo disboscamento".

Carte in regola. Parole forti, ma in realtà la riconversione del Mercure ha passato sino ad oggi tutti gli esami autorizzativi e ambientali, compresa l’ultima sentenza favorevole da parte del Tar di Catanzaro, ma ad una velocità più lenta del mutare della percezione collettiva del valore della salvaguardia della natura. Per la Regione Calabria, che ha recentemente emesso il decreto di riattivazione promosso dai giudici amministrativi, il problema non si pone neppure. "E’ una questione di metodo, non di merito", spiega l’ingegner Salvatore Gangemi, uno dei dirigenti di Catanzaro che hanno seguito la pratica. "Il nostro – puntualizza - è stato un atto dovuto, la centrale a norma di legge è considerata un impianto di pubblica utilità e visti anche i pareri favorevoli di Arpacal e Asl non potevamo fare altro". Ma la Basilicata, forte del parere dell’Avvocatura dello Stato di Potenza, che definisce tra l'altro "giusta e prevedibile la reazione della popolazione", è salita sulle barricate insieme a un gruppo di municipi della zona e si prepara a fare ricorso al Consiglio di Stato.

Battaglia persa? "I dati forniti dall’Enel sull’approvvigionamento delle biomasse e il loro trasporto a nostro avviso non sono veritieri, ma per quanto insostenibile la centrale del Mercure è formalmente ok, la battaglia ormai è persa. Il problema è che quando tutto è iniziato Parco e Comuni limitrofi erano preoccupati soprattutto per le ricadute occupazionali della chiusura del vecchio impianto", ammette Antonio Nicoletti, responsabile di Legambiente per le aree protette. "Se l’Enel avesse richiesto oggi di realizzare un impianto così grande – precisa Pappaterra - non sarebbe stato possibile perché abbiamo finalmente approvato le linee guida del nuovo Piano del Parco che fissano il limite per l’utilizzo di biomasse a 3 MW. Da ciò si comprende chiaramente il contesto di difficoltà nell’ambito del quale sono state assunte le decisioni del Parco: inevitabilmente hanno risentito di quanto maturava nel territorio alla fine degli anni Novanta".

Investimento fermo. Un cambio di atteggiamento così netto e generalizzato che ha colto l’Enel di sorpresa. "Non ce l’aspettavamo: trovare un’opposizione ambientale dopo tanti ok e dopo che all’epoca ci era stato fortemente chiesto di trasformare la programmata chiusura della vecchia centrale in una riconversione ci mette a disagio", dice Leone. Un disagio grande quanto i 70 milioni di euro investititi per una centrale ancora ferma.
(08 marzo 2011)


(http://www.repubblica.it/ambiente/2011/03/08/news/centrale_mercure-13305001/)

venerdì 4 marzo 2011

Sostegno alimentare all'orso bruno marsicano


COMUNICATO STAMPA

SOSTEGNO ALIMENTARE ALL’ORSO BRUNO MARSICANO

INIZIATIVA SUL VERSANTE LAZIALE DEL PARCO D’ABRUZZO


L’Associazione Italiana per la Wilderness, che fin dalla sua nascita si è occupata della protezione dell’Orso bruno marsicano, avendo ottenuto un supporto finanziario da parte di una fondazione internazionale (Foundation for Gaia) ha deciso di provvedere alla realizzazione di un progetto volto a sostenere, a titolo sperimentale ed esemplificativo per le autorità che poi dovrebbero  potenziarlo, le necessità alimentari dell’Orso bruno marsicano nell’alta Ciociaria e nella Val Comino.

Il progetto nasce dalla constatazione che negli ultimi anni le semine di ogni tipo di cultura sono praticamente venute a cessare per una serie di ragioni, che vanno dal calo demografico di chi pratica l’agricoltura, al mancato indennizzo per i danni che gli orsi ed altra fauna arrecavano ai campi, al mancato versamento di contributi volti a favorire il perdurare di queste pratiche. Ciò ha causato il quasi totale abbandono della pratica di coltivare il mais, un tempo la cultura più ricercata dall’Orso (ma anche di carote, grano ed altri cereali, erba medica e lupinella).

L’iniziativa ha avuto già un primo tentativo lo scorso anno, quando si sarebbe dovuto intervenire nella Vallelonga marsicana, ma che finì per abortire a causa di problematiche politiche e per la difficoltà di vedere una convinta partecipazione da parte dell’Ente Parco a causa di problemi di natura economica (oltre che, purtroppo, per l’opposizione di un certo mondo scientifico contrario a questa pratica per favorire l’orso), per cui si poté seminare un unico modesto terreno a Pescasseroli, in quanto ottenuto in donazione da un mecenate sostenitore dell’AIW.

Quest’anno l’AIW vorrebbe spostare la zona di interesse nell’alta Ciociaria e nella Val Comino. Come già lo scorso anno l’iniziativa sarà sostenuta da tre organismi privati: la Foundation for Gaia, l’Associazione Italiana per la Wilderness ed il Centro Scout “Brownsea Park” di Sora/Villavallelonga, e punterà su di una sperimentazione esemplificativa che interessi solo alcuni terreni, ma che potrebbe poi essere estesa ad un maggior numero di terreni e coinvolgere tutta la fascia pedemontana (rivitalizzando anche una pratica agricola che sta per essere perduta). In merito è stato stilato un “Progetto” avente lo scopo non solo di illustrarne la finalità, ma anche e soprattutto, di tentare di coinvolgere altri organismi che per motivi di competenza abbiano interesse a sostenerlo, tra i quali l’Ente Parco, gli ATC, i Comuni, la Comunità Montana e le associazioni venatorie ed ambientaliste.

Il budget iniziale con cui si partirà è di 1.000 Euro all’anno. Di questa somma 500 Euro sono assicurati dalla Foundation for Gaia, 350 Euro dall’AIW e 150 Euro dal Centro Scout Browsea Park. Un atto di buona volontà e di filantropia che si spera possa essere seguito da altri organismi privati e pubblici, affinché questo progetto possa avere il massimo di successo.

Murialdo, 4 Marzo 2011                                      
                          IL PRESIDENTE
                                                                                                     F.to Dott. Germano Tomei