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La Repubblica: articolo sulla Centrale Enel del Mercure

Dieci anni di braccio di ferro l'incredibile caso del Mercure

ENERGIA

Dieci anni di braccio di ferro
l'incredibile caso del Mercure

La vecchia centrale elettrica nel cuore del Parco del Pollino doveva essere riconvertita a biomasse nel 2002, ma la popolazione locale dopo i primi "sì" ora si batte per fermarla: "Una follia". La replica dell'Enel: "Tutto in regola" di VALERIO GUALERZI

Regione Basilicata contro Regione Calabria, Ente Parco del Pollino contro Enel, movimenti ambientalisti contro comitati promotori, Avvocatura dello Stato contro Tar, Comuni favorevoli contro Comuni contrari e alla fine anche l’intervento di Bruxelles che chiede di capire cosa diavolo succede con la centrale a biomasse del Mercure. La storia dell’impianto elettrico situato nel Comune di Laino Borgo, in provincia di Cosenza ma a una manciata di chilometri dal confine con la Basilicata, all’interno del territorio del Parco Nazionale del Pollino, è il paradigma del delirio burocratico italiano. Quasi dieci anni fa, tra il 2000 e il 2002, l’Enel, proprietaria della centrale, una struttura che risale alla metà degli anni ’60, accetta di riconvertire una delle due sezioni da olio combustibile a biomasse. Lì per lì sembra a tutti una grande idea, ma un po’ alla volta, mentre il lento e laborioso iter burocratico procede, iniziano a scoppiare grane e contenziosi. Con il risultato che ad oggi è ancora tutto fermo.

I tempi cambiano. L’altra lezione del Mercure, oltre alla denuncia di un sistema di autorizzazioni impazzito, riguarda infatti la svolta nella gerarchia delle preoccupazioni delle comunità locali. Se un tempo occupazione e sviluppo in senso tradizionale erano in cima alle priorità, ora al loro posto c’è la difesa dell’ambiente e le ricadute positive che la sua salvaguardia può avere sull’economia. "Il
contesto sociale in cui sono state rilasciate le prime autorizzazioni era completamente diverso, all’epoca contava solo l’occupazione, e anche il Parco diede il suo ok. Ora invece, a oltre sette anni di distanza, l’ambiente ha acquistato importanza e la gente ci ha chiesto di opporci", ricorda Mimmo Pappaterra, presidente del Parco Nazionale del Pollino.

Il fronte del no. Così con il tempo il movimento di resistenza contro la nuova centrale si è andato ingrossando, coinvolgendo fette sempre più grandi di popolazione locale. Ferdinando Laghi, uno degli animatori di questa rete di opposizione, definisce il progetto "una follia". "Una follia – precisa - a nostro parere illegale, ma comunque certamente distruttiva, da cui riceverebbero danni irreparabili non solo l'ecosistema del Parco, ma anche la salute e gli interessi economici, a partire dal turismo, della gente del posto".

La questione legna. Quanta e quale legna deve bruciare la centrale per produrre elettricità? Lo scontro ruota soprattutto attorno a questi due interrogativi. "Le centrali a biomasse hanno solitamente una potenza di 4 o 5 MW, quella del Mercure arriva invece a 35", denuncia ancora Pappaterra. "Per alimentarla – sostiene - serve una quantità di legna gigantesca, molto più grande della disponibilità della zona. Questo significa che occorrerà importarla da chissà dove, alimentando un continuo via vai di Tir sulle strette strade all’interno del Parco". "Bruciare circa mezzo milione di tonnellate l'anno di biomasse provenienti da tutta Europa, trasportate su strade di montagna da 150 camion al giorno, all'interno di una valle con scarsa ventilazione, utilizzando le acque di un fiume noto in tutta Italia per il rafting, è semplicemente una follia", rincara Laghi.

