In merito alla recente intervista
rilasciata dal Dott. Piero Genovesi dell'ISPRA al sito di Gaianews ed al
successivo intervento del Dott. Corrado Guacci della Società di Storia della
Fauna, vorrei fare presente che, ancora una volta, non è con questa proposte che
si salverà mai l'Orso marsicano: al solito tutte teorie e mai nessuna proposta
di concreta iniziativa sul territorio ed a favore DIRETTA della residua
popolazione rimasta: gli americani (che il Grizzly lo hanno salvato con azioni
pratiche e non già con teorie e studi di laboratori che fanno felici solo i
ricercatori) riderebbero di queste "soluzioni", che altro non sono che NON
SOLUZIONI. Nessuno che enfatizzi il fatto che con 13 milioni di euro si
sarebbero potute comprare tutte le montagne in cui vive l'Orso (questo avrebbero
fatto gli americani come primo passo)! Tutti solo a proporre che si potevano
spendere quei soldi in altro modo, ovvero intendendo con altre
ricerche o similarità (vedasi "captive breeding"). Quando il Dottor
Genovesi parla della necessità di "uno sforzo molto superiore"
implicitamente riconosce la bontà di quello scandaloso sperpero di 13 milioni di
Euro in inutili ricerche. E' questo non è un buon segno per il futuro. Fa
capire che anche lui pensa che siano necessari ancora ad altri
studi. E così, quando Guacci si chiede se "almeno una parte" di quei soldi
"sia stata utilizzata per investigare il suo DNA attuale e fossile" , anch'egli
non muove alcuna critica allo sperpero di quei 13 milioni di euro. Più
modestamente a me non resta che ribadire quello che ho già scritto e riscritto
tante volte e che con molto ma molto meno di questi tredici milioni di Euro si
sarebbe potuto fare per l'Orso e a suo IMMEDIATO BENEFICIO.
1. Severo controllo
turistico, con chiusura assoluta a tutti, di non pochi territori selvaggi da
riservare all'orso, senza deroghe di sorta.
2. Coltivazione cospicua
di terreni agricoli, oggi in abbandono, con colture a perdere, da difendersi con
la realizzazione di "Recinti Finamore".
3. Incentivazione della
pastorizia ovina, oggi sempre più abbandonata e/o proibita, possibilmente con
iniziative di diretta gestione da parte degli apparati
pubblici.
4. Controllo severo, con
drastica riduzione delle presenze, del cinghiale (ma anche del cervo) nella
zona del Parco e nelle sue aree circostanti.
5. Blocco assoluto ad ogni
progetto di sviluppo urbanistico al di fuori delle zone abitate e abitabili
(ovvero zone D del Parco) nell'area di habitat
primario.
L'impressione è invece che non si
vogliano mai proporre soluzioni del problema, ma solo quelle soluzione che poi
abbisognino di una diretta gestione di chi le propone! Per cui resta sempre il
dubbio se l'intenzione è veramente salvare l'Orso marsicano o non crearsi posti
di lavoro, ovviamente retribuiti con altri milioni di euro! L'AIW
non chiede di gestire alcuna della sue proposte. Richiede solo che le
autorità del Parco se ne facciano carico a beneficio dell'Orso. Forse è solo
questa la profonda diversità tra i vari proponenti soluzioni. Una diversità che
dovrebbe far riflettere le autorità, prima di lanciarsi in altri programmi di
studi e ricerche.
Franco
Zunino
Già primo studioso sul campo
dell'Orso marsicano
ALLEGATI
Grave la situazione dell’orso marsicano per Piero Genovesi, ISPRA: “Necessario sforzo maggiore”
"Il PATOM è la politica ufficiale sviluppata di concerto fra il Ministero dell'Ambiente, ISPRA e tutte le Regioni e i Parchi coinvolti dalla presenza dell'orso. Se non si applicano quelle misure l'orso d'Abruzzo non si potrà salvare", PIero Genovesi, ISPRA
Scritto da Federica di Leonardo il
27.02.2013
L’abbattimento dell’orso M13, pur mettendo in evidenza la questione della convivenza fra orso e uomo sulle Alpi, ha fatto emergere una realtà, quella della popolazione dell’orso bruno sulle Alpi che è in continuo aumento e che ha fatto meritare al progetto l’apprezzamento della comunità scientifica internazionale. Lo stesso certamente non può dirsi per l’orso marsicano in Abruzzo, la cui popolazione stimata in 40 individui non accenna ad aumentare. Abbiamo chiesto un parere in proposito al dottor Piero Genovesi dell’Ispra, che è stato vice presidente dell’International Association for Bear Research and Management .
“La condizione dell’orso marsicano in Abruzzo è molto preoccupante,” ha esordito il dottor Genovesi. “A differenza della popolazione alpina, per la quale ci si pone l’obiettivo del ricongiungimento con la popolazione slovena, in Abruzzo la popolazione è totalmente isolata, con numeri molto preoccupanti perchè aldisotto dei 50 esemplari, che è la soglia minima per assicurare una probabilità di sopravvivenza sul lungo periodo.
