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Lettera aperta al Direttore del Parco del Pollino su arrampicata e divieti - di Nino Larocca


Per come la vedo, la vediamo, in seno al Gruppo Speleologico “Sparviere” (associazione nata nel lontano 1976 ed una degli artefici principali della nascita del Parco Nazionale del Pollino), la questione che si sta montando (non certo dagli appassionati di arrampicata ed alpinismo) in merito al divieto temporaneo di arrampicata sportiva e alpinismo all’interno del P.N.P. è davvero preoccupante.
Senza quasi renderci conto e penso anche per il solo orgoglio di qualcuno, il nostro Parco si sta trasformando in una sorta di zoo dove le poche attività realmente ecocompatibili come l'arrampicata e l’alpinismo, in ogni caso con bassissimo impatto ambientale, vengono tacciate come qualcosa di distruttivo. Nello stesso tempo (e questo è davvero molto strano) si consentono e spesso sponsorizzano attività pseudo-economiche, pseudo-naturalistiche e pseudo-scientifiche che producono un impatto decisamente peggiore…
Mi chiedo se è normale emanare un momentaneo divieto (che potrebbe durare anche anni) senza sapere cosa realmente determini la pratica di queste attività sulle pareti rocciose. Mi piacerebbe che lei, Direttore, capisse cosa sia stato e continui ad essere l'apporto dell’arrampicata sportiva e dell’alpinismo alla conoscenza comune.
Certamente saprà che è solo grazie a queste “passeggiate” che diversi anni fa sull’alta e verticalissima parete rocciosa sud-ovest di Timpa San Lorenzo e Timpa di Cassano è stato trovato da noi del GS Sparviere, utilizzando tecniche di progressione alpinistiche, l’areale italiano più orientale di Pino loricato (prontamente segnalato all’insigne dott. Avolio ed ora di dominio pubblico).
Saprà anche che molte delle grotte trovate ed esplorate dalla mia associazione e da altri gruppi speleo sin dal 1976 in diverse aree delle pareti rocciose del Canyon del Raganello (raggiunte con metodi alpinistici) sono ad oggi ritenute fra le più importanti ed interessanti dal punto di vista archeologico del Pollino orientale. Stessa cosa per tutti quei siti archeologici esterni, sempre trovati nella stessa maniera e nelle stesse pareti o picchi rocciosi. Tutti siti archeologici datati a partire dal Paleolitico. Fra l’altro questi siti sono ancora oggi oggetto di notevole interesse di prestigiose università europee, come ad es. il Groningen Institute of Archaeology (Olanda), che fra l’altro con noi ha creato, con tanto di ufficialità, uno specifico progetto di studio, il Raganello Archaeological Project.
Vogliamo poi parlare della bio-speleologia e delle ricerche (molto fruttuose) portate avanti da noi e da alcuni ricercatori in alcune delle grotte presenti nelle pareti rocciose della media Valle del Raganello? Ovviamente saprà che per raggiungere queste grotte abbiamo dovuto "arrampicare"...
Non dobbiamo dimenticarci nemmeno della sismo-speleologia, scienza che aiuta a capire meglio l’evolversi dei terremoti. Molti studi sono stati fatti proprio in grotte raggiungibili arrampicando, poiché situate nel bel mezzo di pareti rocciose del Pollino orientale.
Infine, lo sa che noi sallorenzani, in modo particolare, siamo strettamente legati alle pareti rocciose, convivendoci da oltre 20.000 anni, come se fossimo un tutt’uno con quel durissimo ed impervio paesaggio fatto soprattutto di imponenti picchi, gole e montagne rocciose. Nell’arco dei millenni abbiamo creato miti, leggende, cultura e comportamenti specifici legati alle pareti e alla loro fruizione.
Nel vivere le vaste zone rocciose del Pollino orientale non si può fare a meno infatti di conoscere, frequentare e apprezzare i pastori di capre, i precursori dell’alpinismo meridionale, che da tempo immemorabile convivono con questo aspro territorio. Vederli “camminare” su quei dirupi rocciosi non si può fare altro che rimanere affascinati.
Numerosissimi sono i terrazzi strapiombanti da essi colonizzati. A questi terrazzi, da loro detti “banghe”, nei quali quasi sempre si apre una grotta, hanno dato dei nomi e nello stesso tempo li hanno utilizzati per vari scopi. Alcuni di essi, particolarmente stretti ed inclinati, presentano uno strapiombo perfettamente verticale anche di 600 metri! Un tempo poi era consuetudine costruire nei punti più scivolosi delle vere e proprie passerelle lignee, rafforzate con cordelle, punteruoli metallici, ecc. Tanti erano questi “ponticìedde” (piccoli ponti) che diversi resti sono arrivati fino a noi. Non è un caso infatti che ogni parte di parete, sia essa piccola o enorme, ha un toponimo e una storia da raccontare. Si, può sembrare davvero strano, soprattutto nel momento in cui le pareti vengono guardate frontalmente. Sembrerà impossibile, inquietante, credere che lassù qualcuno ci sia arrivato o persino abitato. Ma tutto è reale. Questi pastori hanno persino coniato diversi termini dialettali usati solo da loro o da chi li frequenta. “Banghe” (ovvero banco, terrazzo) è quello più usato, ma anche “brese” (ovvero lungo e strettissimo terrazzo).
Questi magnifici uomini, fisicamente molto esili ma forti, vanno davvero elogiati, come va assolutamente mantenuta e ricordata la loro millenaria cultura. Un modo è certamente quello di non impedire a nessuno la frequentazione delle pareti rocciose; l’altro è quello di ripercorrere e mantenere i loro percorsi ed è proprio per questa ragione che da qualche decennio con alcuni amici speleologi, attratti, come dicevo in precedenza, soprattutto dalle grotte lassù ubicate, abbiamo anche noi coniato degli specifici termini per studiare e percorrere questi itinerari alpinistici e riproporli in maniera moderna sotto il nome di banchismo e vie di banchismo.
Ora si rischia di far perdere tutto questo.
Egregio Direttore sarebbe stato meglio non emanare tale ordinanza, se pur momentanea. Si poteva indire una conferenza di servizi, invitando tutte le parti interessate, e poi, dopo aver sentito i vari pareri, muoversi di conseguenza.
Spero in una giusta e celere risoluzione.
Cordiali saluti,
Nino Larocca, San Lorenzo Bellizzi 10 ottobre 2015.

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