Nessun problema per l'Enel. Uno scenario smentito in maniera categorica dall’Enel. "Il fabbisogno medio annuo di biomassa è stimato in circa 340.000 tonnellate a fronte di una produzione della zona che si aggira sul milione e mezzo di tonnellate", replica Donato Leone, responsabile della comunicazione dell’azienda elettrica per il Mezzogiorno. "Biomassa spontanea dei boschi che da tempo non si raccoglie più per mancanza di domanda, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro: il ricorso a materiale proveniente da fuori non può essere escluso, ma lo sviluppo di una filiera corta è innanzitutto un nostro interesse", precisa ancora Leone. Quanto al problema del trasporto, anche su questo aspetto l’Enel è convinta di poter offrire tutte le garanzie necessarie. "La nostra previsione è che si possa toccare un transito massimo di 52 mezzi al giorno. Una stima sottoposta in questi anni a ripetute valutazioni di impatto ambientale, tanto alla Regione Calabria quanto alla Basilicata, ottenendo sempre l’ok perché ritenuta compatibile. Senza contare che siamo sempre stati disponibili a scegliere con gli enti locali gli itinerari meno problematici", ricorda ancora Leone.

Interviene l'Avvocatura. A fare proprie le obiezioni del movimento contro la centrale è però anche un documento dell’Avvocatura dello Stato di Potenza che denuncia la mancanza di un’adeguata "analisi del fabbisogno energetico della centrale, e del relativo disboscamento, più o meno sopportabile". Il che "fa prevedere con ogni probabilità, se non con assoluta certezza, che la centrale dovrebbe funzionare con la legna ricavata dal taglio degli alberi del bosco del Pollino, con la temibile conseguenza che nel Parco si realizzerebbe non la conservazione della natura boschiva, ma un continuo disboscamento".

Carte in regola. Parole forti, ma in realtà la riconversione del Mercure ha passato sino ad oggi tutti gli esami autorizzativi e ambientali, compresa l’ultima sentenza favorevole da parte del Tar di Catanzaro, ma ad una velocità più lenta del mutare della percezione collettiva del valore della salvaguardia della natura. Per la Regione Calabria, che ha recentemente emesso il decreto di riattivazione promosso dai giudici amministrativi, il problema non si pone neppure. "E’ una questione di metodo, non di merito", spiega l’ingegner Salvatore Gangemi, uno dei dirigenti di Catanzaro che hanno seguito la pratica. "Il nostro – puntualizza - è stato un atto dovuto, la centrale a norma di legge è considerata un impianto di pubblica utilità e visti anche i pareri favorevoli di Arpacal e Asl non potevamo fare altro". Ma la Basilicata, forte del parere dell’Avvocatura dello Stato di Potenza, che definisce tra l'altro "giusta e prevedibile la reazione della popolazione", è salita sulle barricate insieme a un gruppo di municipi della zona e si prepara a fare ricorso al Consiglio di Stato.

Battaglia persa? "I dati forniti dall’Enel sull’approvvigionamento delle biomasse e il loro trasporto a nostro avviso non sono veritieri, ma per quanto insostenibile la centrale del Mercure è formalmente ok, la battaglia ormai è persa. Il problema è che quando tutto è iniziato Parco e Comuni limitrofi erano preoccupati soprattutto per le ricadute occupazionali della chiusura del vecchio impianto", ammette Antonio Nicoletti, responsabile di Legambiente per le aree protette. "Se l’Enel avesse richiesto oggi di realizzare un impianto così grande – precisa Pappaterra - non sarebbe stato possibile perché abbiamo finalmente approvato le linee guida del nuovo Piano del Parco che fissano il limite per l’utilizzo di biomasse a 3 MW. Da ciò si comprende chiaramente il contesto di difficoltà nell’ambito del quale sono state assunte le decisioni del Parco: inevitabilmente hanno risentito di quanto maturava nel territorio alla fine degli anni Novanta".

Investimento fermo. Un cambio di atteggiamento così netto e generalizzato che ha colto l’Enel di sorpresa. "Non ce l’aspettavamo: trovare un’opposizione ambientale dopo tanti ok e dopo che all’epoca ci era stato fortemente chiesto di trasformare la programmata chiusura della vecchia centrale in una riconversione ci mette a disagio", dice Leone. Un disagio grande quanto i 70 milioni di euro investititi per una centrale ancora ferma.
(08 marzo 2011)


(http://www.repubblica.it/ambiente/2011/03/08/news/centrale_mercure-13305001/)

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