“Al momento la popolazione non mostra nessuna prospettiva di espansione dell’areale in cui è presente, che è la condizione fondamentale perchè aumenti. Quindi la situazione è estremamente preoccupante e penso che il rischio di estinzione di quella popolazione sia molto elevato.
D.: Quali sono le cause?
P. Genovesi: “In Italia sono stati spesi più di 13 milioni di euro da fondi europei per l’orso marsicano, che possono essere stati utili su obiettivi specifici, ma non possono sostituirsi alle politiche nazionali e locali a lungo termine. Non possono essere utilizzati per una gestione ordinaria delle specie, ma solo per dar un primo stimolo. Poi devono essere lo stato, i Ministeri, i parchi, le Regioni, i comuni gli Istituti di ricerca a farsi carico delle sfide che la conservazione pone.
“Lo sforzo fatto per realizzare i piani d’azione non sono stati fatti sulla base dei fondi europei. Nell’ambito degli sforzi di conservazione dell’Italia i fondi europei possono aiutare a mettere in campo alcune di quelle azioni, ma non possono sostituirsi ad una politica complessiva, per cui credo che le risorse che i progetti Life mettono a disposizione siano utili, ma è più importante e più urgente che ci siano politiche efficaci e condivise da tutti i livelli amminsitrativi e non solo dalla parte istituzionale, ma anche dalla società comune, dai diversi portatotri di interesse e dalle associazioni ambientaliste.”
D.: Qual è in questo il ruolo del PATOM, il piano d’azione per l’orso marsicano?
P. Genovesi: “Il PATOM è la politica ufficiale sviluppata di concerto fra il Ministero dell’Ambiente, ISPRA e tutte le Regioni e i Parchi coinvolti dalla presenza dell’orso. Se non si applicano quelle misure l’orso d’Abruzzo non si potrà salvare.”
”Io credo che serva uno sforzo molto superiore a quello che è stato messo in campo sinora. Noi abbiamo un altro caso ancora più grave in Europa che è quello della lince iberica. L’ unico grande felino al mondo minacciato di estinzione è in Europa; una specie più minacciata di qualunque leone o tigre presente in Asia o in Africa. Quando la popolazione ha raggiunto dei livelli per cui l’estinzione diventava una minaccia veramente prossima, allora la Spagna si è messa attorno ad un tavolo con uno sforzo maggiore di quello che aveva messo in campo prima e ha imposto a tutti – ricercatori, parchi, amministrazioni locali – delle politiche più rigide e più importanti e più stringenti di conservazione. Io spero che presto tutti capiscano la situazione estremamente pericolosa in cui versa l’orso d’Abruzzo e si decida di fare uno scatto in avanti in termini di efficacia della conservazione. Credo che il problema stia nella reale applicazione delle misure di conservazione che tra l’altro in buona parte son già state identificate proprio nel PATOM. Credo che sia una responsabilità congiunta degli organi pubblici, dei parchi, della ricerca e delle associazioni, per arrivare a mettere finalmente in campo le misure che abbiamo già identificato”.
D.: Sarebbe necessario un tavolo permanente?
Un tavolo permanente era previsto nel PATOM e un altro è previsto nel LIFE. I tavoli sono utili, ma poi bisogna applicare le misure che vengono fuori dai tavoli. Questo nelle Alpi avviene ed è questo che ha determinato probabilmente il successso nella popolazione. Io credo che qualcosa di simile debba avvenire, in maniera completa, anche in Appennino centrale.”
L’abbattimento dell’orso M13, pur mettendo in evidenza la questione della convivenza fra orso e uomo sulle Alpi, ha fatto emergere una realtà, quella della popolazione dell’orso bruno sulle Alpi che è in continuo aumento e che ha fatto meritare al progetto l’apprezzamento della comunità scientifica internazionale. Lo stesso certamente non può dirsi per l’orso marsicano in Abruzzo, la cui popolazione stimata in 40 individui non accenna ad aumentare. Abbiamo chiesto un parere in proposito al dottor Piero Genovesi dell’Ispra, che è stato vice presidente dell’International Association for Bear Research and Management .
“La condizione dell’orso marsicano in Abruzzo è molto preoccupante,” ha esordito il dottor Genovesi. “A differenza della popolazione alpina, per la quale ci si pone l’obiettivo del ricongiungimento con la popolazione slovena, in Abruzzo la popolazione è totalmente isolata, con numeri molto preoccupanti perchè aldisotto dei 50 esemplari, che è la soglia minima per assicurare una probabilità di sopravvivenza sul lungo periodo.
“Al momento la popolazione non mostra nessuna prospettiva di espansione dell’areale in cui è presente, che è la condizione fondamentale perchè aumenti. Quindi la situazione è estremamente preoccupante e penso che il rischio di estinzione di quella popolazione sia molto elevato.
D.: Quali sono le cause?
P. Genovesi: “In Italia sono stati spesi più di 13 milioni di euro da fondi europei per l’orso marsicano, che possono essere stati utili su obiettivi specifici, ma non possono sostituirsi alle politiche nazionali e locali a lungo termine. Non possono essere utilizzati per una gestione ordinaria delle specie, ma solo per dar un primo stimolo. Poi devono essere lo stato, i Ministeri, i parchi, le Regioni, i comuni gli Istituti di ricerca a farsi carico delle sfide che la conservazione pone.
“Lo sforzo fatto per realizzare i piani d’azione non sono stati fatti sulla base dei fondi europei. Nell’ambito degli sforzi di conservazione dell’Italia i fondi europei possono aiutare a mettere in campo alcune di quelle azioni, ma non possono sostituirsi ad una politica complessiva, per cui credo che le risorse che i progetti Life mettono a disposizione siano utili, ma è più importante e più urgente che ci siano politiche efficaci e condivise da tutti i livelli amminsitrativi e non solo dalla parte istituzionale, ma anche dalla società comune, dai diversi portatotri di interesse e dalle associazioni ambientaliste.”
D.: Qual è in questo il ruolo del PATOM, il piano d’azione per l’orso marsicano?
P. Genovesi: “Il PATOM è la politica ufficiale sviluppata di concerto fra il Ministero dell’Ambiente, ISPRA e tutte le Regioni e i Parchi coinvolti dalla presenza dell’orso. Se non si applicano quelle misure l’orso d’Abruzzo non si potrà salvare.”
”Io credo che serva uno sforzo molto superiore a quello che è stato messo in campo sinora. Noi abbiamo un altro caso ancora più grave in Europa che è quello della lince iberica. L’ unico grande felino al mondo minacciato di estinzione è in Europa; una specie più minacciata di qualunque leone o tigre presente in Asia o in Africa. Quando la popolazione ha raggiunto dei livelli per cui l’estinzione diventava una minaccia veramente prossima, allora la Spagna si è messa attorno ad un tavolo con uno sforzo maggiore di quello che aveva messo in campo prima e ha imposto a tutti – ricercatori, parchi, amministrazioni locali – delle politiche più rigide e più importanti e più stringenti di conservazione. Io spero che presto tutti capiscano la situazione estremamente pericolosa in cui versa l’orso d’Abruzzo e si decida di fare uno scatto in avanti in termini di efficacia della conservazione. Credo che il problema stia nella reale applicazione delle misure di conservazione che tra l’altro in buona parte son già state identificate proprio nel PATOM. Credo che sia una responsabilità congiunta degli organi pubblici, dei parchi, della ricerca e delle associazioni, per arrivare a mettere finalmente in campo le misure che abbiamo già identificato”.
D.: Sarebbe necessario un tavolo permanente?
Un tavolo permanente era previsto nel PATOM e un altro è previsto nel LIFE. I tavoli sono utili, ma poi bisogna applicare le misure che vengono fuori dai tavoli. Questo nelle Alpi avviene ed è questo che ha determinato probabilmente il successso nella popolazione. Io credo che qualcosa di simile debba avvenire, in maniera completa, anche in Appennino centrale.”
Abbiamo letto con molto interesse l’intervista al dott. Piero
Genovesi dell’ISPRA recentemente pubblicata su Gaianews.it http://gaianews.it/rubriche/osservatorio-sullorso-marsicano/grave-la-situazione-dellorso-marsicano-piero-genovesi-ispra-necessario-sforzo-maggiore-36422.html#.US8h8DdXpm5 .
In essa si esprime grande preoccupazione per la sorte dell’orso bruno marsicano
e si denuncia un “molto elevato” rischio di estinzione. Considerazioni
assolutamente condivisibili se non fosse per alcuni passaggi dell’intervista che
suscitano qualche perplessità:
·
in primo luogo si mette sullo stesso piano la popolazione
alpina di Ursus arctos arctos con quella appenninica di Ursus arctos
marsicanus che noi, al contrario, riteniamo di inestimabile valore ecologico
per la sua peculiarità, a tutt’oggi non sufficientemente illustrata e supportata
in ambito internazionale. Come possiamo attenderci la dovuta attenzione dalla
comunità politica e scientifica europea se non ribadiamo con forza le
caratteristiche “uniche” di questa sottospecie?;
·
inoltre il dott. Genovesi cita come caso ancor più grave
in Europa, la situazione della lince iberica, con una
popolazione attuale complessiva che si aggira intorno ai 250 esemplari (rispetto
ai 40, forse 50?, capi di orso bruno marsicano), ricordando che quando la
popolazione ha raggiunto dei livelli per cui l’estinzione diventava una minaccia
veramente prossima, allora la Spagna si è messa attorno ad un tavolo con uno
sforzo maggiore di quello che aveva messo in campo prima e ha imposto a tutti –
ricercatori, parchi, amministrazioni locali – delle politiche più rigide e più
importanti e più stringenti di conservazione. Si dimentica però di dire che
quel tavolo partorì anche un progetto di captive breeding che prevede una
potenzialità di 20/40 esemplari all’anno da utilizzare in interventi di
reintroduzione. Immissioni operative già dal 2009 e che hanno consentito,
unitamente alle misure di conservazione in situ, di raggiungere le
attuali dimensioni di popolazione.
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